Questo racconto durò un buon quarto d'ora. Frattanto egli ritornò in sè interamente e riprese una parte delle forze smarrite. Ma a misura che la sua mente si rischiarava ed egli acquistava conoscenza viva e distinta del luogo dov'era e delle persone che lo circondavano, vieppiù s'accresceva il suo imbarazzo, la sua timidità e la sua confusione, e rispondeva alle domande balbettando e arrossendo come un bambino.
Essendo ora di cena, la donna di casa, in quel frattempo, aveva apparecchiato, senza che il povero ospite, confuso e sbalordito come era, se ne fosse avveduto. Ad un tratto, il padrone fe' un cenno e tutti s'alzarono e si accostarono alla tavola. Il soldato si alzò anch'esso, diede una rapida occhiata alla mensa e alle persone, e si rimise subito a sedere abbassando gli occhi e vergognandosi d'aver guardato.
—Ci abbiamo a mettere a tavola?—gli disse amabilmente il padrone, facendoglisi accanto.
—Ah! è vero!—pensò il soldato, e si rizzò in piedi di scatto, e mormorando qualche parola di scusa si mosse per uscir dal salotto.
—Dove andate?—domandò vivamente il padrone. Tutti gli altri si guardarono in atto di sorpresa: il soldato si fermò e si volse indietro.
—Dove andate?—ripetè il padrone.
—Mi hanno detto che si mettono a tavola....—quegli rispose timidamente.
—Sì; ebbene, sedete a tavola con noi.—
La sorella del padrone allungò il labbro di sotto; il soldato rimase a bocca aperta.