Fra le tende e la porta della sua stanza era un incessante andirivieni di soldati. Entravano in punta di piedi, s'avvicinavano adagio adagio al suo letticciuolo, lo guardavano negli occhi ch'ei moveva intorno gravi e socchiusi o teneva lungamente immobili sul volto delle persone senza dar segno di conoscerle; lo chiamavano per nome, gli posavano una mano sulla fronte, si facevano l'un l'altro certi cenni per dirsi il proprio parere sullo stato del piccolo infermo; poi si allontanavano tacitamente, si soffermavano sul limitare della porta per guardarlo ancora una volta, e uscivano scotendo la testa in atto di dire:—Poveretto!

—Carluccio, come stai?—gli chiesi un giorno quand'ei cominciava a star meglio.

—Mi rincresce.... egli rispose, e lasciò la risposta a mezzo.

—Che cosa ti rincresce?

—Non posso....

—Ma che cosa non puoi?

—.... Far qualche cosa.—E abbassò gli occhi e mi guardò le scarpe e i calzoni, e soggiunse:—.... Fanno tutto gli altri....

Voleva dire delle ordinanze che ripulivano tutta la nostra roba esse sole, senza che egli le potesse aiutare.

—E io son qui...., disse ancora con voce di pianto,... son qui.... a non far niente.... d'imbarazzo.... Voglio....—E fece uno sforzo per levarsi a sedere; non ci riuscì e ricadde colla testa sul guanciale e si mise a piangere.—Che bell'anima!—io esclamai, e dissi e feci quanto seppi per consolarlo.

VII.