Ora, se non avessimo fede che in quell’«ignoto», per forza delle cose, la società troverà a poco a poco un ordinamento in cui sarà soppressa la più mostruosa e la più funesta delle ingiustizie presenti — la divisione degli uomini e in un piccolo numero di possessori di ogni bene e in una enorme maggioranza di servi spogliati, abbrutiti, angariati e sprezzati sotto le apparenze d’una eguaglianza bugiarda e d’una libertà anche più bugiarda dell’uguaglianza — noi non avremmo più alcuna speranza nel progresso umano: non ci rimarrebbe che incrociare le braccia e dire: — Abbia libero corso la cancrena che ci divora, e la putrefazione universale si compia. — Ma quella fede noi l’abbiamo, e così profonda, che nel bel giorno di primavera designato a celebrarla, ci prende un senso di pietà e quasi di stupore, vedendo per le vie tristi della città, in mezzo a pochi cittadini sospettosi, passar la minaccia armata dello Stato. Noi ci domandiamo a momenti perchè non scendan tutti dalle case, uomini e donne d’ogni classe, coi bambini per mano e con le rose di maggio sul petto. Oh certo, in un tempo remoto, questo si vedrà! Le case saranno vermiglie di bandiere, per le strade scorrerà una fiumana vivente, le fronti, le grida s’alzeranno libere al cielo, e nel fremito sano ed immenso di popolo, penetrando nelle case silenziose degli ultimi malinconici negatori della nuova fede, vincerà finalmente anche il cuor loro, e li trarrà di forza alla finestra, con le lacrime agli occhi e l’amore nell’anima a benedire la festa del mondo.
PARTE TERZA. PER LA PACE.
Il socialismo e la guerra.
Disse il Jaurès all’assemblea francese, in un discorso che scosse tutta la Francia, a coloro che accusano il socialismo di — indebolire il coraggio — predicando la pace — e di fiaccare le energie nazionali: — «Io dico, al contrario, che quello che può snervare il coraggio è l’eccitazione continua in vista d’un pericolo che è continuamente aggiornato, il sistema d’abituare la nazione all’illusione del coraggio e ad un eroismo verbale. Le energie morali sono come le energie fisiche: non si distruggono, ma si convertono le une nell’altre. È inutile perciò il fermare l’energia d’una nazione nell’una o nell’altra forma sotto il pretesto che essa dovrà servire un giorno al tale o al tal altro scopo. Date a una nazione delle energie vive e sane: l’energia del lavoro, l’energia del pensiero, l’energia della libertà, l’energia del diritto, e se queste forze saranno minacciate un giorno da un’aggressione straniera, esse si convertiranno spontaneamente in una magnifica espansione di coraggio».
Le parole del grande oratore socialista della Francia dovrebbero essere meditate dai reazionari bellicosi d’ogni paese, per i quali pare che non esista questo quesito: se il sentimento dell’amor di patria, principal forza d’un esercito in una guerra di difesa nazionale, non debba essere più o men forte nelle moltitudini combattenti secondo la maggiore o minor quantità di beni materiali e morali che l’idea di patria rappresenta per esse; se da moltitudini che, difendendo il paese proprio, sono consapevoli di difendere uno Stato dove hanno libertà, giustizia, vita umana, non sia da attendersi maggior valore e costanza che dai figli d’un popolo, nel quale quei beni non siano ancora che aspirazioni temute e compresse; se, essendo in guerra una grande forza la coscienza della propria superiorità morale sul nemico, non abbia, di due eserciti, a battersi più fieramente quello che sa di rappresentare un più alto grado di perfezione sociale, di combattere per conservare una maggior somma di conquiste civili o economiche; se, in fine, non debbano prevalere per virtù d’ardimento e di sacrificio quei soldati che difendono l’integrità d’una patria, alla quale, oltre che dall’affetto istintivo, si sentono legati dalla gratitudine di figliuoli beneficati e protetti.
È fuor di dubbio che dei miracoli di valore compiuti dagli eserciti della rivoluzione francese fu prima cagione l’idea, fiammeggiante fin nell’ultimo dei loro soldati, di difendere una nazione che innalzava in faccia al mondo la bandiera d’una nuova storia, di portare sulle punte delle loro baionette il verbo della libertà contro un dispotismo inteso ad eternare il passato per terrore dell’avvenire; ond’era universale in quegli eserciti la coscienza di sovrastare moralmente, quasi come una razza superiore, alle masse asservite e inconscienti che avevan di fronte. È dunque strano e quasi inesplicabile come gli avversari ostinati del presente moto del proletariato, che accusano chi lo guida e lo seconda di voler distruggere il sentimento e le forze militari della patria, e da quel moto mirano a distrarre gli animi con lo spauracchio perpetuo d’una guerra nazionale, non pensino che il mantenere le classi lavoratrici, come essi vorrebbero, nel presente stato di miseria intellettuale o economica, avrebbe per effetto certissimo d’indebolire alle radici il vigore difensivo della nazione, principalmente costituito dalla fede del maggior numero nella virtù benefica delle istituzioni che la reggono e dalla speranza comune di uno stato migliore; il quale dal sopravvento straniero sarebbe allontanato o precluso. Essi vogliono nel pugno della nazione una spada enorme; ma non considerando se sarebbe gagliardo o fiacco il braccio che l’ha da reggere, se ardente d’entusiasmo o restìa l’anima che deve movere il braccio, se sarebbero sane e concordi, o inferme e slegate, tutte le facoltà di quell’anima; se, insomma, si possa avere in guerra un grande esercito quando non s’ha in pace un grande popolo, e se tale possa essere un popolo povero, malcontento ed incolto. Il corollario di queste osservazioni è un paradosso apparente, che noi stimiamo una grande verità; cioè, che di due nazioni in guerra, di cui l’una attentasse all’integrità dell’altra, non essendo troppo diseguali le forze del numero e delle armi, la più valorosa, la più tenace, la più sicura della vittoria sarebbe quella in cui l’evoluzione socialista avesse portato le moltitudini a un più alto grado di prosperità e di coscienza civile: l’evoluzione socialista, poichè non v’è oramai altra via di progresso sociale, anche se l’ultimo ideale del socialismo fosse un’illusione.
Dopo Algesiras.
Quando pareva che dalla conferenza d’Algesiras fosse per nascere una conflagrazione europea, dalla voce dei profeti del peggio fummo maravigliati a tutta prima come dal pronostico di una cosa insensata e incredibile. — Come, nello stato presente di civiltà —, domandammo a noi stessi — perchè due potenze europee non riescono a conciliare certi loro interessi commerciali in un angolo dell’Affrica, è ancora possibile lo scoppio d’una guerra che metterebbe a fuoco e a sangue forse l’Europa intera, e farebbe tale sperpero di vite, d’oro e di lavoro, e accumulerebbe tanti orrori, e avrebbe effetti funesti per così grande spazio di tempo, da non potervi fermare l’immaginazione senza un brivido di sgomento mortale? È possibile ancora che il presente e l’avvenire di milioni d’uomini di dieci paesi dipendano dalle discussioni di venti persone, delegate dai Governi, non dalle Assemblee dei loro Stati, a trattare una quistione che la grandissima maggioranza di quei milioni d’uomini non conosce, o non comprende, o non cura, e che, comunque si consideri, non è una quistione vitale per nessun popolo, ma un contrasto d’interessi ristretti, a cui non ha dato importanza improvvisa che un risentimento d’orgoglio nazionale? È dunque così barbaricamente costituito ancora, dopo tanto corso di civiltà, l’organismo politico e sociale delle nazioni, che resti in balìa di pochissimi lo scatenare i popoli a un macello immenso, e che da questi se ne attenda il cenno come una sentenza del destino; che d’un fatto così formidabile, del quale i popoli stessi hanno pur da essere attori e vittime, si dica rassegnatamente: — Avverrà? non avverrà? — come d’un fenomeno della natura, indipendente da ogni azione umana? È possibile che si esprimano ancora, parlando di individui, soggetti, per quanto posti in alto, a tutti gli errori umani, concetti spaventevoli come: — Se questi o quegli «vorrà» o «non vorrà» la guerra? — Che si possa dire ancora (e non paia orrendo): — Meglio il disastro passeggiero d’una guerra che quello perpetuo della pace armata —, come se fra le due vie: di far la guerra per poter disarmare e di disarmare per non farla, non si potesse sensatamente neppur discutere la preferenza da darsi alla prima? Che, in fine, si consideri ancora la guerra con la mentalità selvaggia di quel condottiero spagnuolo, per cui essa era «el verdadero estado del hombre»? È possibile? — Che tutto questo fosse possibile sapevamo bene prima che la Conferenza d’Algesiras si radunasse; ma le voci, che questa fece sorgere, d’una guerra probabile e prossima, ci destarono, come fa sempre l’avvicinarsi d’un pericolo che prima era lontano, quasi un concetto nuovo del pericolo medesimo, e un nuovo sentimento, che fu di maraviglia dolorosa e sdegnosa, e d’umiliazione e di rivolta insieme della nostra coscienza d’uomini civili.
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Più vivo ci fu reso questo sentimento dalla considerazione d’un fatto. È fuor di dubbio che a una guerra per la quistione affricana era risolutamente avversa l’opinione dei più in ogni nazione; che, non parlando delle classi lavoratrici, in tutte le altre classi sociali d’ogni paese d’Europa, a consultare cittadino per cittadino, non si sarebbe trovato uno su mille, che non giudicasse tal guerra una mostruosa follia. Or bene, come mai fra quelle classi, che pure tante volte concordarono da paese a paese in potenti iniziative di carità pubblica e in affermazioni di grandi principii e intenti d’umanità, non s’è manifestato un accordo internazionale, nè vasto nè circoscritto, per iscongiurare una tal follia, non s’è levato almeno un grido di molti, che esprimesse il giudizio di tutti, e ammonisse tanto solennemente i Governi e i rappresentanti loro da assicurare il mondo che d’un tale ammonimento non avrebbero potuto non curarsi? Come lasciarono che soltanto dalle file del socialismo s’alzasse la voce che diceva il pensiero e l’animo delle nazioni? È dunque vero che esse non hanno più ideali, nè forza, nè fede in sè medesime e nella necessità della loro funzione sociale, e che si lasciano andare con inerte acquiescenza agli eventi, poichè non sono più in grado di governarli? O sentono che la consuetudine di deridere gli apostoli della pace universale, perchè troppi di questi sono anche apostoli d’un’altra fede, toglie loro il diritto e l’autorità di bandir crociate contro una guerra, qualunque sia? E che è questo sentimento religioso, in alcuni paesi pur così ardito e pugnace, e che pare si ridesti in tutti con nuovo colore sociale e nuovi intendimenti umanitari, se nella recente occasione non inspirò, non solo alcuna solenne voce collettiva, ma neppure qualche grande voce solitaria a deprecare l’eccidio minacciato, gridando in nome della fede il «no» della coscienza universale? E non si dica che ciò non si fece per essere ancor remoto e vago il pericolo, poichè una dimostrazione efficace non si sarebbe potuta fare se non appunto in quel periodo in cui le menti e gli animi erano ancor tranquilli, e sarebbe stata troppo tarda quando la rottura dei negoziati avesse turbato gli spiriti e fatto incominciare dai Governi in lotta quell’opera di sovreccitamento delle passioni nazionali, per cui hanno in mano tanti mezzi pronti e sicuri. Che segno hanno dato in quest’occasione le classi superiori di spirito umanitario progredito, di civiltà affinata, di sentimento religioso sincero?