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Un altro fatto singolare notammo. Quella parte della stampa, che si dice «dell’ordine» non solo delle due nazioni che sarebbero state immediatamente alle prese, ma anche dell’altre, che più probabilmente sarebbero state travolte poi nella lotta; quella parte, in special modo, che si mostrò più incline a giudicar probabile il grande disastro, ne parlò come avrebbe parlato d’un pericolo simile cinquant’anni sono, ossia, come d’una guerra che, dove fosse stata decisa, sarebbe avvenuta senz’altro, e si sarebbe svolta nei modi, nelle condizioni e con gli effetti stessi degli altri tempi. In nessuna delle sue considerazioni vedemmo considerato l’avvenimento probabile in relazione col mutato spirito delle moltitudini, con le nuove forze politiche sorte, col nuovo stato d’opposizione profonda e permanente in cui si trovano in ogni paese, con effetti quotidianamente visibili, e spesso gravissimi, le classi sociali che hanno la ricchezza e il potere e quelle che hanno il numero e l’avvenire; non espresso mai alcun dubbio sulla persistenza dell’antica solidità e docilità di questi smisurati organismi di guerra, che non sono più veri eserciti, ma popoli armati, portanti in sè un nuovo mondo d’idee, manifesto a più segni anche in quello che è il loro nucleo stabile in tempo di pace, e che è pur composto degli elementi loro più quieti e più semplici; nessun presentimento od accenno a qualche cosa di più grande e di più terribile della guerra stessa, che avrebbe potuto prevenirla o renderla impossibile, o scoppiar con essa e troncarla, precipitando gli Stati in una convulsione, dalla quale, per l’immaturità dei tempi, non sarebbe potuto uscir altro che desolazione e miseria per tutti, seguìte da una riscossa di tutte le idee del passato. Quello che seguì in Europa da trent’anni nell’ordine delle idee, dei partiti, delle relazioni fra le classi, del movimento delle forze sociali, parve non avvenuto, a considerare il criterio e il linguaggio con cui quella stampa ragionò della guerra.

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Ma questo fatto non ci maravigliò, poichè sarebbe assurdo l’attribuirlo a ignoranza o a trascuranza della verità; nel qual caso soltanto potrebbe maravigliare. Esso non fu effetto che d’uno spontaneo e tacito accordo, non fu che una finzione logica e necessaria, che si ripeterà in ogni caso simile. Considerare i pericoli d’una guerra europea sotto l’aspetto che s’è accennato, sarebbe un riconoscere nelle nuove idee, nell’organizzazione internazionale del proletariato, negli effetti ottenuti dall’azione del socialismo una potenza, che convien disconoscere invece, per non ingrandirla nel concetto di chi ci ha fede e di chi la teme; sarebbe un ammettere che il socialismo domina già virtualmente la storia. Ora, si tacciono con tanto maggior cura le verità invise quanto più sono palesi. E questa è così palese per la prova dei fatti che non c’è più alcuno che, pur negandola, non ne sia intimamente persuaso. Troppo è manifesto che è la forza crescente del socialismo la principal cagione per cui non iscoppiò in Europa dopo il 1870 la tanto temuta guerra, benchè tante volte ci siano state propizie le occasioni politiche e se ne sia predicata l’imminenza. Monarchi, governi, oligarchie interessate trattenne la coscienza che il terreno è mal fido per il gran duello e che la lama è mal ferma nell’impugnatura. In tutti è la persuasione profonda, benchè dissimulata, che v’è una sola, grande e urgente quistione nel mondo civile, e che, se anche la guerra potesse compiersi, non sarebbe da quella che una diversione passeggiera; dopo la quale la quistione suprema risorgerebbe con tutta l’urgenza di prima nel paese o nei paesi vittoriosi, accresciuta forse dall’eccitamento febbrile che lascia nei popoli la vittoria, e divamperebbe come un incendio nei paesi vinti. E forse la prima causa della lamentata indifferenza delle classi superiori in faccia al recente pericolo fu quella persuasione; per la quale non credevano, in fondo, che si sarebbe fatta la pazzia di tentar l’avventura. Così, mentre si deride l’utopia socialista della pace perpetua, l’utopia va diventando realtà, in Europa, principalmente per opera degli stessi utopisti. Di tanto in tanto, quando certi loro interessi si trovano a cozzo, uno Stato innalza di faccia all’altro, per minaccia, una gigantesca armatura; ma l’armatura resta là come uno spauracchio, e dopo qualche tempo è rimessa nell’armeria. È perchè il gigante antico, a cui i Governi la dovrebbero vestire, ha una nuova coscienza, e la volontà sua non è più in loro potere. Egli vuol lavorare, non uccidere, e le conquiste a cui aspira non le può più compiere sotto la loro bandiera.

Otto frammenti.

I. — A un banchetto.

È un pezzo che io domando a me stesso — e sarà forse una domanda ingenua — perchè tutti gli uomini onesti e sensati d’ogni paese non siano con noi, per quale ostinazione o per qual malinteso tutti, anche coloro che non credono possibile il conseguimento del nostro ideale, non si associno cordialmente all’opera nostra; tanto mi paion certi e evidenti gli effetti benefici ch’essa produce con la semplice diffusione delle idee e dei sentimenti a cui s’ispira.

Noi portiamo dentro una eredità sciagurata di falsi concetti e di tristi passioni, oscuri e quasi ignorati avanzi di barbarie, che forman fra tutti come una quantità enorme di materia infiammabile diffusa per ogni popolo; la quale, o spontaneamente o per arte di pochi, anche per una causa futile, o iniqua, o insensata, può di giorno in giorno infiammarsi e scoppiare nella calamità terribile della guerra. Ebbene, questi pericolosi avanzi di barbarie, quasi tutti celati sotto aspetti ingannevoli, noi vogliamo afferrarli, analizzarli, farli vedere nella loro essenza vera, disonorarli e distruggerli, affinchè nella decisione delle contese fra popolo e popolo abbia una parte sempre maggiore la Ragione, una parte sempre minore la Morte. Chi, onestamente, ci può rifiutare il suo consenso e il suo aiuto?

Noi diciamo ai padri e alle madri: — Educate fortemente i vostri figliuoli; ma non sia uno strumento omicida il primo trastullo che ponete nelle loro mani, non sia la finzione della strage il primo diletto della loro fantasia, perchè è un troppo vecchio e funesto errore quello di secondar nel fanciullo l’istinto della ferocia credendo di educarlo al valor pensato e generoso dell’uomo civile.

Diciamo ai giovani d’ogni paese: — Amate la patria; ma sia il vostro quell’amor di patria, illuminato da un più largo e sapiente amore, che di ogni popolo ci fa onorar le virtù e benedir le fortune, come d’un necessario alleato nostro e di tutti nella eterna lotta per la vita e per la civiltà che combattiamo con la Natura; non già quell’altro gonfio d’orgoglio e roso di gelosia, che s’inalbera ad ogni ombra e s’abbassa a ogni piato e ha bisogno d’eccitarsi con l’odio — col più ingiusto, col più dissennato degli odi — quello che abbraccia milioni di creature umane sconosciute e innocenti.