E Torino sentiva quei giorni; essa è la città di quei giorni. La mattina, i viali della piazza d'arme eran pieni di gente; le famiglie, i parenti, gli amici dei soldati della seconda categoria, chiamati da pochi giorni alle armi, la più parte ancora coi loro vestiti: cappelli a cilindro e papaline rosse, eleganti calzoncini chiari e grandi ghette da pastore alpigiano, soprabiti neri e giacchette cenciose, tutti alla pari: bello! Intorno alle caserme un girandolare continuo di mamme co' fagotti sotto il braccio, un va e vieni di ufficiali e di messi della Divisione e della Piazza, e una folla di curiosi davanti alla porta; dentro, un chiasso assordante. La sera, dietro le fanfare e i tamburini della ritirata, una immensa turba che marciava in cadenza, a schiere di dieci o dodici insieme a braccetto; canti, fischi, grida, che n'echeggiavano tutte le strade d'intorno. Nel punto che la musica e i soldati rientravano in caserma, applausi, evviva, strette di mano, saluti:—a domani! a domani!—Parevan tutti soldati. Là ti sentivo, Piemonte!
II.
Quanto eravamo tutti migliori in quei giorni!
L'aspettazione di quella guerra solenne per cui doveva esser rivendicata la libertà e restituita la patria a un popolo tanto illustre, tanto amato, che aveva tanto patito; il sapere che anche il popolo delle classi più povere capiva, sentiva che quella era una guerra giusta, santa, ch'era necessità e dovere di farla; il vedere que' poveri giovani della campagna, rozzi, ignari di tutto, venire anch'essi a fare i soldati con tanto buon volere, con tanto buon cuore, e partecipare così presto, se non dell'entusiasmo, dell'allegrezza comune; l'udire che dappertutto seguiva lo stesso, che dappertutto accorrevano ad iscriversi fra i volontari centinaia e centinaia di giovani d'ogni condizione, e che i padri e le madri stesse li accompagnavano, e il popolo li salutava e li benediceva; che in quella meravigliosa unanimità di speranze e di voti si componevano le discordie politiche e non si udiva più che un sol grido; tutto questo metteva negli animi una serenità, una letizia così piena e viva che pareva felicità. Ogni mala passione ci fuggiva dal cuore; si perdonavano antiche offese, si sopivano antichi rancori, si cercavano, o si ritrovavano, per ufficio d'amici comuni, i nemici, e si metteva una pietra sul passato. Quel pensiero sempre presente, quell'affetto profondo che ci occupava di continuo, ci dava un'energia, una vitalità insolita e vigorosa, che traspariva dagli accenti, dagli sguardi, dagli atti, dai passi. Che giovialità, che affettuosa armonia tra gli amici! Come tutti i nostri pensieri eran più alti, più puri, e tutti i nostri affetti più forti! La primavera non rideva soltanto nei fiori, non si sentiva soltanto nell'aria e nel sangue; rideva nell'anime, si sentiva nei cuori; era come il soffio di una vita vergine che ci aveva penetrati. Che giorni! O patria! se potessimo sentirti sempre così!
III.
Fin dai primi giorni che si parlava della probabilità della guerra, mi s'era cominciato a far nella testa un po' di confusione; la quale crebbe poi a mano a mano che la probabilità si venne mutando in certezza. Confusione, dico, e non saprei dir altro: pensavo, parlavo e operavo come per l'effetto d'un liquore inebriante. Dapprima agitazione, poi irrequietezza, poi febbre addirittura; ondate di sangue infuocato alla testa, gran prurito di menar le mani, grande smania di moto, d'aria, di luce, di musica e di versi, e assoluta impossibilità di fissare la mente in un qualunque pensiero. Neanco nel pensiero della guerra; però che il rappresentarmene coll'immaginazione gli avvenimenti, per quanto meravigliosi e terribili, gli era pure un togliere qualcosa a quell'idea d'un avvenire indeterminato, avventuroso, che m'infondeva tanta allegrezza e tanta pienezza di vita.
Entrato io in casa, non c'era più quiete. Tiravo giù dallo scaffale una dozzina di libri, ne scorrevo una pagina per ciascuno, sbuffando e contorcendomi sulla seggiola e pestando i piedi, e poi li buttavo tutti all'aria ad un tratto.—Non bastano! gridavo; non bastano i libri! I libri non dicono quel che mi bolle qui dentro!—Aprivo un giornale; in que' giorni i giornali eran di fuoco;—davo un'occhiata al solito articolone entusiastico, e stracciavo il foglio in cento pezzi.—Ma questo è fiacco, Dio mio! questo è freddo!—E preso da un estro improvviso, sedevo a tavolino e mi mettevo a scrivere in furia.—Lo scriverò io un articolo!—dicevo; e subito dopo gettavo via carta, penna e calamaio e sclamavo:—Tutto freddo! È una disperazione! Ma di' tu, mamma, in nome del cielo, ma che in tutta la letteratura italiana non ci siano dei versi che mi esprimano questa febbre che mi divora?—Berchet!—ella mi suggeriva timidamente.—No, no, Berchet,—io le rispondevo con accento drammaticamente soave;—Berchet è irato, Berchet odia, Berchet maledice, ed io amo in questi momenti, amo immensamente, amo tutti, mi sento fratello di tutti, getterei le braccia al collo a tutti quelli che incontro per la strada. Amo anche gli Austriaci, sissignora! Tirerò a freddarne molti; ma li amo, perchè gli è grazie a loro che l'Italia si riscuote così, e solleva la testa, e si rivela così potente e bella e cara, e diffonde in tutti i suoi figli questo sentimento ineffabile di orgoglio e di gioia! Morte agli Austriaci, ma viva anche loro! Non mi son mai sentito tanto cristiano!—Poi mi slanciavo alla finestra e mi stizzivo del silenzio che regnava nella strada.—Ma guardate che tranquillità vergognosa! Ma è possibile? Ma perchè non scendon tutti giù a fare strepito? Ma che gente sono costoro?... Oh! domiamo questa febbre.—E chiusomi in camera e dato di mano alla sciabola, supponevo d'aver a fronte un ufficiale austriaco di que' lunghi, magri, con un par di baffoni irsuti e d'occhioni stralunati, e mi mettevo in guardia, e giù botte, parate, molinelli, salti e grida, finchè cadevo sul sofà rifinito. Matto, via.
Non è a dire se il vicinato s'accorgesse della mia esistenza. Oltre che le mie declamazioni poetiche si sentivano dalla strada, solevo passar tutta la sera sul terrazzino del cortile; e tutti sanno come sono i cortili delle case nuove di Torino (stavamo in uno de' tre grandi palazzi di via Nizza, dirimpetto alla stazione della strada ferrata); sono grandi piccionaie, dove c'è più gente che pietre, e dopo desinare tutti fan capolino alle finestre, e quei di sopra guardano in casa di quei di sotto, e quei di sotto vedono le gambe di quelle di sopra, e nelle soffitte si fa all'amore, e sui terrazzini i bimbi fanno il chiasso e gl'impiegati leggono i giornali, e dai letti in giù fino al pian terreno, e dal pian terreno in su fino ai tetti, que' d'un piano dicon male di que' dell'altro, e tutti si salutano e si sorridono da buoni amici. Stavamo al secondo piano. Avevamo da un lato una gentile, colta ed arguta signora napoletana, nostra grande amica; una donna alla Cairoli, piena di energia e di slancio, immaginosa, faconda; la quale, un giorno che suo figlio dovea battersi in duello, aveva colpito di meraviglia e di ammirazione mia madre, dicendo tranquillamente:—Egli farà il suo dovere.—Dall'altra parte stava un vecchio ingegnere, pittore, ottuagenario, cieco, veterano di Napoleone primo, circondato da una mezza dozzina di nipotini piccini e carini ch'erano la mia delizia; un bel vecchio, un cuor santo; mi voleva un gran bene, mi chiamava suo figliuolo, e quand'ero lontano e tardavo un paio di giorni a rispondergli, andava a domandar timidamente a mia madre se nell'ultima sua lettera io avessi trovato nulla che mi potesse offendere. Allo stesso piano, dirimpetto a noi, abitava una vedova sui quarant'anni, elegante, languida, magra, bruttina, furiosa divoratrice di romanzi, solita ad affacciarsi alla finestra ogni volta che c'ero io, e a darmi certe occhiate lunghe e stanche, stringendo la bocca e piegando malinconicamente da un lato la testa finto-ricciuta. Alla finestra accanto alla sua stava pel solito la sua cuoca affetta d'incipiente passione per la mia ordinanza (bel giovinetto, tra parentesi); un faccione tondo, porporino, gonfio che parea che soffiasse; due gran labbra, due grand'occhi, due gran spalle, e qualche ardita curva qua e là, che dava nell'occhio fino alle ultime lontananze della casa. Al terzo piano, sopra la ninfa languida, ci stava uno studente d'Università, giovanissimo, buon figliuolo, smanioso della guerra, già iscritto nel ruolo dei volontari, un capo ameno dei più curiosi e più cari. In qualunque ora del giorno, a un mio batter di mani, balzava d'un salto sul terrazzino colle braccia e il viso in aria a guisa di poeta improvvisatore, e m'interrogava e mi rispondeva in versi, e intavolava discorsi di alta politica, di alta guerra, di alta filosofia, di alta letteratura (stava al terzo piano), declamando, gesticolando, canterellando, ch'era una festa a sentirlo. Al suono della sua voce tutto il vicinato si faceva alle finestre.
—«O risorta per voi la vedremo....»—gridava tendendo un braccio verso di me, e battendo la cadenza coll'altra mano sulla ringhiera del terrazzino. Ed io a lui:—«Al convito dei popoli assisa....»—E lui:—«O più serva (la serva volgeva gli occhi in su), più vil, più derisa....»—Ed io:—«Sotto l'orrida verga starà. «E lui:—Sotto l'or....—Ed io:—Rida ver....—E lui:—Ga starà.—E poi tutt'e due assieme:—Ga starà! ga starà! ga starà!—
Grande ilarità a tutti i piani.—Così mi piace la gioventù,—mormorava il buon vecchio. E la cuoca si nascondeva dietro un'imposta e dava in uno scroscio di risa. E la sua padrona faceva un bocchino ridente che voleva dire:—Che cari matti!—E la signora napoletana mi lanciava un frizzo, e mia sorella scappava, e mia madre mi tirava pel vestito, e mio fratello brontolava:—È troppo,—e mio cugino il colonnello, quando c'era, soldato rigido, austero, che mi voleva un gran bene, ma mi faceva delle gran lavate di testa, per cui gli avevo posto il nome di burbero benefico, mi diceva seriamente:—Sii serio.—