E quelle belle mattinate di primavera, (che fanno uscir la voglia dei libri, come dice il Giusti, e mettono la smania nelle gambe) quando, seduti a tavolino, sbadigliando e sonnecchiando sopra una favola di Fedro da voltare in italiano, sentivamo prorompere all'improvviso giù nella via un gran frastuono di tamburi o di trombe, e noi subito al diavolo quaderni e libri, e via a rompicollo giù per le scale, dietro ai soldati, fino alla piazza d'armi, a contemplare estatici quel vivo sfolgorìo delle baionette che appare e dispare come un lampo al di sopra delle teste dei battaglioni, e a sentire quel clamoroso e prolungato urrà degli attacchi, che già fin d'allora ci rimescolava il sangue e facea sì che stringendo involontariamente i nostri piccoli pugni ci sentissimo raddoppiate le forze; chi non le ricorda quelle belle mattinate? È vero che, tornati a casa, c'era da subire gli occhiacci del babbo o anche di peggio; ma quel poter dire:—sono stato in piazza d'armi—ah! gli era pure un grande sgravio di coscienza, e una ragione che si poteva addurre e s'adduceva in fatti senza umiltà e senza paura.

E il primo soldato con cui, a forza di ronzargli attorno, riuscimmo a stringere un po' d'amicizia, chi non se lo ricorda? E chi non ricorda la prima volta che, in piazza d'armi o al tiro al bersaglio, abbiamo avuto l'onore di andargli ad attingere un po' d'acqua alla fonte vicina colla sua stessa gamella? Noi gliela portavamo piena, ricolma, lì lì per traboccare al menomo moto; eppure non se ne versava una goccia, così attentamente cogli occhi, colle braccia, con tutta la persona, con tutta l'anima ci sforzavamo di riuscire degnamente nell'onorevole incarico! E poi, farsi vedere al passeggio con un caporale, per esempio, dei bersaglieri! Ma è una di quelle felicità, vedete, che quando io mi metto a pensarci su, vorrei ritornare fanciullo per poterla riprovare, o provarla, pur rimanendo un uomo, anche a costo di parer rimbambito. E noi, la sera, all'ora della ritirata, si accompagnava il nostro caporalotto sino alla porta del quartiere, e gli si dava e se ne riceveva la buona notte o la promessa d'un convegno pel domani, ad alta voce, perchè sentissero gli altri ragazzi ch'erano là attorno; e il domani si faceva assieme una bella passeggiata fuori di città, e giunti in un luogo solitario, pregavamo il nostro amico che ci facesse veder la daga, ed egli rispondeva che è proibito, e noi continuavamo a pregare ed egli:—no,—e noi:—sì, mi faccia il piacere, bravo, un momento solo, appena un momento;—e il povero caporale, data un'occhiata intorno se nessuno venisse, tirava fuori la daga dal fodero con una cert'aria di mistero, e la vista di quella bella lama nuda e luccicante ci metteva un fremito nelle vene, e ne toccavamo leggermente la punta col dito, e domandavamo se fosse affilata e se con un colpo avrebbe ammazzato un uomo.... Oh poi, l'amicizia d'un caporale vi porta di gran bei frutti! Quello, fra gli altri, di aver sempre in tasca qualche capsula bella e nuova, qualche volta anche della polvere, e fors'anco una bella croce d'una piastra vecchia, o dei bottoni di stagno ammaccati, e persino,—ma son fortune che capitan di rado,—è possibile persino che diventiate possessore d'un paio di galloni, un po' logori forse, ma sempre tali da fare una stupenda figura sulle maniche della vostra giacchetta da casa. E tutta la ragazzaglia del vicinato vi porterà rispetto.

Il concetto che s'ha da fanciulli dell'autorità e della prevalenza fisica e morale dei soldati sugli altri cittadini è un concetto smisurato. Soldati che non siano prodigi di coraggio non ce ne può essere; soldati meno forti d'uno qualunque dei cittadini più forti, assolutamente non ve n'è; nessuno al mondo può correre quanto un bersagliere; le più belle barbe della città son quelle degli zappatori; nulla v'ha di più terribile in terra che un ufficiale colla sciabola sguainata, tanto più se la sia uscita poco prima dalle mani dell'arrotino. E di fatti, quando si facevano ballar le marionette e s'improvvisavano le commedie, ci poteva ben essere sul palco scenico una lotta accanita di dieci individui armati, potevano ben esserci anco dei principi e dei re a fare il chiasso colla spada in pugno; ma al solo apparire di due soldati collo schioppo a tracolla, tutte le altre teste di legno mettevan giudizio ad un tratto, e si quetavano, e qualche volta anche i re, sì signori, anche le corone s'inchinavano dinanzi ai cheppì. E quando la sera, a ora tarda, sentivamo tutto ad un tratto giù nella strada, presso alla porta d'una osteria, un gridìo confuso di voci irate e minacciose, e un risuonare di bestemmie, di pugni e di bastonate, e un pianger di donne e di bambini, e affacciatici alla finestra e vedute luccicar delle daghe, capivamo che s'era impegnata una rissa fra soldati e operai, non abbiamo noi sempre fatto voto che questi ne buscassero di molte, e quelli ne uscissero immuni? E se accadeva il contrario, oh che stizza, che rodimento! Quanto ad autorità poi, i fanciulli non ne suppongono alcuna al di sopra del colonnello o del generale comandante il presidio della città. È ben naturale. Una volta, non mi ricordo in occasione di che festa cittadina, mentre passavano per la via l'intendente e un luogotenente-colonnello dei bersaglieri con un lungo codazzo di impiegati e di ufficiali d'ogni grado, mio fratello che conosceva il mio debole e voleva pungermi sul vivo:—Guarda—mi disse indicandomi l'intendente—quell'uomo là vestito di nero comanda assai più dell'altro che ha tutto quell'oro addosso.—Chè!—io risposi scotendo sgarbatamente una spalla,—non è vero, è impossibile.—

E questo vivissimo affetto dei fanciulli è ricambiato dai soldati con un affetto meno entusiastico, ma non meno profondo. Coscritti, appena arrivati al corpo, o puranco vecchi soldati, appena giunti in una città sconosciuta, dove li cercano, dove li trovano i loro primi amici, i loro primi conforti, i loro primi diletti? In quello sciame di monellucci che scorrazzano intorno ai tamburini quando il reggimento va in piazza d'armi. Da loro i primi sorrisi, le prime strette di mano; con loro i primi convegni, i primi colloqui confidenti e geniali, le prime passeggiate solitarie in campagna, i primi sfoghi di rancore contro i superiori prepotenti, e i primi lamenti sulle durezze della disciplina, e da loro le prime parole di conforto e le prime consolazioni. Si fanno scrivere e leggere le lettere di casa da loro, e raccontare tutte le particolarità più insignificanti della vita di famiglia, e le ascoltano con gran piacere, e tal volta con una certa tenerezza melanconica, perchè, lontani, come e' sono, dai proprii parenti, quei discorsi ravvivano nel loro cuore un cotal sentimento, direi quasi, di casa, un sentimento delicato, soave, quale non si prova sempre nelle rumorose camerate della caserma. Per mezzo di quei fanciulli, essi a poco a poco stringono amicizia col portinaio, e per mezzo di questi riescono in breve tempo ad allargar la rete delle relazioni amichevoli, così che, a un bisogno, sanno a cui ricorrere, e, in ogni caso, con chi scambiare due chiacchiere alla buona, tanto più se fra le loro amiche vi sia qualche buona donna che abbia un figliuolo soldato. Quindi, nel loro cuore, alla simpatia e all'affetto pei fanciulli s'aggiunge la gratitudine; e per mezzo loro, anche i loro piccoli amici stringon nuove amicizie; a poco a poco in quella tal compagnia, in quel tal battaglione non v'ha più per essi una faccia ignota o indifferente, e il loro affetto, cessato il primo bollore dell'entusiasmo, mette radici profonde e tenaci. E quando il reggimento se ne va.... io l'ho provato; quando il reggimento se ne va, allora cerchiamo la mamma, ce le andiamo a mettere accanto e stiamo lì con un viso serio serio per farci fare una domanda, che provocherà uno sfogo al nostro dolore.—Che cos'hai, bambino?—Non si risponde; si stringon le labbra.—Che cos'hai? parla, bambino; diglielo che cos'hai a tua madre.—Non si risponde; vien giù una lagrima.—Oh in nome del cielo, non mi tenere in ansietà! Che cosa ti è accaduto? che cosa è stato?—Allora si scoppia in pianto e ci si getta nelle sue braccia e le si dice la cosa com'è, e la madre, commossa, ci passa la mano sulla fronte esclamando:—Oh povero ragazzo! Datti pace, ne verranno degli altri;—e allora noi sentiamo il nostro dolore tramutarsi a poco a poco in un sentimento di mestizia calma e rassegnata.

O madri, lasciateli venir con noi i vostri ragazzi; noi li ameremo come fratelli, come figliuoli; usciti di mezzo a noi essi ritorneranno al vostro seno più amorosi e più forti, perchè fra i soldati s'impara ad amare, e di un affetto che fortifica precocemente la tempra dell'animo e del cuore.

In prova di ciò racconterò un fatto che seguì qualche anno fa in un reggimento del nostro esercito, e che mi fu narrato da un amico il quale v'ebbe molta parte; cercherò di richiamarmi alla memoria le sue stesse parole. Sentite dunque; ma, intendiamoci, è il mio amico che parla, non son'io.

II.

Una delle ultime sere di luglio del 1866, la nostra divisione, partita nel pomeriggio da Battaglia, grosso borgo situato alle falde orientali dei colli Euganei, entrava per porta Santa Croce nella città di Padova, che doveva attraversare per proseguire il suo cammino verso Venezia. Quantunque vari altri corpi dell'esercito fossero già passati per quella città e le vie da noi traversate fossero le più remote dal centro e d'ordinario le meno frequenti di gente, pure l'accoglienza che ci fece il popolo fu oltre ogni fede stupenda. Io però non me ne ricordo che come d'un sogno; ne serbo una memoria confusa come s'ha dei primi colloqui coll'innamorata, da giovinetti, quando tremano le gambe e si diventa bianchi nel viso come un cencio uscito di bucato e intorno intorno ci si fa buio. Già, nell'avvicinarmi a Padova, la prima grande città del Veneto che incontravamo sul cammino, il cuore mi batteva forte e i pensieri mi si cominciavano un po' a confondere. Quando poi entrammo, e una moltitudine immensa, prorompendo in altissime grida, si precipitò fra le nostre file e le ruppe e ci avvolse e ci sparpagliò in men di un istante da tutte le parti, per modo che non rimase traccia dell'ordine di colonna in cui eravamo disposti, allora la mia vista si annebbiò e, più della vista, la mente. Ricordo d'essermi sentito stringere molte volte al collo e alla vita da due braccia convulse, e palpar le spalle e le braccia da due mani tremanti; d'essermi sentito baciar nel viso da molte bocche ardenti, con quella stessa furia che porrebbe una madre nel baciare il suo figliuolo al primo rivederlo dopo una lunga assenza; d'aver sentito il contatto di molte guancie umide di pianto; d'essermi fermato più d'una volta per liberare la mia sciabola dalle manine d'un fanciullo che me la scoteva con violenza perch'io mi volgessi ed avvertissi anche il suo umile evviva; d'aver camminato per un pezzo con una mezza serqua di mazzettini di fiori negli occhielli della tunica che parevo uno sposo di campagna; infine di essermi sentito sonare intorno un continuo ed altissimo evviva.... Ma che! Non erano evviva, erano grida inarticolate, rotte dai singhiozzi, soffocate dagli amplessi; erano gemiti come di petti oppressi e spossati dalla foga della gioia; voci di un tal accento che il mio orecchio non aveva inteso mai prima d'allora, ma che molte volte m'eran sonate nella mente, immaginando meco stesso l'espressione d'una gioia superiore alle forze umane. La folla si rimescolava con una rapidità vertiginosa, e ondeggiando ondeggiando portava i soldati di qua, di là, sempre però avanzando nella direzione che aveva presa la colonna in sull'entrare; e al di sopra delle teste della moltitudine si vedeva un grande agitarsi di braccia, di fucili e di bandiere, e quelli e queste raggrupparsi ed urtarsi con impeto e dividersi e sparpagliarsi subitamente a seconda dell'impetuoso abbracciarsi e del rapido svincolarsi che facevano cittadini e soldati; e i ragazzi afferravano i soldati per le falde del cappotto o pel fodero della baionetta e se ne disputavano gelosamente le mani per piantarvi sopra la bocca; e le donne anch'esse, giovani, vecchie, povere e signore alla rinfusa, stringevan la mano ai soldati e mettevan loro dei fiori negli occhielli del cappotto e domandavano soavemente se fossero venuti di molto lontano e si sentissero stracchi, e porgevano sigari e frutta, e offerivano la mensa e la casa, sdegnandosi con amabile affettazione dei rifiuti e rinnovando calorosamente inviti e preghiere; e non si vedeva in tanta moltitudine una faccia che dalla profonda emozione non fosse trasfigurata; occhi dilatati ed accesi, guancie pallide e rigate di lacrime, labbra frementi; e in ogni atto poi, in ogni cenno, in ogni movenza un che di convulso, di febbrile, che ti si trasfondeva nel sangue mettendoti un tremito violento per tutte le membra; tantochè ai saluti e alle benedizioni della gente tentavi più volte di rispondere e non potevi articolare una parola. Le case eran coperte di bandiere; ad ogni finestra un gruppo di persone addossate le une alle altre, le ultime ritte sopra una seggiola colle mani sulle spalle delle prime, queste pigiate contro il parapetto da averne rotto lo stomaco; e chi sventolava fazzoletti, e chi agitava le mani in segno di saluto, e chi gettava giù fiori; tutti poi col collo teso e la bocca splancata ad un continuo grido a somiglianza degli uccelletti nel nido all'apparir della madre. Certi bambini tenuti in braccio dalla mamma agitavano anch'essi le manine verso di noi e mandavano fuori di tanto in tanto qualche gridetto, che si perdeva a mezz'aria negli alti clamori della folla. Le imboccature delle vie a destra e a sinistra, le soglie delle officine, delle botteghe, delle case erano piene di gente. Vidi molti di quei buoni operai porre un sigaro nelle mani a uno dei propri ragazzi e accennargli un soldato e spingerlo verso di quello; vidi certe buone donne sporgere i bambini agli ufficiali perchè li abbracciassero come se quell'abbraccio fosse una benedizione del cielo; vidi qualche vecchio cadente stringersi contro il petto la testa d'un soldato e tenersela lì ferma come volendo che non se ne staccasse mai più.... In mezzo a tante e tali dimostrazioni di gratitudine, di affetto, d'entusiasmo, i soldati, poveri giovani, restavano come istupiditi e ridevano e lagrimavano ad un tempo e non trovavan parole a render grazie; o se pur le trovavano, non le potean mandar fuori, e s'ingegnavano a dire coi gesti:—È troppo! è troppo! Il nostro cuore non regge; voi volete farci morire di gioia.—

A misura che ci avvicinavamo alla porta per cui si doveva uscire, la folla si faceva men fitta e i soldati si andavano lentamente riordinando.

La porta per cui dovevamo uscire era quella che i Padovani chiamano il Portello. Fummo accompagnati fin sul limitare da moltissimi cittadini, la più parte di ceto signorile, frammisti ai soldati, stretti con loro a braccetto, e tutti assorti in un conversar vivo, clamoroso, rapido, rotto, poichè alla foga del primo entusiasmo, il quale non trovava che lagrime e grida, era seguito un gran bisogno di sfogarsi a parole, di farsi mille domande, mille proteste di affetto e di gratitudine, interrompendosi tratto tratto per guardarsi ben bene l'un l'altro nel volto, con un sorriso che voleva dire:—Dunque gli è proprio un soldato italiano che ho a braccetto!—Dunque ci siamo proprio in mezzo a questi benedetti Padovani!—e lì una gran stretta di mano e una scossa reciproca al braccio che significava:—Sei qui; ti sento; non ti lascio scappare.—In quella mezz'ora che si era impiegata ad attraversar la città, si eran già strette molte amicizie, s'eran già scambiate molte promesse di scriversi, s'eran già fatti molti proponimenti di rivedersi al ritorno, e stabiliti i convegni, e notati sul portafoglio i nomi e gli indirizzi.—Mi scriverà lei il primo!—Io il primo.—Appena arrivato al campo!—Appena arrivato al campo.—Me lo promette?—Non dubiti.—Grazie!—E un'altra gagliarda stretta di mano e un'altra scossetta al braccio. E a misura che il reggimento s'avvicinava alla porta, i dialoghi si facean sempre più rapidi, più caldi, più rumorosi, e i gesti più concitati, e più animata l'espressione dei volti, e si rinnuovavano gli evviva e le grida che già erano cessate da un po' di tempo, e i soldati ricominciavano a sparpagliarsi, finchè, giunti che fummo alla porta, il grosso della folla si fermò. E lì di nuovo, figuratevi, una confusione e un gridìo da non potersi dire; un abbracciarsi, un baciarsi, uno sciogliersi dalle braccia dell'uno per gettarsi in quelle d'un altro, e da questi ad un terzo, e via via, ricambiandosi affollatamente augurii e saluti e benedizioni. Finalmente il reggimento fu fuor della porta, e si dispose in ordine di marcia, due file a destra e due file a sinistra della via. Per un po' di tempo i soldati si volsero di tanto in tanto verso la porta, dove la folla, tuttavia ferma, andava agitando i fazzoletti e mettendo alte e lunghe grida di saluto; ma a poco a poco, cominciando a farsi buio, la folla non si vide più, le grida, che già giungean fioche fioche, tacquero affatto, i soldati ripresero a camminare in ordine, e gli ufficiali, che prima andavano a gruppi, ritornarono al proprio posto.