— E il simbolo della patria, per voi?...
— È una madre, come fu sempre per tutti quelli che l’amarono sinceramente. Ma, dopo che professiamo queste idee, la sua immagine ci appare più bella e più luminosa, perchè le splende sulla fronte un avvenire più grande di quello che hanno sognato i nostri padri, ed è più ardente che per il passato l’offerta che noi le facciamo ancora, come nei giorni delle battaglie, del sangue e dell’anima nostra.
— Questo non si crede.
— Si crede; ma si nega, perchè giova.
Verso l’avvenire.
Hanno torto coloro che si scoraggiano pensando che la fede socialista non si diffonderà mai tanto nella borghesia quanto sarebbe necessario a mettervi il disordine e a sfibrarne la resistenza, perchè una gran parte della classe dominante si getterà a capo basso, spontaneamente, sulla nuova via, assai prima d’esser persuasa che questa conduca davvero alla «terra promessa» del socialismo. «Il movimento attuale somiglia allo sfacelo del secolo passato, quando una società intera si precipitò nell’ignoto per stanchezza o per errore di vivere sotto le rovine di un mondo morto». — E non è il giudizio di un Marxista fanatico: è del visconte ed accademico De Vogué, una delle menti più profonde e più serene della Francia.
Così è, così avverrà. E se da molti se ne dubita ancora, è perchè si scambia con una malattia passeggiera del corpo sociale ciò che è invece il principio della sua decomposizione.
Puerile è il pensare che questa fiacca reazione sorta da ultimo contro l’alta batteria politica e il grande brigantaggio finanziario possa produrre nella società l’effetto d’una vigorosa cura rigeneratrice. Essa produrrà l’effetto opposto, d’incoraggiare alla truffa scellerata altri innumerevoli, dimostrando su quante complicità, su quante difese, su quante vie di scampo possono fare assegnamento, nello stato attuale delle cose, i grandi mercanti della coscienza e frodatori delle nazioni, e quanto impudenti, sfrenati, mostruosi debbano essere il mercimonio e la rapina per iscuotere quello che resta di senso morale nelle alte classi e render necessaria almeno una simulazione di giustizia. Questa corruzione si andrà estendendo, fatalmente, e si dilateranno man mano con essa, per necessità, tutte le altre piaghe del nostro ordinamento economico, generate tutte dal principio immorale della formazione della ricchezza, come da un unico germe mortifero, che la società borghese non si può strappar dalle viscere se non colla vita.
È fatale che per effetto del nuovo avviamento, della complessità sempre maggiore degli affari finanziari, e della sempre più larga separazione della proprietà dal lavoro, si vadano confondendo per modo, a poco a poco, l’affare lecito e l’illecito, l’onestà e la bindoleria, che questa libera quasi da ogni freno esteriore e fin anche dai rimproveri e dai dubbi della coscienza, finisca a regnare nel mondo, sovrana assoluta e intangibile sulle rovine d’ogni moralità e d’ogni giustizia. È fatale che, crescendo ancora la febbre delle speculazioni temerarie, dilagando il contagio dei fallimenti, ingigantendo coi debiti il pericolo delle bancherotte nazionali, non debba più un giorno rimanere ai risparmi di chi lavora e al capitale di chi ozia luogo o modo alcuno di collocamento, che non condanni i possessori a una vita d’ansietà e di terrore quasi altrettanto dura a sopportarsi quanto le angustie medesime della povertà. È fatale che il difendere, il salvare la piccola e la media proprietà terriera dall’imposta, dall’usura, dal furto, dalla forza assimilatrice della proprietà grande e delle pretensioni sempre più ardite e più potenti del lavoro, diventi col tempo un’impresa anche più difficile di quella di preservare gli averi e la vita in mezzo ad un popolo ancora composto a stato civile. È fatale che in un avvenire non lontano la piena della gioventù colta, fluttuante fra le vie già affollate degli impieghi e delle professioni libere e la «degradazione» abborrita del lavoro manuale, malata d’ozio rabbioso e famelico, giunga a tale altezza che la società n’abbia come la soffocazione e i tormenti mortali dell’idropisia. È fatale, infine, che la nuova feudalità finanziaria, che fa col danaro ciò che faceva l’antica colla spada, allarghi e rafforzi sempre più la sua vastissima rete, e allacci e assoggetti a una sempre più infesta tirannia moltitudini, governanti e istituzioni, sfruttando e corrompendo tutti e ogni cosa.
Quando tutto questo sarà, e quando, oltre a questo, pigliando sempre più campo per le raddoppiate difficoltà della vita e il cresciuto furor del lusso e degli agi, il matrimonio mercantile, prodotto necessario del presente stato sociale, si moltiplicheranno a tal segno gli scandali e le sventure da far tremare per l’avvenire della famiglia anche i più scettici sfruttatori dei suoi ordini e delle sue debolezze; quando sferzata sempre più forte dalla concorrenza e fatta più audace dall’impunità comprata e dal perfezionamento scientifico dei metodi, la produzione privata sarà giunta con la ciarlataneria, col veneficio, coll’adulterazione spudorata d’ogni cosa a tal punto da non esser più che una vasta, continua e spietata insidia alla borsa e alla vita di tutti; quando un’aristocrazia del danaro disonesta e villana, quanto scemata di numero altrettanto cresciuta di potenza, avrà spinto il fasto e l’insolenza fino ad offendere l’orgoglio della media borghesia, intisichita da lei, assai più fieramente di quel che l’agiatezza di questa non offenda ora la «plebe»; quando nessun onesto padre di famiglia non potrà più, nemmen per pura consuetudine pedagogica, consigliare la generosità, la delicatezza, l’amor dei propri simili, la nobile ambizione della stima pubblica ai propri figliuoli, senza che questi gli rispondano con beffarda risata, mostrandogli da ogni parte il trionfo incontrastato e durevole di tutti coloro che quelle virtù calpestano col più freddo cinismo; quando finalmente, con l’ingrandire e l’incalzare delle crisi commerciali e col progressivo organamento delle classi lavoratrici, crescendo di gravità e di frequenza le miserie e i pericoli della disoccupazione, gli scioperi, le lotte, i digiuni e le ire delle moltitudini cittadine e rurali, sarà sempre più spesso necessario, per mantenere almeno l’apparenza dell’ordine, rispondere ai lamenti e alle maledizioni con quelle sciagurate falciature di vite umane, che lascian nella terra insanguinata tanti germi d’odî e di vendette feroci; quando le cose saranno a questi termini — e non ci vorrà un lunghissimo tempo — alla propaganda socialista non rimarrà più molto da fare. Farà per essa, nelle classi superiori, una stanchezza e una nausea infinita, la cura paurosa di scongiurare una rivoluzione di sangue e di fuoco, un bisogno immenso di ringiovanimento e di ideale, l’orrore — infine — di «vivere sotto le rovine d’un mondo morto». E allora forse alla borghesia non parranno altro che atti di rassegnazione logica e facile quelle «virtù sovrumane» sulle quali essa giudica ora il socialismo ponga il fondamento del suo futuro; troverà forse naturale in sè e in tutti quella prevalenza benefica del sentimento della collettività all’insipiente egoismo della nostra natura, e s’avvedrà che l’impedimento più forte che ella aveva ad accettare l’idea socialista non era nella sua ragione, ma nella sua borsa. Ma comunque sia, anche spinta dalla «ferrata necessità», essa si getterà nell’ignoto.