Entriamoci un istante, e là daremo l'ultimo saluto ai nostri buoni e bravi soldati.
Verso la fine del settembre di quell'anno, un soldato del 9º reggimento di fanteria mi scrisse una lettera da Catania, pregandomi di dire in un giornale militare quel che avean fatto per lui e pe' suoi compagni gli ufficiali del suo reggimento. Era stato malato di colèra, n'era quasi affatto guarito, e mi scriveva da un convento dove il suo colonnello aveva impiantato un ospedale pei convalescenti, ed egli vi si trovava da più d'un mese, «...E ci troviamo qui—dice la lettera—dopo tanti rischi e tante disgrazie, ancora vivi per miracolo.»—Poi una lunga descrizione del convento, posto sopra una piccola collina e tutto cinto di bei giardini dove i convalescenti potevano andare a diporto; con un cortile spazioso e sparso di grandi alberi fronzuti, all'ombra dei quali essi solevano passare una gran parte della giornata discorrendo, o leggendo, o giocando a dama coi sassi. Mi diceva poi che ognuno di loro aveva per sè una celletta a terreno colla finestra sul giardino, e che nella sua l'ellera s'era arrampicata attorno all'inferriata e tra sbarra e sbarra v'entravan dentro i rami d'un albero. «Abbiamo il nostro bel letto—scriveva—il nostro tavolino, le nostre due seggiole, e abbiamo posto affetto a queste stanzuccie come se fossero casa nostra, e nella mia tengo tutto in ordine, tutto pulito, con gran scrupolo, proprio come una donna che non abbia il capo ad altro che alla famiglia e alla casa.» Poi mi parlava del mangiare che era squisito, e si spandeva in elogi e in ringraziamenti ai direttori dell'ospedale. «Bisogna dirlo, si mangia bene. Si figuri: carne mattina e sera, e un buon brodo e un buon vinetto. Siamo contentoni. In caso che lei voglia stampare qualche cosa di quel che le ho scritto mi faccia un piacere, stampi anche i nomi di quelli a cui dobbiamo tutte queste cure. Sono il luogotenente colonnello Croce e il capitano Mirto, i due direttori dell'ospedale. E anche il dottor Longhi, che per i soldati ha fatto tutto quello che un uomo poteva fare, e noi gli vogliamo un bene dell'anima.» Poi descriveva i crocchi dei convalescenti seduti all'ombra degli alberi nel cortile, pallidi, smunti, cogli occhi infossati, che discorrevano dei casi avvenuti, dei pericoli corsi, dei mali patiti, e si confortavano nel pensiero delle famiglie lontane, a cui presto o tardi sarebbero pur ritornati «e con che cuore—soggiungeva—se lo immagini lei, dopo tanto tempo, dopo tante vicende, dopo una malattia di questa sorta!» In quella lettera, scritta così semplicemente e con tanta ingenuità, io sentii in certo modo trasfusa quella pace, quella calma stanca e soave che doveva regnare in quel silenzioso recinto; la prima volta ch'io la lessi mi parve di vedere quei poveri volti scarni e di sentire quelle voci fievoli e lente.—A una cert'ora venivano al convento gli ufficiali a visitare i soldati delle loro compagnie. Era una festa. Si vedevano quei buoni giovani levarsi in piedi stentatamente, portare la cerea mano al berretto, e rispondendo all'interrogare premuroso dei loro ufficiali, significare l'interna gratitudine con un sorriso in cui l'affetto e il rispetto si temperavano e si avvaloravano a vicenda nel più caro e più gentile dei modi...—La lettera del mio soldato terminava a questo punto, ed io termino con lui, termino con l'immagine viva dinanzi agli occhi di quel sorriso di gratitudine, che m'intenerisce e m'esalta.
Il colèra del sessantasette fu per l'esercito, non meno che pel paese, una grande sventura; ma non senza frutto.
L'esercito si avvantaggiò nella disciplina, ed è facile comprenderne il come. Anche per quei soldati cui la disciplina riusciva più dura, o perchè di natura indocile e caparbia, o perchè digiuni affatto d'ogni idea di patria e di nazionalità e inetti a rendersi ragione, nonchè della necessità del rigor militare, neanco di quella dell'esercito, anche per questi soldati, in mezzo alle sventure del colèra, la disciplina si spogliò di quel che avea prima di odioso e d'insopportabile, e assunse un nuovo aspetto. Naturalmente, poichè anche le menti più rozze, comprendendo quanto vi fosse di nobile e di generoso in quel tanto fare e patire per la pubblica salute, intendevano pure che, se invece d'esser soldati uniti e soggetti a una disciplina, fossero stati contadini o operai liberi e divisi, avrebbero probabilmente, o tutti o quasi tutti, sfuggito ogni fatica e ogni pericolo, e provveduto ciascuno da per sè alla propria salvezza. Sentivano però che una parte del merito delle loro nobilissime opere non spettava a loro, e la riferivano tacitamente a quella disciplina, della cui mancanza erano al caso di vedere ed esperimentare tutto giorno le deplorabili conseguenze nelle altre classi della popolazione. A misura che si rendevan ragione dello scopo di tutte quelle leggi e di tutte quelle consuetudini che soleano prima tenere in conto di rigori irragionevoli o d'inutili aggravi, a misura che ne vedevano, in certo modo, uscir dalle proprie mani gli effetti, e non potevano a meno d'ammirarli e di andarne orgogliosi, si venivano formando un giusto concetto della disciplina, e vi si rassegnavano come a una necessità salutare. Di più, quella dimestichezza, quell'affratellamento che suol nascere e crescere così rapidamente tra ufficiali e soldati nelle occasioni di grandi pericoli e di grandi sventure comuni, aveva fatto capire ai più ottusi e ai più malevoli che se nelle congiunture della vita ordinaria v'è fra gli uni e gli altri una divisione rigorosa e inalterata, ciò non proviene dal proposito spontaneo di ogni ufficiale, ma da una convenzione, da una norma generale dettata dalla necessità della disciplina e da tutti riconosciuta necessaria per intuizione o per esperienza. Ciò compreso, dovevano naturalmente sparire tutti quegli astii e quei rancori che soglion sorgere nell'animo dei soldati riottosi contro gli ufficiali austeri e inesorabili; rancori che, per lo più, un falso amor proprio produce, e la diffidenza e il timore alimentano; e sparirono in fatti. Dinanzi a quel continuo spettacolo della sventura, in mezzo a quella unanimità solenne di affetti e di voleri, ognuno capì chiaramente quanto gli odi e i risentimenti personali fossero ingenerosi e meschini, e se li sentì svanire dal cuore senza bisogno di combatterli o di far forza a se stesso. Di più, per lungo tratto di tempo gli uffici e le operazioni della truppa erano stati di tale natura, che gli ordini dei superiori venivano a coincidere, non solamente nella sostanza, ma anco nella forma, coi più semplici precetti della religione, insegnati dalle madri ai fanciulli nella più tenera età. Certi discorsi tenuti dagli ufficiali ai soldati si sarebbero potuti ripetere parola per parola da un oratore sacro sul pergamo, e certi ordini del giorno dei colonnelli erano squarci netti e pretti di vangelo. Non era però possibile che neanco i soldati più tristi e più in colti si ribellassero agli ordini dei superiori, o ne ponessero in dubbio la rettitudine, o ne discutessero l'opportunità, o disconoscessero il dovere dell'obbedienza. Quindi a poco a poco al sentimento della disciplina s'era, per così dire, sostituito quello della religione, e ciò che si sarebbe fatto a malincuore per obbligo, si facea di buon animo per impulso di carità. Per altra parte, quella sollecitudine affettuosa che in ogni occasione gli ufficiali avevano mostrata pei loro soldati, visitandoli negli ospedali, soccorrendoli dei propri denari, confortandoli, consigliandoli, proteggendoli, aveva fatto sì che nel cuore di questi i due sentimenti della gratitudine e della disciplina si compenetrassero e s'immedesimassero in modo, da togliere persino l'idea ch'e' si potessero in alcun caso disgiungere e contrariare. Intesa la disciplina per quello che è, e per quel che dev'essere, intesi cioè i principii da cui move e su cui si basa, e i fini a cui tende e gli effetti che ottiene, anche l'intelletto del più umile soldato abbraccia tutto intero questo magnifico edifizio dell'esercito, comprende il congegno mirabile e l'armonia delle forze ond'egli è retto, sente che ne sono le fondamenta i primi affetti della famiglia e le prime leggi della religione, e a misura che ne contempla la sommità, la vede illuminarsi e levarsi in alto fin dove non giungono le declamazioni dei filosofi e le querele dei volghi. Questo effetto si ebbe nei soldati; in questo modo si rafforzò la disciplina.
E il paese?
La più splendida prova dell'effetto prodotto sul paese dalla stupenda condotta dell'esercito l'ha data il popolo siciliano sulla fine del sessantasette e l'ha ripetuta testè, la prova più cara ch'ei potesse dare all'esercito e all'Italia,—il mirabile resultato della leva.—Oh quel popolo pieno di fierezza, di ardimento e di fuoco non può dare che dei bravi soldati!
E che premio ebbe il soldato?
Grande. La sera dopo la visita della ritirata, il furiere gli lesse l'ordine del giorno del colonnello in cui gli si diceva:—Hai fatto il tuo dovere.—