Era di sera; ella stava là al buio in un cantuccio della stanza, sola, muta, e pensava e pensava.

Non ho esperimentato mai quanto in que' giorni la meravigliosa potenza dell'immaginazione sul sentimento. Cominciavo talvolta, così per ozio, a fantasticare intorno ai casi possibili della guerra, e poi a poco a poco mi raccoglievo e m'internavo così profondamente nella immaginazione delle battaglie, delle entrate trionfali, dei ritorni, che mi pareva proprio d'esserci, di sentire, di vedere, e mi si rimescolava il sangue, e mi stringevo la testa fra le mani che pareva la mi dovesse scoppiare tant'era il tumulto delle idee che vi turbinavano dentro, e il petto mi ansava, e mi pigliavano degl'impeti di tenerezza infantile.

Una notte ero di guardia al Palazzo Madama; ero solo nella mia camera, seduto a tavolino, col lume davanti, e fantasticando più stranamente del solito, supponevo di essermi levato a sì grande altezza da abbracciar collo sguardo il paese intero, monti, valli, fiumi, foreste; e sentivo e vedevo in tutte le città le strade brulicare di popolo, e le piazze d'armi sfolgorare di baionette; e dalle fortezze, dagli arsenali, dai porti, uscire un suono confuso di armi e di canti, lo strepito cupo d'un lavoro concitato, febbrile; e per le strade ferrate, convogli sterminati, pesanti, lenti, percorrere il paese in tutte le direzioni, incontrandosi, incrociandosi, inseguendosi, salutati a festa dal popolo della campagna accorrente, e fermarsi qua e là, e versar cannoni, carri, cavalli, onde d'armati; e ad un tratto scoppiare concordemente da tutte le parti un formidabile frastuono di tamburi e di trombe, e da ogni città spuntare e allungarsi per la campagna le colonne dei reggimenti, convergere, congiungersi due a due, tre a tre, e avanzar lentamente verso i confini, incoronando le alture, serpeggiando lungo i fiumi, allagando le valli, spiegandosi in immense linee di battaglia sui piani; e sui monti del Tirolo, dal Lago di Garda su su a perdita d'occhio, rosseggiare in mille punti le bande dei volontari, inerpicarsi, precipitar giù per le chine, sparir nei burroni, riapparire in vetta alle rupi; e intanto tutta la vasta pianura lombarda popolarsi di tende e di parchi, risonar di musiche e di grida; e poi calare la notte, e tutto quetarsi; e finalmente, al primo chiarire d'una bell'alba di primavera, un nuvolo di cavalieri spiccarsi colla rapidità del fulmine dal quartier generale, spargersi in tutti i sensi, e propagare un grido di campo in campo; e tutto l'esercito rimescolarsi violentemente, e riordinarsi, e avanzare.... E qui l'immaginazione non potendo abbracciar tutto il quadro della smisurata battaglia, m'appariva un immenso velo di nebbia rotto qua e là a grandi tratti, d'onde si vedevano i nostri giovani reggimenti lanciarsi all'assalto dei colli, retrocedere, risalire ostinati; e squadroni di cavalieri a lancia calata irrompere pancia a terra contro i quadrati; e batterie raggiungere di volo altre batterie, e dal sommo delle alture fulminare e squarciare i fianchi delle colonne fuggenti; e stormi infaticabili di bersaglieri sparpagliarsi e riannodarsi e inseguire e recedere e celarsi e ridistendersi in lunghe catene; e in ogni parte assalti succedere ad assalti, linee succedere a linee, e il cielo rimbombare dell'orrendo fragore. Quand'ecco tutto ad un tratto si fa un alto silenzio, la nebbia si dissipa, la polvere dispare, sulle creste di tutti i monti ondeggiano i nostri battaglioni, sventolano le nostre bandiere, echeggiano le nostre fanfare, e dall'uno all'altro capo d'Italia un grido di gioia lungamente preparato, lungamente compresso, si sprigiona e.... Sii pure immenso, o grido, e risuonino di te tutte le volte del cielo; ma non me lo copri, no, non me lo copri quel filo di voce tremola che prorompe dal seno.... Oh Dio! la mia testa, la mia testa!

Mi slanciai fuor dalla camera, uscii dal Palazzo; Piazza Castello era deserta e queta come il cortile d'un vasto convento; la collina di Superga si disegnava distintamente sul cielo limpido e stellato, e la facciata della Gran Madre di Dio, rischiarata dal raggio della luna, pareva che fosse lì a due passi.—Che bella notte!—esclamai.—Oh! io sono veramente felice!—

Ma un'immagine turbava quella mia felicità: l'immagine di una povera donna, seduta in un cantuccio della sua cameretta, colla fronte appoggiata sulle mani, al buio, che pensava, pensava.


PARTENZA.
I.


Il 6 di maggio, verso le cinque di sera, stavamo in crocchio una diecina d'ufficiali sulla porta della caserma, quando s'udì un passo precipitoso giù per le scale e subito dopo comparve l'aiutante maggiore affannato gridando:—Signori! Si parte questa sera alle otto. Bagagli in caserma alle sette. Montura di marcia.—