—Io.—Io.—Anch'io.—Ma se l'ho già detto io, è inutile che lo dica anche tu.—Oh guarda! son padrone di dirlo anch'io.—Ma se son stato io il primo.—Ma se ti dico....

—La volete o non la volete finire?—gridava il furiere?—Tutti tacevano.—Lo assisterete voi—e indicava il soldato che s'era offerto pel primo. E questi faceva un sorriso di trionfo, e quegli altri si rassegnavano a stento. L'indomani mattina, prima dell'alba, il generoso infermiere era accanto al letto dell'ufficiale malato, e là passava i lunghissimi giorni, solo, muto, intento, e vegliava le notti al lume d'una lanterna, seduto sur una seggiola in un canto della stanza. Oh chi fosse stato là presente quando l'infermo, cominciando a riaversi e guardandosi intorno e non riconoscendolo sua ordinanza, domandava:—Chi sei?—e poi, inteso il nome:—Chi t'ha mandato?—E il buon soldato rispondeva:—Son io che ho voluto venire...—E perchè?—Oh non si può esprimere quel che rispondevano allora gli occhi di quel soldato, e quel che passava nel suo cuore stringendo la scarna mano che si protendeva a cercare la sua! Qualche altra volta, invece, egli ritornava dopo pochi giorni alla caserma, e appena entrato andava a sedere sul letto e si metteva a frugare colla spilla del fucile dentro il luminello, che è una faccenda per cui occorre tener bassa la testa e si possono così nascondere gli occhi.

Gli ufficiali andavano assiduamente a visitar gl'infermi negli ospedali, e ci andavano per lo più molti assieme per aver agio di fermarsi al letto di tutti, e così nessuno avesse motivo di rattristarsi e disanimarsi, vedendo visitati i suoi compagni e non sè. Quelle visite eran diventate un bisogno pei poveri malati. A quell'ora solita essi sentivano giù per le scale il rumore di quelle sciabole, il suono di quelle voci, correvano subito coll'occhio ad aspettarli alla porta, e quand'essi apparivano e si sparpagliavano per le camere dell'ospedale, tutte le faccie si rasserenavano, ed anco negli occhi immobili dei più aggravati errava un qualche lieve lume di speranza e di consolazione. Poveri giovani! C'era dei giorni che il rumor delle sciabole si faceva sentire un'ora più tardi, ed essi in quell'ora stavan tutt'occhi e tutt'orecchi al più lieve strepito, al più piccolo moto; ogni momento credevano di sentir quei passi e quelle voci, e andavan fantasticando quali impedimenti potevano esser sorti, quali disgrazie accadute, e in quello stato d'ansietà il senso del male si faceva più vivo.—E non vengono, e non verranno più, e io sto così male, e non potrò più durarla fino a domani, e morirò solo.... oh! eccoli!—Questo momento era d'una dolcezza da non potersi significar con parole.

Gl'infermieri degli ospedali militari eran tutti soldati, si sa; ma in molti paesi lo eran pure gl'infermieri degli altri ospedali, e lo furono per tutto il tempo che non si trovò nel popolo chi volesse prestarsi a quel servizio, neanco colla promessa di larghissime paghe, chè la paura della morte vinceva ogni cupidità di danaro come ogni sentimento di pietà. A quell'ufficio i soldati si offrivano spontaneamente. L'ufficiale di settimana domandava:—Chi vuol andare?—Mezza compagnia faceva un passo innanzi o alzava una mano. Quando la domanda era fatta a un intero battaglione, in piazza d'armi, in presenza di molto popolo, la risposta era uno spettacolo solenne.—Un giorno alle falde del monte Pellegrino, presso Palermo, sei o sette compagnie del 53º reggimento di fanteria stavano ferme e schierate in battaglia dopo aver terminato gli esercizi, quando il colonnello e un maggiore, tutti e due a cavallo, si vennero a porre dinanzi alla compagnia del mezzo, e il primo fe' atto di voler parlare. Gli ufficiali ordinarono il silenzio. Il colonnello disse ad alta voce dello stato infelicissimo in cui versava la città,—erano i giorni in cui il colèra infieriva più terribilmente,—degli ospedali che difettavano d'infermieri, del debito che incombe ad ogni buon cittadino di prestar l'opera sua a sollievo delle pubbliche sventure, e terminò dicendo più forte:—Non v'impongo un dovere; vi esorto ad un sacrifizio; liberi tutti di rispondere sì o no, secondo che detta il cuore. Ma prima di acconsentire misuri ciascuno le forze dell'animo suo e pensi che l'ufficio d'infermiere è nobilissimo, ma grave, e non senza pericoli, e che bisogna prestarlo con gran coraggio e con grande affetto, o rifiutarlo. Coloro che si profferiscono si mettano a «ginocc-terr».

Quasi in un sol punto tutta la linea di battaglia si chinò come a un grido di comando, e al di sopra delle teste apparirono ritti e distinti i quattrocento fucili.

Il colonnello si voltò indietro e disse vivamente:—Maggiore!

Questi gli rispose con uno sguardo.

Ma dove più mirabilmente si esercitava la carità dei soldati era nel soccorrere i poveri.

«Quando io andava in caserma,—mi raccontò un ufficiale del 54º, ch'era stato un pezzo comandante di distaccamento a S. Cataldo,—ero ogni giorno accompagnato da uno sciame di poveri; le donne indietro coi bambini in collo, dinanzi ed ai lati i ragazzi colle mani tese, lamentando e piangendo. Un altro branco d'accattoni m'aspettava alla porta, e tutti insieme poi mi circondavano, mi si stringevano addosso, mi afferravano per le falde, m'intronavano di gemiti e di grida supplichevoli. Avevo un gran da fare a liberarmene, e il più delle volte non ci riuscivo se i soldati di guardia non venivano ad aiutarmi, rompendo la folla a furia di spintoni e di minacce. E molte volte le minacce a voce non bastavano; bisognava por mano alle baionette e far l'atto di ferire, e solamente allora cominciavano a levarmisi d'attorno; ma per poco, chè s'io non ero lesto a infilar la porta del quartiere, tornavano daccapo. Molti di quegli infelici stavan tutto il giorno seduti in terra dinanzi alla porta; alcuni vi dormivan la notte; nessuno poi vi mancava all'ora del rancio, quando i soldati portavan fuori le marmitte cogli avanzi della minestra. E allora era un rimescolamento, un urlìo da non potersi quetare nemmeno colla forza. Affamati com'erano da non reggersi in piedi, ognuno voleva essere il primo ad avere la sua cucchiaiata di brodo, si gettavan tutti assieme sulle marmitte, vi cacciavan dentro le scodelle a dieci a dieci, respingendosi e percotendosi l'un l'altro e urlando come forsennati, donne, vecchi, fanciulli, alla rinfusa; tutte faccie scarne, con una certa espressione tra bieca e insensata, che destava in un punto paura e pietà; sordidi, cenciosi, seminudi, in uno stato che mettevan ribrezzo. In que' momenti i soldati li lasciavano fare, nè io poteva pretendere che li tenessero a dovere, a meno che si fosse risoluti a far del male a qualcuno; ma, appena cessata la confusione, essi chiamavano in disparte, ad uno ad uno, i fanciulli e le donne che pel solito eran rimasti a bocca asciutta, e davan loro da mangiare, tenendo indietro tutti gli altri che in un momento si riaffollavano e ricominciavano a chiedere. E questo era un affar di tutti i giorni. Non parlo dei soldati ogni momento fermati per le vie da famiglie intere di mendicanti, attorniati, perseguitati, tanto che s'eran ridotti a non uscir più di caserma e a contentarsi di passeggiar nel cortile. Eppure amavano meglio di stare in quel paese dove i poveri non li lasciavano in pace, anzichè in quegli altri dove li fuggivano per paura del veleno; chè anzi in quello stesso esser tanto implorati e importunati, in quel vedersi, in certo modo, fatti schiavi della povera gente, essi trovavano una specie di compiacimento, ed era quell'intima dolcezza che nasce dalla pietà quando la si può esprimere ed esercitare colla beneficenza. E la pietà la sentivano quei buoni soldati, e la beneficenza la esercitavano col miglior cuore del mondo. Non solamente facevan delle limosine ciascuno per conto proprio quando lo potevano e se ne offeriva l'occasione; ma ogni volta che io, essendoci costretto da qualche supremo bisogno del paese, ricorsi alle loro povere borse dopo aver dato fondo alla mia, li trovai sempre tutti, non un solo eccettuato, tutti generosamente disposti a dar tutto, fin l'ultimo sigaro, fin quel po' di vino che bevevano la domenica coi pochi soldi risparmiati nella settimana. Non dimenticherò mai come fu fatta l'ultima colletta per una famiglia del paese a cui erano morti di colèra il padre e la madre; una famiglia tutta di femmine, delle quali la maggiore aveva dodici anni.—Veda se può raccogliere qualcosa,—dissi al sergente.—Egli mi rispose:—Vedrò; ma c'è da aspettarsi poco o nulla; oramai n'han quasi più bisogno loro che la gente del paese.—Capisco—gli soggiunsi;—provi ad ogni modo; per quanto riesca a far poco, qualcosa sarà sempre meglio che niente.—Andò su nel dormitorio; i soldati stavan tutti seduti sul pavimento, in circolo, come attorno a una gran tavola, e mangiavano e chiacchieravano, con quella poca allegria che era possibile in quei giorni e in quei luoghi. Il sergente s'avvicinò.—Attenti un momento!—Tutti tacquero.—Ieri mattina, qui in paese, sei bambine sono rimaste senza padre e senza madre. Chi vuol dar qualcosa tanto per non lasciarle morire di fame?

I soldati si guardarono in viso come per dirsi:—Che cosa possiamo dare oramai? La coperta del libretto di deconto per farla bollire?