Non dimenticherò mai lo strano senso di malinconia che provai in quel momento.
È inutile ch'io ripeta i pianti, le disperazioni e le preghiere di Carluccio; basti il dire che più d'una volta la pietà ch'ei ci fece fu tanta da metterci in procinto di mandar tutto a monte. Ma si trattava della sua salute e tenemmo fermo. L'idea però d'una buona famiglia che lo avrebbe protetto, e messo alla scuola e mandato ogni giorno alla passeggiata coi fratelli piccini dell'ufficiale, e che, a un bisogno, se lo sarebbe preso in casa come un figliuolo, e lo considerava già fin d'allora come tale; questa idea, e più l'avergli letto una lettera affettuosissima della madre del suo ospite in cui erano fette mille promesse e mille assicurazioni che Carluccio sarebbe stato il più caro oggetto dei suoi affetti e delle sue cure; tutto ciò mitigò d'assai il suo dolore e fece sì che, dopo aver tentato e ritentato più volte di smuoverci dalla nostra risoluzione, egli si rassegnasse alla dura necessità, sospirando:—Ebbene.... allora.... tornerò a casa!—
Dopo qualche giorno levammo il campo a ci mettemmo in cammino alla volta di Padova. Vi arrivammo un bel mattino allo spuntar del sole. Si entrò per il Portello e si passò per quasi tutte quelle medesime strade che avevamo percorse la prima volta. Giunti ad un certo punto, vedemmo tutto ad un tratto staccarsi dalle file l'ufficiale padovano e con esso Carluccio che si teneva con tutte e due le mani il fazzoletto sugli occhi, e dirigersi tutt'e due rapidamente verso il portone d'una casa signorile. Giunto al limitare, Carluccio si arrestò un istante, voltò verso di noi la faccia convulsa e lagrimosa e, alzando le braccia, singhiozzò una parola che nessuno capì; i soldati gli rimandarono il saluto coll'atto della mano; egli scomparve.
Dopo quel giorno non lo vedemmo più. Abbiamo però saputo quindici giorni dopo, che appena lasciato il reggimento egli era stato condotto in casa di quel mio amico, e quivi ricevuto da tutta la famiglia colle più vive dimostrazioni di sollecitudine e d'amore; come la matrigna, che già da qualche giorno l'aspettava, s'era recata piangendo a visitarlo in quella casa, e se l'era ricondotto con sè, e gli usava ogni maniera di riguardi e di garbatezze; non certo per sua bontà, chè non n'era capace; ma perchè, sapendolo amato e protetto da una famiglia agiata, ne sperava e ne aspettava qualche soccorso di danaro per sè, oltre i frequenti regali che riceveva il figliuolo. Il qual soccorso, tra parentesi, non si fece attendere molto, e fu largo e si andò ripetendo di mese in mese con sua grande sorpresa e non meno grande soddisfazione. In seguito ci fu scritto che Carluccio stava bene; ma ch'era sempre un po' malinconico; specialmente quando vedeva andare alla piazza d'armi i reggimenti della guarnigione e sentiva sonar le bande e i tamburi. Allora diventava pensoso e sospirava, e qualche volta si andava a rincantucciare in un angolo della stanza, e piangeva in segreto.
IX.
Cinque mesi erano trascorsi dall'ultima volta che l'avevamo veduto. Il mio reggimento era di presidio in una piccola città della Lombardia. Una mattina, uscendo di casa, incontro il mio amico di Padova, che mi si accosta, e con un viso stranamente turbato mi porge una lettera, dicendomi:—Leggi.—E senz'altre parole mi lascia e si allontana. Spiego il foglio, guardo; erano due lettere: l'una scritta da Carluccio, di cui riconobbi, a prima vista, i grossi caratteri; l'altra sottoscritta:—la tua affezionatissima sorella.—Era la sorella del mio amico. La lettera del ragazzo aveva la data di dieci giorni addietro; quella della sorella era del giorno innanzi. Lessi questa per la prima.
Due ore dopo ero in quartiere.
La mia compagnia era divisa in sette o otto gruppi, sparsi pei cameroni, e seduti dinanzi a certi cartelloni dov'erano stampate a caratteri di scatola le lettere dell'alfabeto. Un caporale per ogni gruppo insegnava a leggere indicando le lettere con una bacchetta di fucile. Mi avvicinai, non visto, ad uno di quei gruppi. Due soldati, seduti sull'ultima panca e mezzo nascosti all'occhio del caporale da coloro che avevano davanti, stavan col capo chinato e l'occhio intento sur un foglio di carta, dove l'un di essi andava disegnando non so che cosa con un mozzicone di matita. Quando mi videro, non furono più in tempo a nascondere il foglio, e levatisi in piedi subitamente, me lo porsero e stettero ad aspettare cogli occhi bassi una lavata di capo. Su quella carta v'era un abbozzo informe di una testa, che però, da una tal quale rotondità di contorni e da una certa boccuccia piccina piccina, poteva interpretarsi per la testa d'un fanciullo.
—Chi avete voluto fare con questo sgorbio?—domandai.