Un giorno il nostro soldato stava parlando con una ragazza sull'angolo d'una via; passò il capitano; egli non lo vide. Quegli credette che avesse finto di non vederlo per non salutarlo, e gli fece una lavata di capo in presenza della ragazza e di molt'altra gente che era là attorno. Il poveretto n'ebbe tanta vergogna che, appena andato via il capitano, disparve anch'esso di là e non vi si fece vedere mai più. Ma il rancore contro il capitano gli s'accrebbe a cento doppi; divenne odio, quasi; lo rodeva di continuo; non gli lasciava un istante di pace; gli avvelenava la vita. Nè per quanto ei si sforzasse, poteva riuscir mai a dissimularlo. Il capitano rimbrottava un soldato, ed egli tossiva e stropicciava i piedi sul terreno; il capitano si volgeva sdegnoso, ed egli, pronto, alzava la faccia in su a guardare le nuvole. In marcia, se un soldato stava attento quando il capitano cercasse da bere e gli porgeva la borraccia, egli sogghignava e, tratto in disparte quel soldato, gli mormorava nell'orecchio: Imbecille! Quando il capitano lo rimproverava, egli faceva mostra di non intendere, stralunando gli occhi come un insensato e tentennando la testa, o mandava dagli occhi socchiusi un lampo di riso maligno, torcendo la bocca e sporgendo il labbro di sotto. E poi sempre lo sguardo torvo e la faccia scura.
Una sera, in piazza d'armi, mentre si facevano gli esercizi, un maggiore rimproverò ad alta voce il capitano; questi girò un rapido sguardo sulle faccie dei suoi soldati; quella tal faccia rideva.—Canaglia! urlò egli allora, cieco di rabbia, e fattosi dinanzi al soldato, gli pose i pugni sul viso: il soldato impallidì. Pochi minuti dopo si volse freddamente al suo vicino e gli disse:—Un giorno o l'altro (e aggiunse qualche parola sotto voce).... o io non sono abbruzzese.—Appena rientrato in quartiere e giunto ai suo letto, sbattè il gamellino e lo zaino contro il muro. Il capitano sopraggiunse inaspettato e vide.—Sergente, me lo cacci in prigione!—gridò, e disparve. Il soldato addentò, ruggendo, le lenzuola e si percosse la testa coi pugni. Tre o quattro compagni gli si slanciarono addosso, l'afferrarono, lo trattennero:—Che hai? Che fai? Diventi matto?—
V'è un tratto della valle del Tronto, il tratto più angusto, in cui le giogaie s'elevano dalle due parti ad una grande altezza e dirompendosi in valloncelli, in dirupi e in burroni scuri e profondi, protendono le falde sassose fin quasi sulla sponda del fiume. La valle, in quel tratto, offre un aspetto cupo e malinconico. Tra l'acque e le falde estreme, il terreno è tutto ghiaia e ciottoloni e macigni enormi, precipitati giù dalle sommità de' gioghi; e dalle falde in su è un laberinto di tane e di precipizi e di boschi folti e di greppi senza sentiero. Qualche viottolo s'inerpica su per l'erta a gomiti e a giravolte, e si perde in mezzo ai massi e alle macchie; qualche abituro appare qua e là mezzo nascosto fra le sporgenze dei balzi; qualche tratto di terra è piano e verdeggiante; in ogni altra parte è verginità di natura aspra e selvaggia.
Era una sera d'autunno e piovigginava. Una pattuglia di pochi soldati, l'un dietro l'altro, passava per cotesto tratto della valle, salendo, scendendo, serpeggiando, a seconda dei rialzi del suolo e dei macigni ond'era ingombro quel po' di sentiero che il piè dei viandanti, in un lungo volgere d'anni, vi aveva segnato.
Un soldato precedeva la pattuglia d'una quarantina di passi; un altro, alla stessa distanza, la seguitava. Camminavano a capo basso, col fucile stretto sotto le ascelle, lenti e silenziosi.
Tutt'ad un tratto, il soldato che stava innanzi udì un rumore concitato di passi, vide spuntare al di sopra d'un masso tre teste e luccicare tre canne e tre lampi, e si senti staccar dalla fronte il cheppì e sibilare due palle a destra e a sinistra del capo. Subito dopo si slanciarono verso di lui tre briganti. Egli sparò il fucile, e l'un d'essi die' un grido e stramazzò. S'avventò sull'altro, e con un colpo poderoso del fucile gli respinse la carabina da un lato, e gli cacciò nel ventre e ne estrasse in un sol punto la baionetta. Ma il terzo, ch'era addietro, gli è sopra prima ch'egli possa rivolgersi contro di lui; gli afferra colla manca il fucile, leva in alto coll'altra un pugnale; il soldato abbandona l'arma, abbranca colla sinistra la mano armata del brigante, gli ricinge il collo col braccio destro, gli si stringe addosso come una serpe e gli addenta rabbiosamente e gli dilania l'orecchio. Un urlo orrendo di spasimo erompe dal petto dell'assassino, e qui s'impegna una lotta che fa spavento. Fanno a rovesciarsi per terra; un piede in fallo è la morte; in men d'un istante un largo tratto di terreno è impresso qua e là di orme profonde; le pietre percosse dalle violenti pedate sbalzano all'infuori dell'orribile arena; i due nemici si abbracciano e si svincolano e si ricongiungono con una rapidità a cui vien meno lo sguardo; si pestano coi pugni, si lacerano coi morsi, si dan dei gomiti e delle ginocchia nel petto e nel ventre;—sbuffi—aneliti—grida di rabbia strozzate; gli occhi orribilmente dilatati ed accesi; le bocche schiumose e sanguigne discoprono, contraendosi convulsamente, i denti digrignanti; oramai quei due visi non han più umana sembianza. Ma il soldato tien tuttavia stretto nella ferrea mano il pugno nemico armato di coltello.... Ad un tratto il brigante stramazza, percuotendo aspramente il terreno; il soldato gli è sopra, lo stringe con ambe le mani alla strozza, si fa schermo a mancina col ginocchio piegato, e mentre il prostrato gli incide il braccio sinistro d'una profonda ferita, ei gli solleva da terra, con supremo sforzo, la testa, e acconsentendo con tutta la persona alla spinta, gliela fa battere violentemente contro un sasso; profitta dello stordimento prodotto dal colpo, stringe con tutte e due le mani e con tutta la lena che gli resta il polso del braccio armato; la mano indolenzita s'allarga, e non sì tosto il coltello dell'assassino è passato nel suo pugno che già ei glie l'ha cacciato nella gola. Il ferro tagliente, ghiacciato, gli penetra nell'ugola e gli rompe l'ossa del palato; un'onda di sangue gli prorompe gorgogliando dalle fauci aperte, mista a un rantolo confuso, che fu l'ultima sua voce.
Bravo! bravo!—urlarono, sopraggiungendo affannosi, gli altri soldati della pattuglia; e gli si fecero attorno e l'affollarono di domande, mentre egli immobile, ansante, col viso bianco e l'occhio stupido e stralunato, stava guardando ora il brigante prostrato, ora il coltello sanguinoso che teneva tuttavia stretto nel pugno.
La pattuglia era stata assalita nello stesso tempo da un branco di briganti i quali, appena sparate le carabine, s'eran dati alla fuga. I soldati li avevano inseguiti per un buon tratto di via.
Il soldato ferito in capo a pochi giorni guarì. La prima volta che il capitano lo vide, passandogli dinanzi alla rivista, lo guardò fissamente negli occhi e gli disse:—Bravo!—Subito dopo un suo vicino gli susurrò nell'orecchio:—E tu dici che ti ha in tasca? T'ha detto bravo!—Per forza!—egli rispose scrollando la testa, e sogghignò.
Tre mesi dopo quel giorno il reggimento fu trasferito in Ascoli. Era trascorsa una settimana dall'arrivo alla nuova stanza, quando il colonnello ordinò che l'indomani tutto il reggimento vestisse l'uniforme di parata per assistere a una solennità militare sulla piazza principale della città. Si doveva decorare un soldato della medaglia al valor militare.