Aiutava poi ora l'uno ora l'altro ad accomodare le tende, e ci aveva un garbo a tirare quelle cordicelle e a conficcare in terra quei piuoli, da far credere ch'ei non avesse fatto mai altro in vita sua.

Quando si facevano gli esercizi egli si ritraeva in un angolo del campo, e di là ci guardava estaticamente per tutto il tempo che gli esercizii duravano. Quando tutto il reggimento era schierato e faceva il maneggio dell'armi, quel povero ragazzo andava in visibilio. Quel battere sulla terra di mille e cinquecento fucili, in un colpo solo, come un solo fucile; quel lungo ed acuto tintinnìo di mille cinquecento baionette inastate, tolte, rimesse e ringuainate in un momento; quel poderoso tonar dei comandi, e quel profondo silenzio delle file e tutte quelle faccie immobili ed intente come statue; lo spettacolo di tutte queste novità lo accendeva d'entusiasmo, gli metteva addosso una irrequietezza, una smania di fare, di gridare, di correre, di saltare, e tutto questo egli faceva sempre e subito appena il reggimento aveva rotto le righe; prima no. Prima si contentava di pigliare degli atteggiamenti eroici e di guardarci colla testa alta e l'occhio fiero, senza accorgerssene, notate; assecondava inconsapevolmente i moti dell'animo, come quando qualcuno, narrando, ci commove, e noi esprimiamo coi moti del volto intento il senso e gli affetti delle cose narrate.

Quando poi sentiva la musica del reggimento, pareva matto.

Quelle sere che qualcuno di noi doveva andare agli avamposti, egli si mostrava di un umore un po' men gajo del consueto.—Buona notte, signor ufficiale!—ci diceva, con un lungo sguardo, quando partivamo; e, uscito fuor della tenda, stava a guardarci fin che non eravamo spariti.

Questi modi affettuosi e così spontaneamente gentili ei li usava con tutti, ufficiali e soldati; e però tutti lo amavano. Quando passava in mezzo alle tende d'una compagnia qual si fosse, era un chiamarlo da tutte le parti, un tender di braccia per trattenerlo, un alzarsi e un corrergli dietro dei soldati con le lettere in mano:—Carluccio, un momento, un momento solo, una parola, solamente una parola.—Gli ufficiali li salutava militarmente e con un'espressione di più o meno profondo rispetto a seconda de' gradi, che egli aveva imparato a distinguere fin dai primi giorni. Aveva una gran paura del colonnello. Quando lo vedeva di lontano o se la dava a gambe o si rannicchiava dietro una tenda; il perchè non lo sapeva neanco lui. Ma un giorno, mentre egli stava a chiacchiera con due o tre soldati presso alla tenda d'un aiutante maggiore, eccoti sbucare all'improvviso il colonnello. Tremò da capo a piedi; non era più in tempo a nascondersi; bisognava guardarlo e salutarlo; alzò gli occhi timidamente e portò la mano al cappello. Il colonnello lo guardò, gli passò la mano sotto il mento e gli disse:—Addio, buon ragazzo.—Carluccio andò a un pelo dall'impazzare; volò subito da noi, e, ansando e balbettando, narrò l'accaduto.

Cosa strana in un ragazzo della sua età, egli non abusò mai menomamente della famigliarità con cui si trattava. Sempre docile, umile, rispettoso, come il primo giorno in cui lo raccogliemmo sulla via. E di quel fortunato giorno tratto tratto ei ce ne soleva parlare; non mai però senza che gli luccicasse qualche lagrima negli occhi. Aveva anche le sue ore melanconiche, specialmente i giorni di pioggia, quando tutti i soldati stanno raccolti sotto le tende, e il campo è tacito e deserto. In quell'ore egli stava seduto sotto la tenda colla faccia verso l'apertura e gli occhi immobili a terra come se contasse le goccie di pioggia che venivano dentro.—Carluccio a che cosa pensi?—gli domandavo.—Io? a niente.—Non è vero, vieni qua, povero Carluccio, vieni qui accanto a me; io non sono che uno fra i tanti che ti vogliono bene; ma ti voglio bene per tutti. Siediti qua; discorriamocela fra noi altri due, e via dal cuore tutte le malinconie.—Egli piangeva. Ma eran malinconie che svanivano presto.

VI.

In un angolo del campo v'erano due piccole case, abitate da una buona famigliola di contadini, nelle quali si era stabilito il quartier generale delle cucine di tutti gli ufficiali dei quattro battaglioni. Figuratevi che confusione! V'erano da sei a otto soldati, tra cuochi e guatteri, per ogni cucina; un continuo litigarsi dei primi che non sapevano far niente e volevano insegnarsi l'un l'altro a far tutto; un continuo bisticciarsi degli altri che rivaleggiavano per diventar cuochi; un continuo va e vieni di ordinanze a prendere il desinare per gli ufficiali agli avamposti, e contadini, e venditori, e ragazzaglia dei dintorni: una babilonia.

In una nuda stanzaccia di quelle case fu ricoverato Carluccio quando lo colse la febbre. La quale da molti giorni infieriva nel reggimento a tal segno che, ogni giorno, n'eran colti da tre a cinque a sette soldati per ogni compagnia. Carluccio l'ebbe tanto forte che si temeva ne morisse. Il medico del reggimento lo curò con una sollecitudine che non si poteva maggiore; tutti noi gli femmo un'assistenza più che paterna.