IL MUTILATO.


Di sera, a una cert'ora, l'aspetto della campagna mette nell'anima una malinconia vaga, che somiglia un po' a quello stringimento di cuore da cui son presi i fanciulli, quando, scappati da casa a girovagar pei campi, di sentiero in sentiero, di podere in podere, vanno avanti, avanti, avanti, fin che s'accorgono tutt'ad un tratto di essere soli; guardano intorno, è un luogo oscuro e sinistro; guardano indietro, hanno perduta la traccia del cammino; alzano gli occhi al cielo, il sole è scomparso; la mamma, povera donna, aspetta: oh Dio, che cosa ho fatto! esclamano, e restan lì come trasognati, con un groppo di pianto nella gola e il cuore tutto in sussulto. Di questa natura è la malinconia che ci entra a poco a poco nell'anima, in campagna, quando il sole è già caduto da un po' di tempo, e le cose si vanno facendo tutte d'un colore, e lungo le creste dei monti non appar più che una sottile striscia di cielo color d'oro pallido, al di sopra della quale cominciano a spesseggiare le stelle. È un'ora trista. E più la fan trista quel monotono gracidar dei ranocchi e quel lontano abbaiar di cani che rompe tratto tratto il silenzio alto e solenne della campagna. Chi, in quell'ora, cammini per una viuzza solitaria alla volta della città, e ne sia lontano ancora, e non iscorga intorno a sè anima viva, e non oda altro rumore che quel dei suoi passi, quell'abbaiar di cani gli comincia a dar noia, gli comincia a riuscire increscioso; non è già ch'ei n'abbia paura; ma, che so io? ne farebbe di meno, via. Passando dinanzi alle porte degli orti e dei giardini egli va in punta di piedi per non destare il cagnaccio accovacciato là dietro, tien sospeso il respiro, l'orecchio teso; è già quasi oltre la porta, è già quasi al sicuro, quando gli scoppia alle spalle un maledetto latrato che lo rimescola tutto; ed ei tira via senza volgersi indietro; ma gli par di vederlo il rabbioso bestione col muso allo spiraglio delle imposte e gli occhi arrovellati: ih! poterlo sventrare! E va oltre; ma nel mezzo della strada, chè non gli cale del polverio, pur di non passare troppo accosto alle siepi; non ci si vede dentro; potrebb'esservi qualcuno appiattato; non sarebbe la prima volta. S'ei si sente alle spalle un rumor di passi o la voce di due viandanti che discorrono tra loro, non si volta mica indietro a guardar chi sono come se n'avesse sospetto o paura, chè sarebbe parere un dappoco; ma tira innanzi cogli orecchi all'erta e, fingendo di guardar nei campi da un lato della via, te li esplora colla coda dell'occhio. E se spingendo lo sguardo dinanzi a sè vede apparir lontano e venir lentamente verso di lui due uomini a cavallo, avviluppati in un ampio mantello nero e coperti il capo d'un cappello a due punte, il cuore gli si riconforta, affretta il passo, e giunto di fronte a quei due inattesi amici, cede loro tutta la via ritraendosi sur una delle prode, e guardandoli con un'espressione di ossequio amorevole e accogliendo con un cotal sentimento di compiacenza il lungo e severo sguardo indagatore che ne riceve. Quando finalmente arriva a quelle benedette porte della città e scorge i primi lampioni della prima via:—Sia lodato il cielo!—esclama spolverandosi le scarpe col fazzoletto;—ci siamo.

In quell'ora, chi passa dinanzi alla porta d'un cimitero non vi si arresta, comunque non gli attraversino la mente le fantastiche paure del volgo e dei fanciulli; tira diritto, non getta nemmeno uno sguardo al cancello, volta la faccia dalla parte opposta. Passando dinanzi alle cappelle solitarie della campagna, i fanciulli son quasi impauriti dal rumore del proprio passo che, entrando per le aperte finestre, echeggia sotto la volta oscura. In quell'ora, e fin che in occidente si vede un barlume di luce, le famiglie dei villeggianti stanno sulle terrazze, appoggiate al parapetto, a contemplare tacitamente quel mesto spettacolo che è il calar della notte sulla campagna; i ragazzi si accennano l'un l'altro col dito i lumicini che spuntano man mano nei casolari campestri, o chieggono al babbo i nomi delle stelle, e se ci sia dentro della gente come noi; le fanciulle, sedute in disparte, con un braccio sulla spalliera della seggiola e la testa reclinata sul braccio, figgono l'occhio senza sguardo sui monti lontani, e pensano. Ma non pensano a quei monti; in quei momenti il loro pensiero si ritrae infastidito da quella solitudine e da quel silenzio severo; in quei momenti, sebbene elle siano in mezzo alla famiglia, si senton sole, abbandonate; sentono che un qualche gran bene lor manca, sentono che nel loro cuore v'ha un grande vuoto, che la vita esse non la vivono intera; e la loro fantasia corre irresistibilmente alla città, s'interna nel tumulto amabile dei balli, cerca e ritrova dei cari aspetti già da lungo tempo dimenticati, gode nel ravvivarne la immagine, nel farsela presente là, al proprio fianco, a partecipare con loro di quella melanconia soave; e contano il tempo che dovranno ancor passare alla villa, e precorrono colla mente quel tempo, e pregustano la gioia del ritorno e del primo rivedere quei vaghi aspetti, e si destano poi da quelle gentili e meste fantasie come da un sogno.

Oh! quell'ora della sera, in campagna, è un'ora mesta. Anche se vi trovaste al fianco della donna che amate, nel colmo della vostra felicità, non vi passerebbero per la mente che delle meste immagini, non vi sonerebbero sul labbro che delle meste parole.

Appunto in quell'ora, la sera di uno dei primi giorni di maggio del milleottocento sessantasei, in una viuzza deserta che correva a traverso la china d'un colle, accanto a uno di que' tabernacoli campestri dov'è dipinta l'immagine della madonna sullo sfondo d'una nicchia, stavano parlando sommessamente fra loro una giovinetta e un soldato; quella seduta sur una grossa pietra addossata a uno spigolo del tabernacolo, coi gomiti appuntellati sulle ginocchia e il mento sulle palme; questi ritto accanto a lei, appoggiato con una spalla al muro e le braccia incrocicchiate sul petto. Aveva in capo il berretto, come usano chiamarlo i militari, da fatica; aveva indosso il cappotto, e ai piedi lo zaino, e su questo un involto. La giovinetta aveva nell'atteggiamento un non so che di abbandonato e di stanco, e tenea gli occhi immobili a terra; un lumicino che ardeva dinanzi all'immagine di Maria le gettava un chiarore velato sul volto mezzo nascoso fra le mani, e lasciava scorgere intorno ai suoi occhi l'impronta d'un lungo pianto. Il soldato, senza cinturino e senz'armi, aveva l'aspetto di un soldato in congedo, ed era tale difatti, e apparteneva ad una delle classi che erano state richiamate alle armi il giorno ventottesimo di aprile, e il settimo giorno dopo la pubblicazione dell'ordine regio si dovevano presentare ai comandanti militari dei circondari. Quel soldato si doveva trovare l'indomani nella vicina città, la quale distava una diecina di miglia, o giù di lì, da quel luogo.

A giudicare dall'atteggiamento suo e della giovinetta, e dai lunghi silenzi che frapponevano alle poche e sommesse parole, pareva ch'essi da lungo tempo fossero là. Sulla via, nè presso a loro nè lontano, non c'era anima viva, e vi regnava un silenzio profondo. Solamente, di minuto in minuto, s'udiva un suono confuso di voci lontane, che veniva da una casa posta ai piè della china, dove appariva e spariva a vicenda qualche lumicino; erano contadini di ritorno dai campi, che, riponendo gli arnesi e spingendo i buoi nelle stalle, parlavano forte fra loro da una parte all'altra dell'aia. Ad un tratto il soldato si staccò dal muro, e, presa per ambe le mani la giovinetta che si levò subito in piedi, le disse con quell'accento di timida pietà che si suol dare alle parole annunziando a una persona cara alcun che di doloroso:—È tardi, sai, Gigia. È ora ch'io vada. Domattina bisogna ch'io mi trovi in città per tempo, e la via è lunga.

Ciò detto, si tacque e guardò nel volto la poveretta. Ella, senza far motto, gli si fece vicina, gli posò tutt'e due le mani sopra una spalla, e vi lasciò cader sopra la fronte, e singhiozzò.—Coraggio, Gigia. Fatti coraggio. Due schioppettate e si torna.