Diciamo a coloro a cui è affidata la difesa nazionale: — Bello è il tener l’animo pronto al supremo sacrifizio per la patria, nobile è l’ambizione di meritare la sua gratitudine; ma nessuna ambizione vi mova a desiderar la guerra per la guerra, perchè di tutti gli eccessi dell’egoismo questo è il più orrendo, e chi l’accoglie nel cuore non è più un difensore del proprio paese, è un suo sanguinario nemico, e doppiamente colpevole perchè si nasconde sotto le insegne dei più diletti suoi figli.
Diciamo agli insegnanti, agli educatori: — Ispirate ai giovani l’ammirazione delle grandezze antiche; ma non confondete in una ammirazione medesima le anime grandi e i briganti fortunati, perchè è un pervertire nella gioventù il senso della giustizia; non li avvezzate a considerar gli eccidi dei popoli come quelli dei formicai che si calpestan passando, perchè è inaridire le sorgenti della pietà; non inculcate loro il concetto della necessità fatale della guerra, perchè è uccidere in essi la fede nella civiltà e indurli al disprezzo della razza umana; e non dite loro che le forze morali dei popoli non si ritemprano che col ferro e col fuoco, perchè son là il lavoro, la scienza, la carità, la miseria, il dolore che vi gridano: — Bastiamo noi a far degli eroi e dei martiri sopra la terra! — e ve ne mostrano ogni giorno una legione.
Diciamo infine ai credenti: — Che cos’è la religione, che non predica la pace, non solo, ma che domanda a Dio che si spargano dei torrenti di sangue, e lo ringrazia mentre fumano ancora? Venite con noi, se è vero che portate nell’anima l’amore e il perdono, levate la voce per la nostra causa, se non mentite a Gesù Cristo quando invocate il suo regno sopra la terra.
Questo noi diciamo, e per il conseguimento dell’alto fine abbiamo una fede profonda nella potenza della parola ragionata e appassionata, infaticabilmente ripetuta e diffusa dalle scuole alle officine, alle chiese, agli atenei, alle reggie, gridata in tutte le lingue e su tutte le frontiere, prima da migliaia, poi da milioni di voci, fin che diventi così formidabile da far cadere dai pugni del mostro la spada spietata e la fiaccola infame.
— È un sogno! — ci gridano. — Ebbene — sì — è un sogno; — ma come quello che tra l’infuriare degli odi e delle guerre cittadine, quando l’Italia, era tutta in brani sanguinanti, doveva allietare qualche volta i nostri antichi padri, mostrando loro nell’avvenire, come un prodigio incredibile, tutte quelle frontiere cancellate, tutte quelle ire spente, tutti quegli implacabili fratricidi disarmati e riconciliati per sempre intorno a una sola bandiera.
E si compirà il sogno di oggi come si compì quello d’allora.
Sì, soffiate pure nelle vanità patriottiche, riattizzate antichi e recenti rancori, alzate barriere doganali, coprite di fortezze i confini: contro ai grandi fiumi che corrono a mescolarsi nell’oceano non giova impedimento di dighe: i popoli inciviliti vanno l’uno verso l’altro spinti da una forza a cui nulla resiste, riconoscono a poco a poco immaginarie più che reali le tanto predicate avversioni di razza e falsa apparenza l’antagonismo dogli interessi, e confondono idee, usanze, lavoro, arte, sangue, e vanno con rapidità così maravigliosa moltiplicando e serrando fra di loro, sotto l’impulso dei bisogni crescenti, i vincoli della vita, che l’idea di reciderli con la spada, per qualunque sia causa, parrà tra non molto altrettanto assurda e abbominevole che quella di risolvere le quistioni interne d’una nazione scagliando l’una contro l’altra le sue provincie, riaccese dei furori selvaggi del medio evo.
Questa è la fede di tutti noi, forza e conforto divino dell’anima nostra; fede che neppure da una gigantesca guerra europea, che scoppiasse domani, non sarebbe minimamente scemata.
Quanto a me, n’ho un’altra anche più ardita, che ai più di voi parrà illusione. Io credo che l’idea della pace abbia già percorso, per effetto di forze estranee alla vostra propaganda, un cammino assai maggiore di quello che non appaia a noi stessi, assai maggiore di quello che l’orgoglio ferito d’un grande popolo possa consentire che si affermi. Credo che le quistioni internazionali che sono oggi un pericolo avranno una soluzione lontana, ma pacifica, compresa nel giro d’una più vasta mutazione di cose. Credo che alle moltitudini innumerevoli che domandano nutrimento umano, vita intellettuale e giustizia, non si risponderà mandandole come armenti al macello, dopo del quale, per preparare nuove rivincite e nuove difese, si ricomincerebbe ad affamarle più spietatamente di prima; — credo che questo esecrando sterminio di popoli da cui rifugge l’imaginazione inorridita e che da vent’anni ci pende sul capo come una maledizione di Dio, non seguirà —; che l’aurora del ventesimo secolo non si leverà su questa vergogna del mondo. Io lo credo — voi, forse, lo sperate. Alziamo dunque insieme i bicchieri, e salutiamo con un cuor solo, con un solo evviva questa santa speranza!