Come si trovasse ridotta la popolazione che rimaneva ne' paesi è facile immaginarlo. Tranne poche città, essendo dappertutto abbandonate o disordinate le amministrazioni comunali, si trascuravano i provvedimenti igienici di più imperiosa necessità. Talora le popolazioni, reputando fermamente che quei provvedimenti fossero inutili, ricusavano di prestarvi l'opera propria, senza la quale essi riuscivano inefficaci, per quanto fosse il buon volere delle Autorità e lo zelo dei pochi cittadini che pensavano ed operavano dirittamente. S'aggiunga che molti paesi erano rimasti senza medici, senza farmacisti, e tutti poi, anche i più grandi, erano desolati dalla miseria che la carestia dell'anno precedente aveva prodotto, e lo scarso ricolto di quell'anno, e l'enorme mortalità avvenuta negli armenti, accresciuto. Falliti gran parte dei negozianti; sospesa la costruzione delle strade ferrate; interrotte molte opere pubbliche provinciali e comunali; molte fabbriche chiuse; gli operai senza lavoro; serrate dapprima le botteghe di oggetti di lusso, da ultimo moltissime delle più necessarie; le officine abbandonate; centinaia di famiglie ridotte a non vivere d'altro che d'erbe e di fichi d'India; in ogni parte la fame, lo scoraggiamento e lo squallore.

Per colmo di sventura si propagava ogni di più e metteva radici profonde nel popolo l'antica superstizione che il colèra fosse effetto di veleni sparsi per ordine del governo, che il volgo di gran parte dei paesi del mezzogiorno, per uso contratto sotto l'oppressione del governo cessato, tiene in conto d'un nemico continuamente e nascostamente inteso a fargli danno per necessità di sua conservazione. In Sicilia, codesta superstizione era avvalorata dal convincimento che il governo si volesse vendicare della ribellione del settembre, e però una gran parte delle misure sanitarie prese dalle Autorità governative incontravano nella plebe un'opposizione accanita, ogni provvedimento aveva il colore d'un attentato, in ogni ordine si sospettava una mira scellerata, da ogni menomo indizio si traeva argomento a conferma del veneficio, in ogni nonnulla se ne vedeva una prova. Gli ospedali, le disinfezioni, le visite dei pubblici officiali, tutto era oggetto di diffidenza, di paura, di abborrimento. I poveri non si risolvevano a lasciarsi trasportare negli spedali che nei momenti estremi, quando ogni cura riusciva inefficace. Morivano la più parte, e per ciò appunto si credeva più fermamente dal volgo che le medicine fossero veleni, e i medici assassini. Preferivano morire abbandonati, senza soccorsi, senza conforti. Non credevano al contagio, e però abitavano insieme alla rinfusa sani ed infermi, famiglie numerose in angusti e immondi abituri, terribili focolari di pestilenza. Occultavano i cadaveri per non esser posti in isolamento, o perchè ripugnavano dal vederli seppelliti nei campisanti, non nelle chiese com'è la costumanza di molti paesi; o per la stolta opinione che sovente gli attaccati dal colèra paiano, ma non siano morti davvero, e rinvengano dopo qualche tempo. Si poneva ogni cura a deludere le ricerche delle Autorità. Spesso si resisteva colla forza agli agenti pubblici che venivano per trarre dalle case i cadaveri corrotti; si gettavano questi cadaveri nei pozzi, si sotterravano segretamente nell'interno delle case. In alcuni paesi, per trascuranza delle Autorità o per difetto di gente che si volesse prestare al pietoso ufficio, i cadaveri, comunque non contesi dai parenti, si lasciavano più giorni abbandonati nelle case, o venivano gettati e lasciati scoperti nei cimiteri, o si ricoprivano di poche palate di terra, così che intorno intorno ne riusciva ammorbata l'atmosfera, e non si trovava più chi volesse avvicinarsi a que' luoghi, e bisognava scegliere altri terreni alle sepolture. I pregiudizi volgari venivano segretamente fomentati dai borbonici e dai clericali. Eran sospetti di veneficio tutti gli agenti della forza pubblica, i carabinieri, i soldati, i percettori delle dogane, gli officiali governativi. In alcuni paesi della Sicilia era sospetto di avvelenamento qualunque italiano del continente; in qualche luogo tutti indistintamente gli stranieri erano sospetti. Si spargevano e si affiggevano per le vie proclami sediziosi, eccitanti alla vendetta ed al sangue. Tratto tratto le popolazioni armate di falci, di picche, di fucili, si assembravano, percorrevano tumultuosamente le vie del paese cercando a morte gli avvelenatori; minacciavano o assalivano le caserme dei carabinieri e dei soldati; irrompevano nelle case dei medici, e le mettevano a sacco; si gettavano nelle farmacie e vi distruggevano e disperdevano ogni cosa; invadevano l'ufficio del comune, laceravano la bandiera nazionale, abbruciavano i registri e le carte; costringevano le guardie nazionali a batter con loro la campagna in traccia degli avvelenatori; andavano a cercarli nelle case; credevano d'averli rinvenuti, li costringevano coi pugnali alla gola a immaginare e confessare dei complici, li trucidavano, ne straziavano i cadaveri e li abbruciavano nelle vie e nelle piazze del paese. Intere famiglie, accusate di veneficio, venivano improvvisamente aggredite di notte da turbe di popolani, e vecchi, donne, bambini cadevano sgozzati gli uni ai piedi degli altri senza aver tempo di scolparsi o di supplicare; si ardevano le case e se ne disperdevano le rovine. A Via Grande, a Bel passo, a Gangi, a Menfi, a Monreale, a Rossano, a Morano, a Frassineto, a Porcile, nel Potentino, nell'Avellinese, in cento altri luoghi, continui assembramenti e ribellioni e delitti orrendi di sangue.

Ogni giorno il popolo trovava una pietra, un cencio, un oggetto qualsiasi, che credeva intriso di veleno. Si recava in folla dal sindaco portando l'oggetto avvelenato, faceva venir medici e farmacisti a sperimentarlo, e voleva che i resultati dell'esperimento fossero com'ei riteneva che dovessero essere, o dava in minaccio e in violenze. In alcuni paesi la forsennatezza del volgo era giunta a tal segno, che gran parte dei cittadini, dal continuo pericolo di venir accusati come avvelenatori ed uccisi, s'eran trovati costretti a barricarsi in casa con qualche provvisione di cibo, vivendo così nascosti e rinchiusi come prigionieri. Ciò destava più forti i sospetti, si assalivan le case, ne seguiva una lotta. Nei luoghi e ne' giorni in cui per la mitezza del morbo il volgo era meno brutalmente feroce, gli accusati di veneficio eran soltanto vituperati e percossi, e poi trascinati, lordi di sangue, al cospetto del sindaco. Alle volte i funzionari municipali, impauriti dall'esasperazione della folla, non ardivano tentar di distorla dai suoi propositi di sangue ed esortarla a risparmiare quegli infelici, e rispondevano, come fecero nel villaggio di San Nicola, che «se ciò che ne facesse pareva più opportuno.» E la risposta non era ancor detta intera, che quegli sventurati giacevano a terra immersi nel sangue, e non serbavano più traccia di sembianza umana. I municipi, dove se ne eccettuino quei delle città principali, minacciati com'erano e violentati ogni giorno, avevan perduto ogni autorità, e riuscivano impotenti a mettere in atto le misure più rigorosamente necessarie alla pubblica sanità; chè anzi erano costretti a prevenire e compiere ogni desiderio o volere della plebe, a fine di evitare più deplorabili danni. Dapprima il popolo imponeva che non si lasciasse entrare in paese anima viva, e il municipio stabiliva un rigoroso cordone attorno al paese, e ogni commercio cessava; ma appena si cominciavano a risentire i danni di questa cessazione di commercio, il popolo voleva che il cordone fosse tolto; rincrudiva il morbo, e un'altra volta si doveva porre il cordone. E lo stesso accadeva per tutti gli altri provvedimenti, ora voluti, ora disvoluti, secondo che la morìa cresceva o descresceva, secondo che la stravolta fantasia del volgo, per il vario manifestarsi di qualche indizio supposto, li reputava salutari o venefici.

Insomma ogni cosa era sossopra; in ogni luogo un desolante spettacolo di miseria e di spavento; le campagne corse da turbe d'accattoni e sparse d'infermi abbandonati e di cadaveri; i villaggi mezzo spopolati; nelle città cessata ogni frequenza di popolo, deserto ogni luogo di pubblico ritrovo, spento in ogni parte lo strepito allegro della vita operaia, le strade quasi deserte, le porte e le finestre in lunghissimi tratti sbarrate, l'aria impregnata del puzzo nauseabondo delle materie disinfettanti di cui le strade erano sparse; da per tutto un silenzio cupo, o un interrotto rammarichìo di poveri e d'infermi, o guai di moribondi o grida di popolo sedizioso. A tale si trovaron ridotte le popolazioni di molte provincie della Sicilia e del basso Napoletano, e fors'anco il quadro ch'io n'ho fatto non ritrae che assai pallidamente i terribili colori della verità.

Ma il sentimento doloroso che ci si desta in cuore alla memoria di quei giorni funesti, più che dalla notizia degl'immensi danni che il colèra produsse, vien forse dal pensare come la parte maggiore di cedesti danni sia derivata dall'ignoranza quasi selvaggia dei volghi, e in generale dalla pochezza d'animo dei cittadini di tutte le classi. L'effetto più sconsolante, quantunque non inutile, di codesta sventura del colèra, è forse stato quello di averci mostrato che nella via della civiltà siamo assai più addietro che non si soglia pensare, e che il cammino che resta a farsi è assai più lungo che non paresse dapprima, e che bisogna procedere più solleciti e più risoluti. Sarebbe, in vero, assai difficile il dimostrare che in occasioni consimili di tempi assai meno civili dei nostri la forsennatezza volgare sia andata più oltre e abbia dato di sè più deplorabili prove, e che, nella generalità del popolo, oggi più che allora, dinanzi alle sventure e ai pericoli comuni la ragione l'abbia avuta vinta sull'istinto, la carità sull'egoismo, il dovere sulla paura.

Ma che faceva l'esercito?

Il disordine delle amministrazioni e lo sconvolgimento e la paura generale avevano spirato audacia ai malandrini e ai briganti, e dato occasione che ne sorgessero dei nuovi, e gli uni e gli altri percorrevano le città e le campagne commettendo ogni maniera di furti e di violenze. La truppa, che non poteva cessare di dar la caccia a costoro, per quanto l'opera sua fosse indispensabile altrove, si trovava stretta così da mille obblighi diversi, gli uni più degli altri pericolosi e faticosi. La forza numerica dei corpi, che già era scarsa di fronte ai bisogni dei tempi ordinari, riusciva affatto insufficiente per provvedere nello stesso tempo al servizio degli ospedali, ai cordoni sanitari e alla pubblica sicurezza. Tutti questi servigi eran però fatti dovunque, scompartendo la forza quanto più fosse possibile minutamente; onde quasi dappertutto seguiva che i soldati non dormissero mai due notti di seguito in caserma, e mangiassero, non più ad ore prestabilite, ma così alla sfuggita quando e dove ne avessero il tempo ed il modo. Continuo moto, continua fatica, appunto in quei giorni che sarebbe stato necessario il riposo, la tranquillità e ogni specie di riguardi. Non è a dirsi quanto la salute dei soldati ne scapitasse, e come da quella maniera di vita fosse resa presso che inutile la maggior cura che si poneva nella pulizia delle caserme, nella scelta dei viveri, e in molte altre cautele imposte dai superiori, e diligentemente, sotto la loro sorveglianza, osservate.—

Ma questi servigi erano tuttavia i meno gravosi perchè, se non sempre, ordinariamente però erano prestati da ciascun soldato ad intervalli di tempo costanti, benchè brevissimi, e regolarmente stabiliti; per cui alle fatiche e ai pericoli s'andava incontro coll'animo preparato. I servigi più duri erano quelli imposti tratto tratto da inattesi tumulti popolari, nel cuore della notte, qualche volta simultaneamente in vari punti dello stesso paese; e un pugno di soldati doveva uscire contro una moltitudine armata che li superava di numero cento volte, e batteva furiosamente alle porte della caserma e lanciava sassi alle finestre e minacciava di appiccare il fuoco alla casa, gridando «morte agli avvelenatori, morte agli assassini del popolo!» e ogni altra maniera di vituperi. Le grida furenti risuonavano improvvisamente nei silenziosi dormitori, i soldati balzavano dal letto esterrefatti, si vestivano in furia, accorrevan gli ufficiali, si poneva mano alle armi, si scendevano precipitosamente le scale, si faceva impeto sopra la folla. La folla si apriva, si sparpagliava, tornava ad accalcarsi, urlando, fischiando, gittando sassi, e i soldati un'altra volta facevano impeto, e un'altra volta la folla si sperdeva, e avanti così per delle ore, per tutta la notte, molte volte per tutta la mattina seguente. Quando gli assembramenti eran di poca gente uscivan disarmati, tentavano di quetarli colle buone parole, colla persuasione, coll'amorevolezza; ci riuscivano tal volta; tal altra erano aggrediti, percossi, e allora ritornavano di corsa alla caserma, s'armavano, uscivano di bel nuovo; i sediziosi si rinchiudevano nelle case, traevano le fucilate dalle finestre; bisognava gettar giù le porte, penetrar nelle case, venire alle mani. Il giorno continue fatiche; la notte sonni brevi ed interrotti; ansietà e pericolo sempre.

Oltre tutto ciò, nella maggior parte dei paesi, bisognava che i soldati andassero a levar via i cadaveri dalle case, a trasportarli ai cimiteri sui carri del reggimento, a scavar le fosse e seppellirli. Talora il popolo vi si opponeva fieramente; bisognava penetrare nei suoi luridi abituri colle baionette alla mano, impadronirsi dei cadaveri a viva forza. Questi cadaveri bisognava qualche volta andarli a cercare per la campagna, e quando le braccia dei soldati non bastavano all'uopo, era mestieri obbligare i contadini a prestar l'opera loro, minacciandoli, trascinandoli. Bisognava impedire alla gente di fuggir dai paesi, inseguirla, ricondurla alle proprie case, tradurvela proprio a forza, pigliando pel braccio uno ad uno intere famiglie di pezzenti, torme di fanciulli e di donne che rompevano in pianti e grida disperate.

In tutti i corpi, in tutti i distaccamenti si facevano collette di danaro per le famiglie più indigenti; in alcuni paesi si distribuiva ogni giorno una quantità di pane; altrove di carne e minestra; dove non si poteva dar altro, si davan gli avanzi del rancio, si dava della paglia, dei panni vecchi, qualche cosa. In molti corpi si costituirono comitati di soccorso permanenti; gli ufficiali andavano ogni giorno in volta per le case dei poveri, a recar soccorsi, a dar consigli, a invigilare; i soldati somministravano agli ospedali i pagliericci dei loro letti, si offrivano spontanei di andare ad assistere gl'infermi nei lazzeretti e nelle case private, e v'andavano e vi facevano coraggiosamente e lietamente il loro dovere sino all'estremo. Nei paesi rimasti privi di farmacisti andavan essi a distribuire le medicine nelle botteghe, sorvegliati dai medici militari, e le portavano alle case dove occorrevano. In altri luoghi, dov'eran chiuse persino le botteghe degli alimenti più necessari alla vita, fattele aprire a forza, provvedevano essi stessi o soprintendevano alla vendita. Spesso eran costretti a tener aperti i mercati, parte sorvegliando lo spaccio dei generi, parte tutelando l'ordine e la pace continuamente minacciata. Frequentissimamente, sia nei villaggi che nelle città, dovevano impastare e infornare il pane, lavoro che non si volea far da alcuno per la idea che sudando si contraesse il colèra; e non di rado si riducevano a spazzare le strade e le case dei poveri insieme ai carabinieri e alle guardie di sicurezza pubblica perchè non c'era chi si volesse sobbarcare a una fatica, dicevano, così gravemente pericolosa. Incarichi meno umili, ma assai più inusati e difficili, toccavano spesse volte agli ufficiali, che dovean farla da sindaci nei villaggi disertati dalle autorità, e talora da medici, e sempre da limosinieri e da missionari di civiltà in mezzo a popolazioni stupidite ed esasperate dalla paura e dai patimenti, e accese di passioni feroci. Lo stesso era dei medici militari, a cui oltre la cura de' soldati incombeva quasi da per tutto quella del popolo, del quale bisognava che prima essi distruggessero i pregiudizi e vincessero le repugnanze e gli odi ragionando e pregando. Lo stesso dei comandanti dei corpi, incalzati da mille bisogni, stretti da mille difficoltà, affollati da mille cure, sempre in apprensione per la loro truppa divisa e sparsa di qua e di là, continuamente in giro e in pericolo. Per tutti poi un immenso dolore: quello di dovere ogni giorno dire addio per sempre a tanti bravi soldati, a tanti buoni compagni, a tanti amici da lungo tempo diletti.