—Ma chi era questo signore?—interruppe il colonnello.
—Chi lo sa?... Quel che è certo è che in città, come mi fu detto in seguito, era pochissimo stimato, e si diceva che fosse solito a tentare di quelle imprese, e che usava sempre con gente di mal affare.... Quella sera tornai in quartiere che proprio, creda, non potevo più reggere; tra per la contentezza d'aver mandato a monte quel tentativo, tra per la commozione d'essere scampato a quel pericolo, ed anche per l'ansietà di quel che poteva accadere dopo, io ero in uno stato che se non mi venne addosso una febbraccia da tenermi a letto sei mesi, posso ringraziarne la mia buona fortuna. Ero però più che mai risoluto a resistere fino alla fine. Ma come, io domandavo discorrendo fra me e me, perchè io sono un povero giovane, perchè sono un soldato, perchè non ho altro che il mio cuore e il mio onore, se si dà il caso che io pigli passione per una ragazza povera come me, che mi piace, e anch'essa mi vuol bene, tutti hanno da perseguitarmi e da darmi addosso come se fossi un galeotto o un bandito, e la mia affezione disonorasse una donna? Chi è che ha il diritto di disprezzare le mie affezioni? Cosa credono costoro, che noi non ci si abbia niente qui, sotto le medaglie, perchè siamo soldati? E perchè non abbiamo la famiglia con noi, perchè siamo lontani da casa, perchè non facciamo un mestiere, perchè mangiamo nel gamellino e ci danno due soldi al giorno, dunque, per tutto questo, noi non abbiamo diritto a nessuna consolazione, e dobbiamo vivere come cani, ed essere morti al mondo? Un soldato!—dicono,—una ragazza che si perde con un soldato! Un soldato d'onore ne val dieci di voi, ubriaconi, oziosi e viziosi! Anche il soldato ha un nome e una famiglia, e due braccia per lavorare quando tornerà a casa, e un cuore di galantuomo per amare e rispettare una donna! Le pare, signor colonnello? Io non dico mica che tutti i soldati, quando sono al servizio, abbiano da riscaldarsi la testa per una ragazza; si starebbe freschi; Dio ce ne guardi in eterno, se no, addio esercito! Ma chi per combinazione ci casca, si porti da uomo e da galantuomo, e non si lasci far paura da nessuno, e non ceda, dovesse rimetterci le ossa; dico bene?
Il colonnello fece segno di sì.
—E mancò poco che io non ci rimettessi le ossa davvero. La mattina dopo seppi dal ragazzo che Luisa era a letto con un po' di febbre e che il fratello non aveva più fiatato. La sera tardi, appena ritornato in quartiere, mi vengon dinanzi due sergenti, uno della mia compagnia che mi voleva bene, e un altro d'un'altra, e mi tengono questo discorso:—Noi sappiamo tutto quel ch'è accaduto. La stessa persona in questione ce n'ha informati e c'incaricò di parlare con te. Noi ti daremo un consiglio, non da superiori, ma da amici, e tu lo seguirai o non lo seguirai secondo che ti parrà. Tu gli hai dato uno schiaffo in presenza di molta gente, e uno schiaffo è ama delle più grosse offese che si possano fare ad un nomo; per questo egli ha diritto di avere una soddisfazione, ne convieni?—È naturale,—risposi,—Ora senti: se tu fossi uno di quei coscritti minchioni che non sanno niente e non capiscono niente, quella persona si cercherebbe un'altra maniera di soddisfazione; ma con te che sei un soldato fatto, un giovane intelligente, e hai cuore e fegato per quattro, con te gli è un altro par di maniche....—Basta, ho capito—diss'io;—eccomi qua bell'e pronto.—Bravo; capisci anche tu che l'è una faccenda da terminarsi così, e poi è anche un onore ch'egli ti fa a sfidarti; lasciati guidare da noi.—Se loro abbiano fatto bene, non so; ma io credo d'aver fatto quel che non si poteva a meno di fare. E per tagliar corto, la cosa seguì due giorni dopo, un miglio fuori di città, verso le cinque di sera. Avevano scelto la sciabola; s'immagini cosa potevo saper fare io colla sciabola, che l'avrò presa in mano sei o sette volte; ma ero istruttore di bastone, in guardia ci sapevo stare, e avevo il braccio forte e le gambe pronte. Andammo in un prato. Quando lo vidi, pensai a Luisa, a quel gesto ch'egli aveva fatto per alzarla da terra, a quella volta che mi aveva riso alle spalle, e mi si accese il sangue e mi sentii pieno di coraggio. Quanto a lui, era un po' pallido, ma capii che era deciso di tirare a freddarmi.—Sia pure, dissi fra me; tanto la pelle, se non si taglia, si logora; niente paura.—Al segnale dei padrini, ci mettemmo in guardia; m'accorsi subito che sapeva tirare. Uno, due, tre colpi, alto, son ferito al braccio; lo prevedevo; è una cosa da niente; avanti. Altri due colpi, un'altra ferita, il medico guarda, è una scalfittura.—Si continui—dicono i padrini. Si continuò; mi cominciava a montare il sangue alla testa; avrei preferito pigliarmi una botta che mi buttasse in terra; essere tagliuzzato a quel modo, come un pollo, mi umiliava; cominciai a avanzare digrignando i denti che parevo uà arrabbiato; mi sentivo un braccio di acciaio; la sciabola mi tremava nel pugno come una verga di salice. Altri quattro o cinque colpi, un'altra ferita alla spalla; gettai un urlo, diventai una bestia, non ci vidi più, mi cacciai sotto alla disperata; egli fu sopraffatto, dette indietro; poi tutto ad un tratto lasciò cadere la sciabola, portò tutte e due le mani alla fronte, e il viso gli si coperse di sangue. Non mi ricordo bene cosa fecero e cosa dissero allora gli altri; so che mi fu fasciato il braccio, e dopo qualche minuto, noi da una parte, loro dall'altra, ce ne andammo pei fatti nostri; nessun contadino era accorso, nessuno se n'era avveduto. Ma come nascondere le ferite? domandai ai sergenti. Mi risposero che non c'era mezzo di nasconderle e che bisognava andare all'ospedale.—Vatti a dichiarar malato subito—mi dissero entrando in quartiere. Ci pensai un poco e poi decisi di non farne nulla; volli provare a resistere. Le ferite erano leggere, sangue n'avevo perduto pochissimo; vediamo. La notte la passai bene; cioè, dormii bene; ma sognacci, signor colonnello, cose d'inferno, coltellate, sciabolate, morti, becchini, il finimondo; solamente, fra tutte queste brutte immagini, vedevo lei, Luisa, colla sua testina chinata da una parte, e gli occhi pieni di lacrime, e quel sorriso così buono, che mi dava una gran consolazione. La mattina, piazza d'armi. Ci vado? non ci vado? ho da darmi per malato? Feci la pazzia d'andare. Si figuri! Strada facendo cominciai a sentirmi un bruciore terribile alle ferite; arrivato in piazza d'armi, mi accorsi che s'erano aperte e che colava giù sangue; diventai bianco come un cadavere. Come fare? Ancora uno sforzo, finchè posso reggermi in piedi; avanti, barcollando come un briaco; mi sentivo mancar le forze, e a poco a poco mi si stendeva un velo oscuro sugli occhi. Tutto ad un trattò un ufficiale manda un grido:—Cos'è questo? Mi si accosta, mi prende per la mano, io guardo, era tutta insanguinata. Uscii quasi fuori di me, fui condotto in quartiere, e poi all'ospedale, e mi prese una febbre maledetta, che per poco non mi mandò all'altro mondo. Fui visitato dai medici, dagli ufficiali della compagnia, dal maggiore; m'interrogarono, interrogarono i miei amici, e vennero in chiaro di tutto. Un soldato che si batte con un signore non è affare di tutti i giorni; la cosa fece chiasso per la città; per un pezzo non si parlò d'altro; tutti, anche i miei superiori, lodavano il coraggio e la forza che avevo avuto di resistere tante ore alle ferite; tutti volevano sapere chi fosse quel signore; tutti erano curiosi di conoscere la ragazza. Dirle quanto mi rincresceva, quanto mi faceva male il pensare che Luisa veniva così messa in piazza, come suol dirsi, per causa mia, io non saprei dirglielo; n'ero disperato, avrei dato metà del mio sangue Perchè non fosse. Seppi dopo che quel giovane aveva una ferita grave nella testa; poi mi dissero ch'era quasi guarito, e poi che se ne voleva andare dalla città. Di Luisa non seppi più notizia. Temevo che fosse malata, che fosse andata via, poi m'immaginavo che suo fratello, a cagione di quello ch'era seguìto, la maltrattasse peggio di prima, e che quel signore, appena guarito, avesse ricominciato a ronzarle intorno; vivevo in ansietà continua, e stentavo a guarire, e la sera, debole com'ero che m'intenerivo per niente, qualche volta mi veniva da piangere, e facevo compassione a me stesso. Intanto stava per finire l'inverno, e si cominciava a parlare della guerra.—Ci fosse pure la guerra! pensavo; chi sa che non mi levasse dal cuore questa disgraziata passione.—Dopo la febbre mi eran venuti addosso cento altri malanni, e io menava la più triste vita che si possa immaginare. Non mi lasciavano neanche veder gli amici per paura ch'io mandassi lettere o imbasciate per mezzo loro, e facessi nascere nuovi guai, e volevano che tutto fosse finito. Oh che brutte giornate, signor colonnello!... Ma in una sera, in una sola sera tutto mutò. Era sull'imbrunire; io stavo già a letto; ero più tristo del solito; venne una monaca a darmi da bere;—vi sentite molto male?—mi domandò, vedendomi gli occhi rossi.—Perchè vi scoraggiate così? che cos'avete?—Ah! sorella—risposi scrollando la testa;—io sono un disgraziato, ecco quello che ho!—Eh via! fatevi animo,—ella rispose, e poi soggiunse sorridendo:—non sentite che c'è della gente che canta per farvi stare allegro?—Io tesi l'orecchio, e sentii una voce lontana, dalla strada, da una casa della parte opposta, una voce di donna che cantava, una voce debole, ma che pareva facesse uno sforzo per farsi sentire; il sangue mi si rimescolò, il cuore mi cominciò a battere forte, mi prese come un affanno violento, mi sforzai, mi sforzai, e finalmente mi diedi giù a singhiozzare e a ridere come un bambino, appoggiando la testa sulle braccia della sorella, che mi guardava tutta maravigliata.—Oh Luisa!... sei tu,—esclamai ricadendo sul guanciale;—sia benedetto il cielo!—
Il colonnello respirò come se anch'egli in quel punto si sentisse liberato d'un affanno.
—Da quel giorno cominciai a star meglio; i miei amici che volevano vedermi furono lasciati venire; in capo a una settimana mi potei levare. Il mio primo passo fu verso la finestra. Era una delle più belle mattinate di aprile. Mi accostai all'inferriata tremando, mi afferrai prima ai ferri colle mie mani smunte e bianche, e poi guardai all'ultimo piano della casa dirimpetto. C'era! Pareva che mi aspettasse! Stava appoggiata al davanzale col viso rivolto alla mia finestra; mi guardò attentamente; pareva che non mi riconoscesse, che fosse incerta, agitata; si stropicciava le mani, sporgeva la testa a destra e a sinistra, e se ne andava, e tornava, e non si dava pace. Io colsi un momento che non avevo nessuno intorno e avvicinato il viso alla grata dissi sottovoce e con forza:—Luisa.—Ah!—essa gridò, e rimase là ferma come una statua a guardarmi.—Luisa! io ripetei.—Essa sorrise e si appoggiò con una mano al davanzale come se le mancassero le gambe. Io la chiamai ancora una volta.—Oh Dio!—essa gridò, e scomparve. La stessa mattina mi mutarono di posto, e addio finestra. Ma in pochi giorni fui in piena convalescenza, e poco dopo mi trovai in grado di uscire. Parevo matto! Uscire, rivederla, dopo quel che era accaduto, dopo aver sofferto tanto! Ma guardi se non era proprio destino che io non dovessi mai esser contento per un pezzo. La guerra, in quel frattempo, era diventata quasi sicura; molti corpi avevano già lasciate le loro guarnigioni; ed eccoti che il giorno prima dalla mia uscita dall'ospedale, vien l'ordine ai due battaglioni di partire. Come fare? Non vederla più? Andar via così incerto, senza farle una promessa, senza almeno sapere di sicuro che mi vuol veramente bene, e che mi aspetterà? Ma ad avere una risposta non c'era più tempo, e bisognava che mi contentassi di scriverle io. Uscendo dall'ospedale dovevo andar difilato in quartiere, e dal quartiere difilato alla stazione della strada ferrata; pensai che qui o là avrei trovato il ragazzo. Scrissi un bigliettino in fretta proprio al momento di partire, e non dicevo altro che questo:—Se vivrò, tornerò; ne do la mia parola d'onore.—Al quartiere il ragazzo non c'era; lo vidi alla stazione; pareva che mi cercasse. In quei pochi minuti di riposo prima di salire nelle carrozze, potei allontanarmi dalle righe, egli mi venne dietro, e tutt'e due mettemmo nello stesso tempo le mani in tasca; io gli diedi il biglietto; lui tirò fuori con gran segretezza una cosa ravvolta in un pezzo dì carta, me la mise in mano, e disse:—È mia sorella,—e scappò. Guardai: era una borsa da tabacco. Signor colonnello.... lei mi capisce. Fu il giorno dopo che io scrissi la prima volta a casa tutto quello che era seguito, manifestandole mie intenzioni, e fu dopo quella lettera che lei ebbe la bontà di occuparsi dei fatti miei e di aiutarmi. Quel che avvenne poi lei lo sa. Io feci tutta la campagna col mio battaglione. A San Martino, come le ho scritto, girando pei campi dopo il combattimento, trovai tra i feriti più gravi un bersagliere che mi parve di conoscere e che portai io stesso all'ambulanza, dove morì appena arrivato. Era il fratello di Luisa, che si era arrolato volontario dopo cominciata la guerra, e avea toccato una palla in un fianco. Prima di morire, mi riconobbe, mi ringraziò, e mi raccomandò sua sorella. Povero giovane! Finita la guerra, il mio battaglione andò a Torino. Là seppi che una signora di Savigliano, sua conoscente, avea preso a proteggere Luisa, e che Luisa stava bene, benchè avesse molto sofferto per la morte di suo fratello maggiore, e che il ragazzino andava a lavorare. La mia classe fu congedata, e io partii subito per Savigliano, dove sapevo che, per grazia sua, signor colonnello, erano arrivati o stavano per arrivare mio padre e mia madre. Arrivai la mattina per tempo. Era una bella mattinata serena e fresca come quel giorno che avevo visto Luisa per la prima volta. Corsi subito, così come ero vestito da bersagliere, nella strada dietro l'ospedale. Essa stava sempre là, non aveva voluto mai andarsene, benchè la signora sua protettrice le avesse offerto di riceverla in casa propria. Salii le scale a salti, col cuore che mi batteva da rompersi; mi avvicinai in punta di piedi a quella porta; una donna che era sul pianerottolo, e pareva informata di tutto, mi fece segno che Luisa c'era; la porta era socchiusa; accostai l'orecchio allo spiraglio; sentii canterellare, era lei; tirai fuori la borsa e la gettai dentro la stanza; il canto cessò, udii un grido acuto, entrai, la vidi, aprì la bocca per gettare un altro grido, non potè, agitò due o tre volte le mani in aria come una pazza, poi vacillò e mi cadde fra le braccia. La sera arrivarono i miei parenti, l'indomani partimmo per Valdieri ed eccoci qui da tre giorni; qui con quella cara e santa... Oh Dio! Eccola qui.—
Luisa era comparsa sotto la pergola, vestita da sposa, con un velo bianco sul capo e una veste di seta nera bene adatta alla sua vita esile e snella. Aveva il viso roseo e gli occhi umidi e dimessi, e nell'andatura e negli atti una compostezza piena di peritanza e di grazia. Le stavano da una parte il padre e la madre di Cesare, dall'altra il fratello, un ragazzo sui dieci anni; dietro un gruppo di parenti e di amici, tutti silenziosi.
—Signor colonnello,... essa mormorò timidamente facendo un inchino.
Poi si voltò allo sposo, vibrò un lampo dagli occhi, sorrise e chinò la testa.
Il colonnello, tuttora commosso dal racconto di Cesare, la guardò lungamente con un misto di curiosità e di tenerezza. Cesare si mise a contemplarla con quello sguardo avido degli innamorati che gira intorno alla persona e l'abbraccia e l'avvolge, come se volesse stringerla nelle sue spire e tirarla a sè. La madre e le altre donne la guardavano anch'esse con un'aria di compiacenza rispettosa, allungando di tratto in tratto una mano per accomodarle ora una piega del velo, ora del vestito. E tutti stavano zitti, e Luisa, confusa da tanti sguardi, cogli occhi bassi, col sorriso sulle labbra, fingeva di guardare un capo del velo che stropicciava tra le dita.