—Già....—ella disse coll'aria di chi perde una speranza. E ritornò di là.
Altra scampanellata; apro: è mia sorella maggiore. Mi stringe forte la mano e va di là.
Terza scampanellata. È mio fratello Ettore. Stretta di mano, e via.
Do un'occhiata alla ninfa: oh Dio, che sfinimento! La mia ordinanza osserva colla coda dell'occhio se le guancie purpuree danno segno di voler impallidire:—no. Io suppongo di avere un cerotto sul collo, e tento di piegare il capo in atto melanconico: invano; la patria è più forte.
Intanto ritorna mia madre, colle braccia cariche di biancheria, seria, impassibile, che mi fa stordire; dietro a lei tutti gli altri, silenziosi, colla testa bassa.
Mia madre si china sul baule; l'ordinanza fa un atto rispettoso per pigliarle la roba; ella si scansa e risponde:—No; lasciate fare a me.—Le mie sorelle stendon le mani per far lo stesso.—Lasciate fare a me—risponde un'altra volta mia madre; e si china per mettersi in ginocchio.—Mamma!—io le dico con accento di affettuoso rimprovero trattenendola pel braccio. Essa mi guarda.—Non voglio—io soggiungo. Ed essa con accento più affettuoso del mio:—Te lo domando per piacere.—
S'inginocchia e ripone la roba. Il soldato mi guarda tra intenerito e sorpreso come per dirmi:—Quanto siete fortunato, tenente!—Io lo guardo come per rispondergli:—Lo so; mi rincresce che non ci sia la tua.—
Mia madre s'alza e va via. Sento un respiro affannoso; mi volto; è mia sorella minore che piange.
Mia madre ritorna con un non so che tra le mani, lo pone nel baule e va di nuovo di là; guardo: è il suo ritratto.
Ritorna con tre libri e li mette sopra il ritratto.