E davanti a lui, non lo nego, restavo un po' mortificato; ma tutt'ad un tratto scappava fuori l'amico con un'altra strofa, e allora addio serietà, e più matto di prima.

Codesta era la commedia pubblica, seguiva poi la privata. Veniva a trovarmi il nipotino più grande del vecchio soldato, ed io:—Animo, in riga!—e pigliavo pel braccio mia madre, e mia sorella, e il bambino, e volere o non volere li mettevo in riga, e ce li facevo stare, e se mia madre rideva le battevo una mano sulla spalla e le dicevo:—Ferma, cara signora, e dritta, e seria, se no noi chiuderemo le porte e vi declameremo cinquanta ottave con tutta la forza dei nostri polmoni, e voi sapete che ce li avete fatti robusti.—No! no! per pietà!—essa rispondeva.—Dunque silenzio!—gridavo io.—E bisogna starci!—mormorava ella ridendo di nuovo e rivolgendosi a mia sorella, ed era tanto caro, tanto gentile quel suo riso!—Attenti! Marche!—Il grido era così tonante che i miei soldatini si disordinavano e se la battevano chi di qua chi di là turandosi le orecchie; e io dietro, e uno per uno li riconducevo al posto, e li lasciavo poi liberi a patto che gridassero tutti insieme:—Viva la guerra!—Ma mia madre mi diceva:—E io non grido.—E tu griderai.—E io no.—Allora pigliati un bacio, angelo.—

Ma di giorno in giorno ella diventava più pensierosa. Parecchi reggimenti erano già partiti; da un'ora all'altra s'aspettava l'ordine di partenza pel mio; essa lo sapeva. Spesse volte, mentre facevo il chiasso, la sorprendevo che stava guardandomi con aria malinconica, e le dicevo:—Cosa pensi?—Figliuolo,—mi rispondeva tristamente,—penso che non abbiamo più che pochi giorni da stare insieme.... Godo che tu sia allegro così, e nello stesso tempo.... questa tua allegria.... mi fa male, perchè.... penso che sentirò assai più dolorosamente il vuoto e il silenzio.... che ci sarà in questa casa.... tra poco.—

È vero, io pensava. Povere donne! Coraggio, coraggio! noi diciamo loro; noi che andiamo alla guerra pieni d'entusiasmo, di ambizione, di sogni di gloria, allegri, spensierati, circondati d'amici; ma esse restan qui sole, senza conforti, senza, distrazioni, sempre con quel pensiero, con quel dolore fisso, immobile....

—In questi giorni....—soggiungeva mia madre—io capisco, io sento che in questi giorni non son più nulla per te.... No, no, lascia ch'io lo dica; non me ne lamento mica, sai!... Povero figliuolo, è naturale... ma....

—Senti,—io le dicevo per consolarla;—tu che hai un cuore così nobile, così eletto, tu puoi trovare un conforto in te stessa, assai più facilmente di molte altre donne. Non siamo egoisti. Credi tu che questa guerra si debba fare? che sia giusta? che sia un sacro dovere per il paese?

—Oh questo sì—essa rispondeva asciugandosi le lacrime.

—E dunque, se non la facessimo noi, generazione adulta, la dovrebbero far dopo noi i nostri figliuoli. Se non ci fossero adesso cinquecentomila madri che piangono, ci sarebbero fra venti, fra trent'anni. Noi ci sacrifichiamo pei nostri figliuoli, pei cinquecentomila bambini e le cinquecentomila bambine che adesso stanno ancora nelle fasce; queste hanno in quelli i loro predestinati amanti, i loro predestinati sposi; non vorremmo noi assicurare, per quanto sta in noi, il loro avvenire da ogni dolore, da ogni sventura, e fare che un giorno essi possano innamorarsi, sposarsi, e moltiplicarsi in pace?—

Mia madre sorrideva, ma tornava subito trista.—Tutto questo è vero....—diceva sospirando;—ma non basta, figliuol mio, non basta a consolare una madre!—

E appoggiati i gomiti sulla tavola e abbandonata la fronte sulle mani, piangeva tacitamente. Io tentavo di consolarla.—No, figliuolo; vattene fuori, va a cercare i tuoi amici, io non voglio rattristarti; lasciami pianger sola; va.—