Mi guardò fiso e non rispose.
—Tutti gli altri ragazzi se ne sono già andati,—gli disse un mio amico,—e tu perchè non sei tornato con loro?—
E un altro:—Che cosa vuoi fare qui con noi? Dove vuoi andare?—
Egli guardò prima l'uno e poi l'altro, sempre con un par d'occhioni stralunati; poi chinò lo sguardo e tacque.
—Parla, su, di' qualche cosa,—ripigliò un di noi scotendogli leggermente la spalla;—o che hai perso la lingua?—
Ed egli zitto, e sempre cogli occhi fissi a terra, duro e cocciuto che metteva dispetto. Tentai ancora una prova: gli presi il mento tra l'indice e il pollice, e, sollevandogli la testa dolcemente, gli chiesi:
—Che cosa dirà tua madre che non ti vede tornare?—
Alzò gli occhi e mi guardò, non più con quella cera attonita e quasi stupidita di prima, ma colle sopracciglia aggrottate e la bocca aperta come se in quel punto soltanto ei cominciasse a capire le nostre parole e aspettasse che, interrogandolo ancora, gli facessimo dire quel che aveva bisogno, e non coraggio, di dire.
—Perchè sei fuggito da casa?—gli domandai di nuovo.
Strinse le labbra, battè celere celere le palpebre, fece un moto della testa e del collo come se trangugiasse qualcosa, e mi ripiantò gli occhi nel viso.