Ma tutti questi servigi, questi sacrifizi, queste opere di carità, che pure accennate di volo, come io le accennai, bastano a destare in petto d'ogni buon cittadino un palpito di entusiasmo riconoscente, non possono tuttavia, come già dissi, estimarsi e lodarsi quanto si conviene ove intimamente non si conosca con che cuore venissero fatte e in che modo. Questo è ciò che ho in animo di dire e che importa si conosca particolarmente da coloro i quali negli atti generosi dei soldati non sogliono vedere ed apprezzare che gli effetti immediati e necessari della disciplina che comanda e castiga; non mai gli effetti naturali e spontanei del cuore, che quella stessa disciplina educa, ingentilisce e feconda. È vero, in fatti, che nelle congiunture dei tempi ordinari, quando il soldato non capisce o non vede o vede troppo alla lontana il frutto dell'obolo che gli si richiede a sollievo di qualche pubblica sventura, o quando non comprende di qualche altro sacrifizio la necessità imperiosa e può credere che vi sia chi lo possa o lo debba fare in sua vece, è vero che, in tali congiunture, i desiderii o gl'inviti dei superiori assumono in più delle volte, se non la forma, l'intenzione però e l'efficacia di comandi diretti e assoluti, onde agli atti che ne seguono non si può attribuire il merito della spontaneità; ma questo, per cause diverse, non poteva accadere nell'occasione del colèra. Perchè allora, nella massima parte dei casi, i soldati capivano, vedevano chiaramente che la salute dei paesi in cui si trovavano era riposta nelle loro mani; che in certi momenti estremi non c'era altri che loro da cui potessero scongiurarsi certe estreme sventure; d'ogni loro atto, d'ogni loro sacrifizio erano immediati ed evidenti gli effetti; per ogni moneta, per ogni tozzo di pane ch'essi porgessero era là pronta la mano scarna d'un affamato ad afferrarlo; la pietà era tenuta viva dallo spettacolo continuo della sventura, e non c'era luogo ad alcun dubbio o ad alcuna diffidenza che il sentimento di quella pietà intepidisse o facesse esitare. Nè si può ragionevolmente supporre che l'influenza dei superiori avesse parte nelle opere caritatevoli che non erano fatte per obbligo di servizio o per altra necessità assoluta, poichè quelle necessarie e obbligatorie erano sì frequenti e sì gravose per sè, che nessun superiore avrebbe potuto pretenderne dell'altre senza che proprio gliene rimordesse la coscienza. Di più, essendo i corpi scompartiti in un gran numero di piccolissimi distaccamenti, e quegli stessi distaccamenti operando il più delle volte suddivisi, l'azione che potevano esercitare i superiori sui loro subordinati per ottenerne qualcosa più in là del dovere, era tenuissima; sarebbe anco stata insufficiente a far sì che ciò ch'era di dovere si facesse, se di quell'azione ci fosse stata la necessità. Per altra parte le stesse prescrizioni dei superiori non giungevano mai sin là dove l'opera dei soldati giungeva, poichè certi sacrifizi son di tale natura, da non potersi imporre per nessun fine e in nessuna maniera; e i lettori vedranno quali essi siano, e quanto e come gli ufficiali e i soldati d'ogni corpo gli abbiano compiuti. Ma se tutte queste ragioni non bastassero a convincere gl'increduli, o paressero poi troppo vivi e fantastici i colori del quadro che porrò sotto gli occhi ai lettori, ci sarebbe pur sempre, a conferma di ciò che ho asserito, la testimonianza unanime delle popolazioni, e quella, non per tutti valevole, ma per me sicurissima e sacra, dei tanti miei compagni d'arme ed amici che videro e narrarono quel che han fatto i loro soldati e come l'han fatto, coll'anima compresa di tenerezza, di gratitudine e d'orgoglio. Dal lume dei loro occhi e dal suono della loro voce io attinsi il profondo convincimento che mi move il cuore e la penna.

Entriamo dunque nelle caserme; andiamo in mezzo ai soldati.

Per solito le compagnie non si trovavano riunite che la sera, nel dormitorio, all'ora della ritirata. Aspettando il segnale del tamburo per la visita, i soldati si raccontavano l'un l'altro quello che avevan visto e fatto nella giornata, parte seduti sui letti, parte appoggiati alle finestre, parte in crocchio nel mezzo dei cameroni. Non più quel moto, quei canti, quelle risa, quel frastuono assordante di grida festose, per cui, nei tempi ordinari, è così bella a vedersi la sera delle caserme. La più parte dei soldati stavano immobili, e non si sentiva che un bisbiglio sommesso, interrotto qua e là da qualche esclamazione di meraviglia o d'ira o di pietà, e tratto tratto lunghi intervalli di silenzio, in cui si sarebbe detto che tutti dormivano. I soldati che arrivavano a mano a mano, andavano cheti al loro letto e, posato il cinturino e il cheppì, entravano nei crocchi, ciascuno a riferire l'ultima voce raccolta nel paese, ch'era quasi sempre voce di sventura. Chi noi sapesse altrimenti, avrebbe potuto capire che cosa in que' crocchi si diceva e si pensava, guardando in ogni camera le poche faccie rischiarate dal lumicino posto sopra la porta.

—Lo sapete? A Grammichele hanno ucciso un carabiniere; i soldati l'hanno trovato morto in un fosso; dicono che aveva la faccia tutta pesta e sformata che non si riconosceva più, e le braccia e le gambe mezzo rosicchiate dai cani.—Qualcuno domandava perchè l'avessero ucciso.—Perchè avvelenava la gente.—Un sorriso amaro sfiorava la bocca degli ascoltatori.—Avete intesa la notizia? A Belpasso hanno assassinato il delegato di pubblica sicurezza.—A Monreale hanno preso a fucilate i bersaglieri.—In Ardore hanno ammazzato e sbranato il capitano della guardia nazionale e il sottotenente Gazzone.—Nel tal altro paese hanno affisso ai muri un proclama in cui è detto che i soldati bisogna scannarli e bruciarli quanti sono e distruggere dalle fondamenta tutte le caserme....—Ma tutto questo perchè?—Perchè avveleniamo la gente, avete capito?—

S'udiva un rullo di tamburo; la compagnia si schierava, si faceva l'appello; metà dei soldati mancavano. Il furiere leggeva i nomi, e ad ognuno che mancasse, il caporale di settimana, ritto accanto a lui col taccuino in mano, gli veniva suggerendo a bassa voce:—È infermiere al lazzeretto—, è di pattuglia in campagna—, è di ronda in paese—, è di servizio al camposanto,—è morto,—e a quest'ultime parole seguiva nelle file un movimento di sorpresa e un mormorio di compassione.—Silenzio!—gridava il furiere;—attenti al servizio di domani.—E leggeva i nomi di quelli ch'eran destinati ai vari servizi per il giorno dopo, e il più delle volte eran quasi tutti i presenti. Nessuno fiatava. Qualcheduno, all'udire il suo nome fra i destinati al servizio d'infermiere negli ospedali, non poteva dissimulare un senso di ripugnanza e di rincrescimento e alzava gli occhi scrollando la testa.—Che cosa c'è?—interrogava subito bruscamente quello fra i sergenti che l'avesse veduto.—Oh.... nulla—Dunque fermo.—E il poveretto non si moveva più, ed era quella la più grave protesta che facessero tratto tratto i più indocili e i più arditi.

Le sere dei giorni in cui il colèra aveva mietuto nel paese e fra la truppa una più larga mèsse di vite, si vedevano tutti quei soldati intenti all'appello con una immobilità che parevano statue, e le loro faccie erano atteggiate a un'espressione che aveva più dell'attonito che del triste, essendo quell'anime, più che addolorate, sbalordite dall'eccesso delle sventure.—Il tale?—domandava il furiere.—È stato colto dal colèra un minuto fa; l'han già portato al lazzeretto,—rispondeva il caporale.—Il tal altro?—Il chiamato rispondeva di mezzo alle file:—Presente—ma con una voce forzata e manchevole, in cui si sentiva l'effetto della notizia dolorosa. E seguiva un silenzio più profondo del consueto.

Quelle sere l'ufficiale soleva dire qualche parola d'incoraggiamento e di conforto. Si metteva dinanzi al centro della compagnia, scorreva con una lunga occhiata le faccie della prima riga, e diceva poi quello che aveva a dire, terminando quasi sempre con un—fatevi coraggio—seguìto da un leggero movimento delle file che voleva dir—grazie. Un cenno al furiere, una parola al sergente di settimana, e poi—buona notte—aggiungeva quasi senza accorgersene, come cedendo a un moto imperioso del cuore, e se n'andava. E i soldati l'accompagnavano con uno sguardo che valeva assai più d'un addio. Quante volte, uscendo da quel camerone, l'ufficiale si sarà detto mestamente:—Forse domattina non ci saranno più tutti i miei poveri soldati!—E quante volle i soldati, vedendo uscir l'ufficiale pallido e stravolto, e dietro a lui l'ordinanza coll'espressione sul volto d'un doloroso sospetto, avranno detto fra loro:—Forse il nostro ufficiale non lo rivedremo mai più!—

Andato via l'ufficiale, il furiere distribuiva le lettere. Oh una lettera di casa, in quei giorni, in quei luoghi! I fortunati che sentivan dire il proprio nome, non potevan frenare l'impeto della gioia; s'impazientivano, stropicciavano i piedi, tendevan le mani.—A me.—Mi dia la mia.—A me non me l'ha ancora data.—E a me non me la dà più?—Silenzio, e fermi al vostro posto!—gridava il furiere. E subito tutti zitti e fermi come di marmo, con che sforzo, pensatelo voi, a dover domare quella febbre. Il furiere stava lì un momento a guardarli con un brutto cipiglio, poi dava le lettere, la compagnia si scioglieva in silenzio, e ognuno andava a letto.

A notte avanzata, coloro che non potevano dormire udivano pei cameroni silenziosi un rumore di passi lenti e di voci sommesse, e levando la testa vedevano l'ufficiale di picchetto e il sergente di settimana trascorrere lungo le file dei letti, fermarsi dinanzi a quei ch'eran vuoti, l'uno domandarne e l'altro renderne conto, rimanendo poi tutti e due, al momento di uscire, un po' di tempo immobili sul limitare della porta, e come assorti in un pensiero comune. Era ben facile l'indovinare quel pensiero!—Se accade qualcosa—diceva sottovoce l'ufficiale,—mi venga subito a avvisare. Speriamo che non ci sarà nulla.—Speriamo.—E questa parola era sempre accompagnata da un sospiro, che rivelava un sentimento assai diverso, e il più delle volte, pur troppo, assai più fondato. Forse, un'ora dopo quell'espressione di speranza, i soldati eran desti improvvisamente da uno scoppio di grida acute o di languidi lamenti, e vedevano i loro compagni balzare in piedi, affollarsi attorno a un letto, sopraggiungere a passi concitati l'ufficial di picchetto, il dottore, i soldati di guardia, e indi a poco tutti far largo, e quattro di quei soldati allontanarsi portando un pagliericcio con suvvi disteso un morente, e poi un po' di bisbiglio, e finalmente tutti un'altra volta a letto, e silenzio come prima. La mattina, appena desti—Caporal di settimana—domandavano ansiosamente i soldati....—ebbene?—Morto.—Morto!—E si guardavano l'un l'altro nel viso.

In molti corpi, e in qualcuno più d'una volta, si dette il caso che fossero nello stesso tempo presi dal colèra un ufficiale e la sua ordinanza. E in tutti quei corpi, io l'udii raccontare cento volte, seguì questa scena. La sera, dopo fatta la visita, il furiere annunziava alla compagnia la disgrazia ch'era accaduta.—Chi vuoi assistere l'ufficiale?