—La morale,—mi rispose,—è questa. Vi ha un segreto per cui la vita del soldato, anche quando è più dura e penosa, possiamo farcela parer bella e contenta; è il segreto che ci dà il vigore nelle fatiche, la costanza nei sacrifizi, l'ardimento nei pericoli, e una forte e serena tranquillità in faccia alla morte; e questo segreto è tutto compreso in una parola.... Amare!
Io gli strinsi la mano.
—Se mai ti piglierà vaghezza di scrivere questo racconto,—egli soggiunse—e se, avendolo scritto, te ne verrà alcuna lode, ti prego di non farne un merito a me; io non ti avrei raccontato nulla, o t'avrei fatto un racconto freddo e sbiadito, se l'amicizia che strinsi poco tempo fa con un bel ragazzino, affettuoso e gentile come Carluccio, non mi avesse ravvivate nella memoria tutte le particolarità di quel fatto, e ridestata nel cuore quella fiamma di affetto che era necessaria perch'io te le narrassi con un po' di vivezza. Il merito del lavoro, se merito avrà, sarà in parte tuo e in parte di quel caro ragazzo. Egli ha nome Ridolfo. Te lo dico pel caso che tu volessi dedicargli, in mio nome, il tuo racconto, e aggiungere in fondo all'ultima pagina queste mie parole, acciocchè, dov'egli le legga, si ricordi di me.—
Dunque io dedico il racconto a te, caro Ridolfo; è poca cosa; ma tu che sei tanto buono, baderai soltanto a quel che v'è di meglio: il cuore.
Vogli un po' di bene a me pure, caro bambino. Addio.