Eravamo in cammino da molte ore; prima di giungere a Padova si era già stanchi e si andava già lenti e disordinati; eppure, usciti dalla città, camminavamo come se pur allora ci fossimo mossi dal campo dopo un lungo riposo. I soldati procedevano ritti, sciolti, spediti; gli ordini erano serrati, e ferveva da ogni parte un vivissimo cicaleccio. Naturale; c'eran tante cose da dirsi!

Io stetti ancora un pezzo come trasognato. Ma quando ritornai interamente in me stesso, allora mi sentii crescere nel cuore una gioia, per dir così, pura, limpida, scevra di quella impressione di sorpresa e di meraviglia che prima me ne attutiva il sentimento; era la vera gioia, e piansi. Piansi tre volte in tutta la durata della guerra. La prima, e furon lagrime d'entusiasmo, il giorno che si passò il Mincio, il ventitrè giugno, quando, essendo ancora il mio reggimento sulla sinistra del fiume, presso al ponte di Ferri, già si vedevano lampeggiare sull'opposta sponda le baionette della settima divisione, e io mi sentiva fremere intorno i soldati impazienti e sonar nell'orecchio il rumor cupo del ponte tremante sotto il peso delle nostre artiglierie. La seconda volta piansi a Villafranca, e furon lagrime d'ira e di dolore. La terza volta piansi per te, o Padova cara, Padova illustre e generosa, e furono lagrime di gioia e di gratitudine; di gioia divina, di gratitudine eterna.—Oh perchè le città non si possono abbracciare!—pensai, fra le tante altre stranezze, quella sera.

Essendo oramai buio fitto, si accessero le lanterne. L'apparire della luce richiamò a ciò che mi circondava la mia mente, che fino allora non era per anche uscita da Padova, e, guardando subitamente qua e là cogli occhi dilatati, come quando ci si sveglia in una stanza di albergo e non si raccapezza sull'istante nè dove si sia nè perchè nè come, vidi al dubbio lume d'una lanterna due ragazzini condotti per mano da due soldati. Mi volsi dalla parte opposta, ne vidi un altro. Guardai più in là, altri due, e via via, ve n'era di molti; e tutti venivan condotti per mano dai soldati e parlavan basso basso e si nascondevano, quanto era possibile, nell'ombre, per non essere scorti dagli ufficiali, che forse, chi lo sa? avrebbero potuto rimandarli a casa, e bruscamente, chè quella non era ora d'allontanarsi dalla città e di tenere in pensiero la mamma. La più parte di quei ragazzi, si vedeva ai panni, erano poverelli; ma ve n'era pure, e non pochi, di condizione agiata, e si conoscevano alla cera e ai modi peritosi e ai vestitini puliti. Ad ogni dieci o dodici passi se ne fermava qualcuno, e data e ricevuta qualche stretta di mano e qualche saluto affettuoso, se ne tornava. È impossibile significare quanta dolcezza, quanta effusione di cuore e che delicato senso di mestizia si sentiva in que' comiati. E poi, l'accento particolare del dialetto che si presta tanto all'espressione degli affetti soavi, e poi la commozione profonda di poco prima, e poi la notte, e il silenzio che si cominciava a diffondere nelle file;... insomma, ogni parola di quei ragazzi mi toccava nel più vivo dell'anima. Ho sempre in mente uno di essi che, accomiatandosi e salutando intorno intorno tutti i soldati, esclamò con una certa vocina sottile e tremola, in cui si sentiva proprio il cuore:—Dio ve salva, fioi, tuti!

—Oh grazie, caro!—io dissi tra me;—possa tu essere benedetto da Dio d'ogni bene; possa non morirti mai la madre; possa tu godere ogni giorno della vita una felicità com'è questa di cui mi trabocca l'anima questa sera. Addio, buon ragazzo.—

Ma a poco a poco tutti que' ragazzi se ne tornarono a casa, primi i più piccini e più timidi, ultimi i già grandicelli e più arditi, e nel reggimento rimasto solo si diffuse un silenzio profondo; unico rumore quello dei passi stanchi e strascicati e il monotono ticcheticche dei puntali delle baionette contro i puntali delle daghe. E si cominciava a sonnecchiare e a camminare barcollando di qua e di là urtandosi l'un l'altro violentemente come segue agli ubriachi che vanno a braccetto. Ed io sonnecchiava e barcollava più di tutti.

Tutto ad un tratto, mi sentii urtare in un braccio, mi voltai, era un ragazzo.—Chi sei?—gli chiesi, fermandomi, con una voce piena di sonno. Esitò a rispondere, dormicchiava anch'egli.—Carluccio,—rispose poi con voce bassa e tremante.—D'onde vieni?—Da Padova.—E dove vuoi andare?—Coi soldati.—Coi soldati! E sai tu dove vadano i soldati?—

Non rispose; io ripigliai:—Torna a casa, via, torna a casa; te ne sei dilungato già troppo. Chi sa tuo padre e tua madre come staranno in pensiero per te, a quest'ora. Da' retta a me, torna a casa.—Non rispose e non si mosse.—Non vuoi tornare?—No.—E perchè?—Non rispose.—Hai sonno?—Un poco....—Qua la mano, dunque.—

Lo presi per mano, raggiunsi la mia compagnia che era già passata oltre un buon tratto, e, pensando che il rimandarlo a casa per forza e fargli rifare tutto quel cammino di notte e solo gli era un esporlo a qualche grossa paura, decisi di condurlo meco fino alla tappa. Quivi giunto, avrei trovato modo di farlo ritornare.

—Abbiamo una recluta—dissi a un mio compagno, passandogli accanto. Egli mi si accostò, e dopo lui alcuni altri che avevano intese le mie parole; e mentre si facevan tutti intorno al ragazzo e mi domandavano chi fosse e dove l'avessi trovato, s'udì uno squillo di tromba e il reggimento si fermò. Mentre le file si rompono e i soldati si mettono a giacere, io, traendomi dietro il piccolo fuggitivo, passo nel prato a destra della strada, e gli altri mi seguono. Giunti a un dieci passi dal fosso, ci fermammo; sopraggiunse un soldato con una lanterna, ci stringemmo attorno al ragazzo, e facendogli batter la luce sul viso, ci chinammo a guardarlo. Era bello; ma smunto, pallido, e avea negli occhi,—un par di begli occhi grandi e scuri,—una espressione di mestizia assai strana per un fanciullo della sua età che non poteva passare i dodici anni. Col suo aspetto dilicato e gentile facevano un brutto contrasto i panni logori, rappezzati e male adatti. Un cappelluccio di paglia cui mancava gran parte della tesa, un fazzoletto turchino attorno al collo, una giacchetta di frustagno fatta al dosso d'un uomo, un par di calzoni che non gli arrivavano fino alla noce del piede, due grandi scarpaccie allacciate collo spago: così era vestito. Ma lindo, e senza stracciature; il fazzoletto che portava al collo era annodato con un certo garbo; e aveva i capelli ravviati, e il viso, le mani e la camicia, tutto pulito. L'osservammo in silenzio per qualche momento. Egli guardava in faccia ora l'uno ora l'altro cogli occhi spalancati ed immobili.

—Ma non sai che sei solo?—io gli domandai.