—Cosa risposero?

—Risero; ma dissero che sarebbero venuti come lei voleva. Qualcuno non aveva più tutta la roba. Mettetevi quel che avete, gli ho detto.

—Naturale. Dunque.... sentimi adesso; siedi.

Il giovane sedette.

—In questi tre giorni dacchè sei venuto, io non t'ho ancora potuto tenere fermo un'ora, qui, a quattr'occhi, per farmi raccontare per filo e per segno come sia andata tutta questa faccenda.... che s'ha da concludere quest'oggi. Dalle lettere ho capito qualcosa, ma poco e male; vorrei sapere le cose chiare e netto. Vedi di stare fermo e quieto un momento, e di' su tutto per bene; tanto prima dell'otto non l'hai da vedere; adesso dorme, m'immagino, che sarà stanca di ieri, e poi ci vorrà un po' di tempo prima che sia vestita per andare.... Sentiamo dunque, e mettiti il cuore in pace un momento; già essa non ti scappa, lo sai.—

Il giovine rise, si fece scorrer due o tre volte le mani sulle ginocchia, si fece serio, poi di nuovo rise, e finalmente cominciò a parlare. Il colonnello appoggiò un gomito sul tavolino e il mento sulla mano.—Sentiamo queste grandi avventure.

—Ecco come l'è andata, signor colonnello; le dirò tutto, e lei abbia la bontà di compatirmi se parlo male. Eravamo di guarnigione a Savigliano, due battaglioni di bersaglieri, sul finire del cinquant'otto, come lei già sa. La città non è brutta, la gente ha buon garbo coi soldati, e c'era poco da fare; io ci stavo volentieri e il tempo passava presto. Quattrini da casa non me ne lasciavano mancare, e io, i giorni che non ero di servizio, appena mangiato il rancio, me ne andavo ad aggiungervi un'insalatina di lattuga dal vivandiere, e uscivo di caserma contento come una pasqua. I superiori chiudevano gli occhi, io portavo un pennacchio lungo così, e tutta la roba accomodata per bene al mio dosso, e faceva anch'io la mia figura. In quelle ore d'uscita, passeggiavo la città in lungo e in largo con quattro o cinque camerata, quasi sempre li stessi, o s'andava a fare un giro in campagna o a bere un bicchiere in compagnia. Uscendo di quartiere, portavo ogni giorno, per abitudine, una grossa fetta di pane in tasca, e la davo a uno dei poveri che stavano davanti alla porta del quartiere, il più delle volte a un ragazzino che poi le dirò chi fosse. Me la passavo bene, via, e non avevo da lamentarmi di niente e di nessuno. Oh.... senta adesso, signor colonnello. Una bella sera.... veda come tante volte dalle piccole cose.... a pensarci mi pare ancora impossibile.... basta; una sera esco solo di caserma, e mi avvio per la solita passeggiata. Potevano essere le cinque. Dovevo passare per una strada tutta disselciata e ingombra di mucchi di terra, di ciottoli, e di operai che lavoravano. Arrivato al punto dove incominciavano gl'ingombri, vedo un povero tutto lacero, vecchio, cieco, che stentava a reggersi in piedi e voleva andar oltre e si peritava e tastava qua e là col bastone senza saper da che parte voltarsi. La gente guardava e non si moveva.—Accompagnalo tu—disse una donna da una finestra, rivolgendosi a un ragazzo; il ragazzo fece una spallata.—Ma che non ci sia proprio nessuno che abbia un po' di carità per quel povero disgraziato? la donna domandò.—Ci son io,—risposi; e senza dir altro presi il vecchio a braccetto, e adagio adagio, facendogli scansare i sassi, insegnandogli dove doveva mettere i piedi, un passo dopo l'altro, con santa pazienza, lo condussi fuor di pericolo, dove ricominciava la strada piana. Allora il vecchio mi ringraziò, mi toccò per sapere chi fossi, e sentito il pennacchio e la daga, disse tutto contento:—Ah! è un bersagliere.... Bravo bersagliere!—E andò via. In quel punto alzo gli occhi e vedo a una finestra una ragazza che mi guarda. Appena mi vide, scomparve; ma l'avevo sorpresa che mi guardava con un'aria tanto buona, così colla testa un po' chinata da una parte, come se dicesse:—Oh! che buon giovane!—Oh! che buona ragazza! pensai subito tra me, al primo vederla. Sa, signor colonnello, ve n'è di quei visi che fanno dire così; appena veduti si fanno voler bene; che so io? paion persone di casa; si direbbe d'averle conosciute qualche altra volta. Basta, non ne feci caso e tirai avanti per la mia strada. Ma ricordo che era una bella giornata, e faceva un fresco ch'era un piacere, e tutta la gente pareva allegra, e non so come, ma tutto in un momento mi parve d'esser contento anch'io. Ora senta che cosa m'è seguito una settimana di poi. Si faceva una festa a un santuario poco lontano dalla città. Io e due miei compagni ci andammo. C'era moltissima gente. Sul tardi, mentre tutti tornavano, in un punto dove la strada faceva un gran giro, uno dei miei camerata domandò: Prendiamo una scorciatoia? Prendiamola, si rispose. Bisognava saltare un fosso largo un quattro metri per lo meno. La gente fa un po' di posto, il primo prende la rincorsa, spicca il salto, e va a cascare proprio sull'orlo della sponda, che un palmo più indietro gli era dentro. Il secondo salta anche lui, ma batte in terra colle ginocchia. Salto io, e piombo di là un buon passo d'avanzo, dritto come un fuso.—Bene! Bravo! Svelto quel giovane!—dicono dall'altra parte. Io mi volto, e in mezzo a tutti quei visi che mi guardavano, rivedo quel tale, quel della ragazza, un po' chinato da una parte e che sorrideva, proprio come la prima volta. Allora mi sono sentito un po'.... Da quel tanto che ho potuto travedere, perchè era mezzo nascosta dalla gente, e poi non mi venne più fatto di ritrovarla, mi è parso che fusse una povera ragazza. Tutta la sera, tutta la mattina del giorno appresso non me l'ho potuta levar dalla testa.—Dove l'ha la testa il numero sette? mi gridava il sergente in piazza d'armi.—A momenti lo consegno.—Quella parola «lo consegno» m'ha fatto venir freddo; non avevo avuto mai tanta paura di restar segregato in quartiere, e per tutto quel giorno rigai diritto che parevo il primo soldato del battaglione. All'ora solita esco, e quasi senza accorgermene, di passo in passo, mi ritrovo in quella strada. Avevo quasi paura a andare avanti, veda un po'! Camminava impacciato come se avessi avuto le gonnelle. A una certa distanza, vedo uscire molte ragazze da quella casa, mi fermo, osservo, e capii che ci doveva essere una sarta. Tre o quattro si fermano in mezzo alla strada e guardano ridendo dentro la porta, come se aspettassero qualcuno che non vuole uscire. Finalmente esce un'altra ragazza, era lei; esce in fretta e infila la strada dalla mia parte, rasento il muro, colla testa bassa, come se avesse vergogna. Le altre ragazze la guardavano e ridevano. Mi accorsi che ridevano del modo con cui era vestita; essa pareva quasi una povera, e le altre, signorine; camminava a passi corti corti, forse per non far vedere gli stivaletti, e io m'accorsi ch'eran sdruciti sulla punta; e avea il viso quasi coperto dal fazzoletto che teneva fermo sotto il mento con una manina magra e pallida. Venne innanzi sempre più in fretta, e appena mi vide diventò rossa come il fuoco. Mi si strinse il cuore, e sentii una compassione tanto forte di quella povera giovane che, non so come, mi venne un'idea.... Doveva passare fra me e il muro; c'era una grossa pietra, mi chinai, la presi, la buttai in disparte, feci un passo indietro, ed essa passandomi davanti come una freccia, mi guardò e disse:—grazie.—Ed io restai là sbalordito a guardarla mentre s'allontanava. Ad un tratto sento ridere qualcuno dietro di me, mi volto e vedo un giovane, un signore, che andava in fretta dietro la ragazza, guardando per terra. Non c'era altri nella strada: aveva riso di me. Gli tenni dietro coll'occhio, non si voltò, non mi guardò, tirò innanzi. Ma io rimasi come se m'avessero data una mazzata sul capo. Aveva una fisonomia cattiva quel signore; gli luccicavano gli occhi in un certo modo che faceva quasi paura. Passai una gran brutta nottata quel giorno, signor colonnello! Che cosa vuole? Io non avevo mai provato un'affetto così.... Non sapevo nemmeno io quel che mi volessi; avrei voluto che ci fosse una guerra, che so io? un incendio, o qualche altro gran diavolìo, da potermici gettare in mezzo come un disperato. Il giorno dopo ripassai per di là e incontrai di nuovo quel signore. Appena mi vide, si andò a piantare proprio dinanzi alla porta della sarta. Io stetti a osservarlo da lontano. Le ragazze uscirono, e si fermarono nella strada; usci lei per l'ultima, le altre risero, il signore le si avvicinò per parlarle, essa gli voltò le spalle e tirò via; quando mi fu vicina mi accorsi che piangeva. Mi guardò come il giorno prima, passando in fretta, e scantonò alla prima strada, e il signore dietro.—Questa volta voglio vedere anch'io,—dissi tra me, e li seguitai da lontano. Gira e rigira, per quei vicoli torti e oscuri, la ragazza arrivò finalmente nella via dietro l'ospedale militare, dove stava di casa. Infilò una porta e lasciò il suo cacciatore grullo e confuso con un piede sulla strada, e un altro sul primo scalino della scala e la faccia rivolta in su. Dopo un minuto, essa fece capolino a una finestrella del quarto piano, guardò giù, e riscomparve. Questa stessa stessissima scena si è ripetuta per altri sette o otto giorni. Lui mi guardava sempre col cipiglio e lei con quell'aria dolce e buona; lui continuava ad andarle dietro come l'ombra del suo corpo, e lei continuava a scappare, e io teneva d'occhio tutti e due. Intanto, nella strada della sarta, la gente se n'era accorta, e ogni giorno ch'io ci andavo mi sentivo bruciare il viso dalla vergogna, perchè lei lo sa, signor colonnello; quando si vede un soldato che guarda una ragazza, non si crede che ci possa essere altro che il solito perchè, e la ragazza perde la reputazione, e a me piangeva il cuore a pensarlo, e in parola di soldato d'onore, io glielo dico adesso a lei come se parlassi davanti a Dio, se mi è mai venuta solamente l'idea.... Ma come fare a non andarci? A non andarci mi sarei immaginato subito che dovesse accadere chi sa che, sarei stato sempre col batticuore; mi sentivo forzato ad andare. Ora senta che cosa seguì. Io conoscevo di veduta un giovinastro, che poteva avere un ventitrè o ventiquattro anni, ozioso, ubriacone, accattabrighe, tenuto d'occhio dalla questura, uno dei più cattivi soggetti del paese, e lo conoscevo per avere avuto da fare con lui più d'una volta, di notte, girando per la città colla pattuglia. Ebbene, un bel giorno.... non iscorderò mai la sorpresa e la tristezza che n'ho provato.... un bel giorno incontro questo individuo a braccetto della ragazza. Mi son sentito mancar le gambe, e per un momento non vidi e non capii più nulla. Da quel giorno, per più d'una settimana, non vidi più la ragazza sola; questo giovinastro l'andava ad accompagnare la mattina e l'andava a prendere la sera. S'accorse presto di me, e cominciò a guardarmi con due occhi di basilisco; io non gli badava. Ogni giorno, nel punto dove c'incontravamo, o ci fosse o non ci fosse quel tal signore, e se n'accorgesse o no il giovane che le era assieme, essa mi dava sempre un'occhiata, una sola, sempre uguale, sempre come me l'aveva data il primo giorno, e questo mi metteva nel cuore una gran forza e un gran coraggio. Ma chi sarà costui? io mi domandava ogni momento. E veda un po' per che curioso accidente sono riuscito a sapere chi era. Un giorno, insieme alla solita fetta di pane, mi penso di regalare al ragazzo una cravatta vecchia da bersagliere, di quelle azzurre, che io non so perchè avevo rotondata colle forbici ai due capi. Due giorni dopo ti vedo l'amico della ragazza con quella cravatta al collo. Lo guardo ben bene nel viso, confronto le due fisonomie, e mi pare che lui e il ragazzino si somiglino, e mi viene il sospetto che siano fratelli. L'indomani tiro in disparte il ragazzo, e gli domando:—Di' un po', lo mangi tutto tu codesto pane, o ne dai anche a tuo fratello?—Ne do a mia sorella, mi rispose.—Hai anche una sorella?—Una sorella e un fratello.—E che cosa fa tua sorella?—La sarta.—E tuo fratello?—Pensò un momento e poi rispose:—Niente.—È lui, pensai. E infatti, continuando a interrogarlo, mi accertai di tutto. Seppi che la ragazza si chiamava Luisa, ed era sui diciassett'anni; che non aveano più padre nè madre nè altri parenti da quasi due anni; che lei, povera giovane, lavorava dì e notte per vivere e per dare qualche soldo a suo fratello, il quale andava poi a spenderli all'osteria, e tornava a casa ubriaco, e la maltrattava, e la faceva piangere.—Tante volte, mi disse fra le altre cose il ragazzo, egli torna a casa alle due o alle tre dopo mezzanotte, e mia sorella lavora ancora; e poi conduce con sè i suoi compagni, e tutti insieme si mettono a cantare e a ballare, e allora essa esce di casa e resta addormentata sugli scalini col suo lavoro in mano.—Se non mi venne da piangere lì in presenza sua fu perchè feci un gran sforzo; ma non ho potuto tenermi quando fui solo. Da quel giorno diedi al ragazzo tutto il mio pane, risparmiai tutti que' pochi soldi che ho potuto e gli diedi anche quelli; mi parve quasi che fosse un mio dovere; non mettevo più soltanto il cuore in codesti sacrifizi, ma anche la coscienza, e mi sentivo il coraggio di tirare avanti così eternamente, tanta era la tenerezza e la compassione che mi faceva quella povera disgraziata, sola, senza difesa, ridotta a campar di pane e a logorarsi la salute col lavoro. Oh! signor colonnello, se lei sapesse quel che provavo io, di notte, alle due, alle tre della mattina, quando passavo dietro l'ospedale colla pattuglia, e vedevo lassù al quarto piano quella finestrina illuminata, e pensavo che in quel momento lei era là che cuciva, al freddo, stanca Dio sa come, forse senz'aver mangiato!... Senta ora come mi sono fatto conoscere; è stato un caso. Una mattina il ragazzo mi viene a dire che sua sorella gli aveva chiesto chi era il soldato che gli dava il pane e i soldi. Guardi che combinazione! Io ero stato promosso caporale il giorno prima, e m'ero messo i galloni quel giorno stesso; mi è venuta quest'idea.—Va a dire a tua sorella, gli dissi, che il soldato che ti dà il pane è uno che si è messo i galloni oggi per la prima volta.—La sera esco, col cuore in trepidazione, la incontro, mi guarda, diventa rossa, poi ride, e si copre il viso col fazzoletto. Ah! lo creda, signor colonnello, io non ho provato una contentezza come quella; io ebbi quasi paura di perdere la testa.

Qui Cesare tirò un gran respiro.—Avanti,—gli disse subito il colonnello. Egli continuò:

—Ma era destinato che le mie contentezze durassero poco. Una mattina, andando in piazza d'armi col battaglione, vedo da lontano, in fondo a un vicolo, due persone.... due persone che non avrei mai voluto vedere insieme, quel tal signore e il fratello di Luisa che discorrevano. Se non mi cascò il fucile di mano fu un caso. Già lei si può immaginare quello che sospettai. E non mi potevo mica ingannare, perchè a giudicar dalla maniera con cui quel signore andava dietro alla ragazza, che aveva l'aria di dire:—Son sicuro del fatto mio!—e rideva e faceva lo sfrontato, ce n'era d'avanzo per capire a cosa mirava. E poi il fratello era un pessimo soggetto, capace di tutte le cattive azioni. Si figuri dunque che cuore fu il mio, quando, pochi giorni dopo, il ragazzo mi venne a dire che la sera prima sua sorella e suo fratello s'erano litigati, che lo avevano mandato fuori di casa per poter discorrere tra loro, e che lui, dalla scala, avea sentito il fratello parlar forte e con rabbia, e la sorella piangere e rispondere:—mai! mai;—e che poi era seguito qualche minuto di silenzio in cui non avea potuto capire che cosa facessero, e infine s'era aperta la porta, e n'era uscita Luisa bianca in viso che pareva una morta, scarmigliata, e con una guancia livida. Il fratello l'aveva picchiata, e lei non avea gridato per non farsi sentir dai vicini. Mi si oscurò la vista, mi prese un tremito così forte che mi pareva d'aver la febbre, mi sentii diventar cattivo; se lì per lì avessi incontrato il fratello, lo stritolavo senza dargli tempo di fiatare. Decisi di andarlo a cercare, lui e il signore, e chiunque avesse mano in quell'intrigo infame; ma poi mi frenai, e pensai meglio d'aspettare anche un po'.—Va a dire a tua sorella che si faccia coraggio, dissi al ragazzo, e che c'è qualcuno che le vuol bene davvero, e che pensa per lei.—L'indomani era giorno di festa, e avevamo tre ore di libertà più del solito. Uscii solo e me n'andai a passeggiare per la città. Camminavo circa da un'ora, quando mi accorsi d'esser seguitato alla lontana da due individui, due monellacci sullo stampo del fratello, due faccie proibite. Feci le viste di non accorgermene. Dopo un po' di tempo vidi che a quei due se n'erano aggiunti altri due, e che s'avvicinavano.—Ho capito,—dissi tra me;—sono mandati; voglion tenermi a bada; qualcosa questa sera deve seguire.—Stavo per uscir di città, ritornai verso il centro, e affrettai il passo in modo che mi perdettero di vista per un pezzo. Intanto trovai due miei compagni, li informai della cosa, si combinò il nostro piano, e poi, siccome cominciava a imbrunire, mi diressi verso l'ospedale. Nel punto che attraversavo una piazzetta là vicino, vidi il mio.... quel signore che scantonava in fretta dalla parte opposta. Non s'accorse di me; io affrettai il passo, arrivai nella strada, mi andai a mettere poco lontano dalla casa di Luisa, in un angolo buio, e stetti osservando. Quel giovane arrivò pochi momenti dopo e si mise a passeggiare davanti alla porta, adocchiando di tratto in tratto l'orologio, e voltandosi ad ogni passo a guardare se nessuno veniva. Notai che si voltava sempre dalla stessa parte.—Debbono venir di là,—pensai, e per una via laterale corsi difilato in fondo alla strada, dalla parte che guardava l'amico. Non ebbi da aspettar molto; comparvero quasi subito il fratello e la sorella.—L'ho detto, io ripensai—che qualcosa deve seguire; ma o ci lascio la pelle o non ci riescono per Dio!—M'era salito tutto il sangue alla testa; non sapevo più quel che mi facessi; stringevo i denti e i pugni, e mi sentivo forte per quattro. Girai largo in punta di piedi, e andai a mettermi una quindicina di passi dietro Luisa; non potevo essere veduto, la strada era quasi buia. Parlavano sottovoce fra loro; Luisa piangeva, e si fermava tratto tratto, e il fratello la spingeva innanzi stringendola pel braccio. A un certo punto essa battè forte un piede in terra e disse risolutamente:—No! Ammazzami piuttosto.—Allora il fratello, digrignando i denti come un cane, la interrogò ancora tre volte:—Vieni?—Ed essa tre volte rispose no. Alla terza quel manigoldo alzò una mano,... essa gittò un grido, io mi slanciai fra loro, afferrai quel braccio levato in alto e glie lo ributtai indietro con una scossa da slogargli la spalla, dicendogli:—Cosa fai, mascalzone!—Non avea finito di profferir queste parole, che mi vidi comparir davanti dieci persone in aria minacciosa; erano i compagni del fratello; in mezzo a loro, il signore; più in là qualche curioso; Luisa s'era appoggiata al muro.—Cos'ha lei? Come c'entra lei? mi domandarono tutti insieme avvicinandosi.—Indietro!—io gridai quasi fuor di me;—c'entro, chè qui si vuol fare un mercato infame!—È matto! gridarono tutti insieme, avvicinandosi ancora.—Indietro!—io ripresi con voce soffocata;—indietro, o spacco il cranio a qualcuno!—e avevo la daga nel pugno.—Eh! via, mi si levi dai piedi, imbecille!—gridò il signore facendo un passo innanzi per sollevare Luisa caduta; io gli diedi uno schiaffo; gli altri mi si slanciarono addosso per finirmi.—Un momento signori!—gridò una voce dal mezzo della strada. Quei manigoldi si voltarono, e videro dieci bersaglieri schierati colle daghe nel pugno. Rimasero tutti là fermi, senza fare un gesto, senza dire una parola. Poi, tutto ad un tratto, se la svignarono chi di qua chi di là, mogi mogi, come cani bastonati. Luisa, più portata che condotta, entrò in casa. Il signore, tutto stravolto, mi si accostò e mi disse:—Il suo nome?—Io gli dissi nome, cognome, compagnia, squadra, numero di matricola, tutto quel ch'egli ha voluto. Egli notò tutto e se n'andò dicendomi:—Ci rivedremo.—Come le pare—risposi.—Ringraziai dopo i miei compagni:—Se tardavate un minuto, ero spacciato; vedevo già luccicar dei coltelli.—Allora si misero tutti insieme a farmi mille domande, a voler sapere i come e i perchè e i quando, e io raccontai addirittura tutta la storia da principio. Noti però, signor colonnello; bisogna esser giusti; tutti quei mascalzoni, era il fratello di Luisa che li aveva radunati, e non l'altro; l'altro non ne sapeva niente; anzi, se avesse preveduto che razza di gente doveva pigliare le sue difese, io credo che non sarebbe nemmeno venuto. Ma poi che si trovava nell'impiccio, e il dispetto e la rabbia lo rodevano, cercò d'uscirne a tutti i patti; è naturale.