UNA MEDAGLIA.
—Sempre quella faccia rannuvolata e quello sguardo torvo!—Così, un giorno, diceva tra sè e sè un capitano, dopo aver passato in rivista la sua compagnia.—Ma perchè, poi? Cosa gli ho fatto io in fin de' conti?
Pensava a un soldato abruzzese che durante la rivista lo aveva guardato in cagnesco.
V'hanno delle indoli chiuse, altiere, selvatiche, in cui l'amor proprio è siffattamente vivo ed ombroso, che in ogni sorriso sospettano uno scherno, in ogni parola un'insidia, in ogni persona un nemico. Indoli buone, in fondo in fondo, e affettuose; paiono invece e son giudicate superbe e cattive. Sono anime ritrose per naturale diffidenza degli uomini; non hanno affetti spontanei; non aman mai per le prime; ma, appena s'accorgono del tuo affetto, ti corrispondono con quella maggior forza ed effusione di cuore che mostrano di meno, in generale, cogli altri. Quando però s'incaponiscono nell'avversione e nell'astio, sono incredibilmente ostinate e tenaci. Ma non odiano davvero; lo credono. Tu sarai sempre in tempo, con una stretta di mano o un sorriso gentile, a dissipare in loro un'antipatia che credevano invincibile e un rancore che giuravano eterno.
Tal'era il soldato abruzzese che guardava torvo il suo capitano.
Il primo giorno ch'egli era venuto al reggimento insieme a tutti gli altri coscritti vestiti ancora de' loro panni da contadini e da operai, appena entrato nella compagnia, il capitano lo aveva squadrato con una certa espressione di curiosità e aveva detto nell'orecchio al suo luogotenente:—Guardi che faccia proibita.—E avea sorriso. E il soldato avea notato quel sorriso. Condotto nel magazzino del vestiario, s'era infilato il primo cappotto che gli avean messo tra le mani, e il capitano, vedutolo, passando, così insaccato e infagottato, con certe maniche che gli spenzolavano un palmo oltre le mani, e certi faldoni che gli coprivan le ginocchia, s'era messo a ridere, esclamando:—Tu mi sembri un sacco di cenci.—Ed egli s'era tutto rannuvolato e avea lanciato al capitano un'occhiata di sotto in su che pareva una sassata. Un'altra volta, in piazza d'armi, quando s'insegnava il passo di scuola ai coscritti e si facevano uscir dalle righe uno per uno e camminare soli per un lungo tratto, a suon di tamburo, movendo le gambe lente e stecchite alla guisa delle marionette, egli, venuta la sua volta, s'era vergognato e confuso a tal segno, che non riusciva a mutare due passi senza vacillare o inciampare o far certe movenze stentate e grottesche, che facevan ridere i compagni. Era sopraggiunto il capitano e lo avea sgridato; ed egli peggio di prima. Allora il capitano, visto che gli era fiato sprecato, se n'era ito dicendogli:—Siete il più brutto soldato della compagnia.—Là presso c'eran delle ragazze con dei bimbi che stavano a vedere, e s'eran messe a ridere forte. Egli, diventato rosso fino alla radice dei capelli, era ritornato in riga arrotando i denti come un cane arrabbiato.
Così si andò man mano raffermando nell'animo suo il convincimento che il capitano l'avesse in uggia, e lo rampognasse per malignità, e lo mettesse in ridicolo col malvagio proposito di farlo uscire fuori dei gangheri, e di perderlo. E non era vero. Il capitano era un galantuomo; astio non aveva contro di lui più di quanto ne avesse contro gli altri; amava i suoi soldati; era incapace di un sentimento d'avversione cieca ed ingiusta, e abborriva profondamente dalle prepotenze e dalle persecuzioni meditate. Solamente non aveva ben compresa l'indole di questo suo soldato. A vederlo sempre così fosco e bieco, lo aveva giudicato di natura caparbia, indocile, rivoltosa, cattiva, e lo voleva domare; ed egli era domabile; ma coi mezzi della persuasione e dell'amorevolezza; colle vociaccie e colla prigione, no; era peggio.