— Eppure, è una credenza universale.
— Vuol dire una calunnia universale, che è tutt’altra cosa. Amare la propria patria significa amare il proprio popolo. Quando si dice il popolo d’un paese s’intende principalmente quella grande moltitudine che coltiva la sua terra, che manda innanzi le sue industrie, che forma il nerbo del suo esercito, che dà il maggior contributo al suo erario, e la cui prosperità, moralità, forza è una cosa sola con la forza, la moralità e la prosperità della nazione, poichè senza di essa non vi è nazione nè vita. Ora il desiderare che questa grande moltitudine, i nove decimi della nazione, s’innalzi a una condizione di vita materialmente e moralmente migliore, il preparare, sollecitare un ordinamento sociale (e sia pure un’utopia, che la natura del sentimento non muta) in cui le sia dato un lavoro più umano e un compenso più equo e resa possibile una vita intellettuale e più degna e tolto dall’animo il terrore continuo della miseria e il sentimento amaro di una inferiorità civile non giustificata nemmeno nella coscienza di chi la vuol mantenere, in maniera che non più la forza, ma l’armonia degli animi e degli interessi tenga unita la compagine dello Stato, il portar nel cuore questa speranza di un migliore avvenire del proprio popolo come la più santa delle proprie aspirazioni, e con lo scopo di tradurla in realtà, studiare, combattere, rinunziare alla pace, rischiar la libertà, patire danni e persecuzioni, dica lei, non è questo amare la patria? E se questo non è amor di patria, con qual altro termine, di grazia, le pare di poterlo definire?
— Eppure la parola «patria» voi non la usate mai, o ben raramente, nella manifestazione delle vostre idee.
— Perchè di questa parola s’è falsato il senso, e, usandola, non ci possiamo più intendere con la maggior parte di coloro che ne han piena la bocca. È accaduto di questo come di altri grandi nomi, che non c’è più nella parola l’idea netta della cosa. La parola «patria» significa ora per i più qualche cosa d’astratto e di mal definibile, posto quasi al di fuori di ciò che realmente la costituisce. Per alcuni la patria è un’istituzione politica o una pura tradizione storica o un dato ordinamento economico da conservare e difendere a qualunque prezzo. Per chi gridava in Parlamento che si doveva nascondere la cancrena bancaria per carità di patria, la patria era la Banca. Nella mente di quell’imperatore il quale dice che per conservare due provincie conquistate si dovrebbero far uccidere «dal primo all’ultimo» tutti i sudditi dell’impero, pare che la patria non sia altro che un determinato spazio di terreno segnato sulla carta geografica con una linea di un dato colore. Per un gran numero di patriotti in buona fede l’amor di patria è l’aspirazione a un ideale vago di grandezza, a cui par debito e giusto di sacrificare ogni bene, o anche il solo culto immobile dell’ideale unitario raggiunto, ossia una commemorazione eterna del passato, in cui si scorda il presente e non si pensa all’avvenire, e una febbre permanente dell’immaginazione, che vede o cerca ogni giorno e da ogni parte un pericolo nazionale e vorrebbe che la vita della nazione fosse uno sventolìo continuo di bandiere e un arrotìo perpetuo di durlindane. Gridando «patria» si pretende che tutti i lamenti tacciano, che tutte le ingiustizie sieno tollerate, che tutti i mali si dissimulino, che tutte le grandi questioni rimangano insolute, come se la patria e i suoi figli fossero due cose diverse e separabili, come se il bene dei viventi non fosse che lo sperare un avvenire migliore senza migliorare il presente e fosse possibile fare una patria prospera, felice e gloriosa, con milioni d’uomini poveri, dolenti e avviliti. Per queste ragioni non nominiamo la patria, e anche perchè il suo nome è adulterato e profanato da troppi astuti che si pagano da sè dei servizi che le resero o dicono di averle resi, da troppi impostori che si fanno della parola una maschera, da troppi farabutti che fanno della cosa un mercato. La parola che costoro disonorano noi non vogliamo usarla per esprimere l’idea augusta e santa che è il suo vero significato.
— E sia pure; ma nell’idea della fratellanza, che il socialismo propugna, e della federazione dei popoli, l’amor di patria non va naturalmente perduto?
— E perchè mai? Al padre che dice ai suoi figli: — Amate i vostri concittadini come fratelli — oserebbe ella dire: — Badi che nell’amor patrio va perduto l’amor figliale? — Se quando l’Italia era lacerata dalle guerre civili, e ciascuna città reputava fortuna propria la rovina della città vicina e si gloriava delle bandiere che le aveva strappate e dei figli che le aveva uccisi, se un italiano di Pisa, di Venezia, di Firenze, di Genova avesse detto allora ai suoi concittadini: Questi odî sono insensati; queste guerre debbono aver fine, e l’avranno; la prosperità di tutti gli italiani sarà nell’accordo di tutte le città loro, perchè ci lega un ordine d’interessi più alti di quelli che ora ci fanno combattere — si sarebbe potuto dire a quell’italiano ch’egli non amava la patria? E l’idea internazionale che annunzia il socialismo ai popoli non è figlia legittima di quella che avrebbe annunziato quell’italiano ai concittadini? Non è irragionevole giudicar disamore della patria il desiderare e sperare che il bene di essa derivi da una stabile e illuminata fraternità di tutte le nazioni civili, non più dalla vittoria violenta e passeggera degli interessi dell’una su quelli dell’altra? E in che cosa contrasta questo ideale con quello che ciascun popolo serbi la sua unità e il suo carattere, l’amore della sua terra e della sua storia, concorrendo alla grande opera della civiltà generale con la somma di quelle facoltà distinte, che gli danno un essere proprio e una gloria a parte? E perchè pensare che quella forza unificatrice e benefica che oltrepassò le frontiere dei piccoli comuni, delle grandi città e dei forti Stati minori, si arresterà eternamente alle frontiere delle nazioni, già legate da vincoli innumerevoli d’interesse, di lavoro e di pensiero, che s’accrescono e si rafforzano continuamente? È possibile affermare che questo non avverrà? Non è logico sperarlo, non è giusto desiderarlo, non è debito volerlo? E con che fronte si può dire che il voler questo sia non amare la patria?
Anche questo potrei ammettere; ma ciò che noi chiamiamo «ambizione patriottica» e «orgoglio nazionale» voi non sentite.
È come se ella dicesse a un padre: — Riconosco che voi amate i vostri figli; ma che desideriate ch’essi siano rispettati ed onorati non credo. — Veda la differenza delle opinioni! Noi crediamo che quei sentimenti siano veramente sani e forti in noi soli. Soltanto le ambizioni patriottiche hanno un’altra meta e la nostra alterezza nazionale non può derivare dalla stessa sorgente. Noi immaginiamo qualche volta di trovarci in un paese straniero e di udir suonare intorno a noi le seguenti parole: — Ecco degl’Italiani. Salutiamoli con rispetto. Essi danno alle nazioni un esempio splendido. La grande lotta sociale si combatte nel loro paese sotto la protezione di un’ampia libertà, non violata mai dal patto nazionale. La borghesia si difende là pure, per necessità e per istinto; ma lealmente e con sapienti concessioni, non con cieche violenze, combattendo l’idea senza soffocare la parola, senza raccattare per combatterla le armi odiose della tirannìa che essa stessa ha infrante e calpestate. In poco più di trent’anni il loro paese ha innalzato l’edifizio della legislazione sociale ammirabile. Tutte le stolte ambizioni vi son morte. Tutto l’antico entusiasmo patriottico vi si è mutato, in tutte le classi, in forza feconda di studi e di sacrifici diretti al supremo scopo di estirpar la miseria, di diffondere la cultura, di assicurare la concordia, di stabilir la giustizia. Quello è il solo paese d’Europa, nel quale per generosità e per saggezza di tutti, la grande trasformazione sociale che è necessaria, e che nulla può arrestare, si compirà con un processo pacifico e solenne, che desterà l’ammirazione del mondo. — Ebbene, il solo immaginare questo giudizio dato sull’Italia ci fa battere il cuore e alzare la fronte e pronunciare il nome della patria con un sentimento di gioia e di alterezza che non può essere più puro, più dolce e più profondo nell’animo d’alcun patriotta. Ma ambiziosi di ciò che ci pare vanità o stoltezza, e orgogliosi di ciò che reputiamo sciagura e vergogna, non possiamo essere, nè saremo mai.
— Insomma, voi amate la patria a modo vostro.
— Certo, e non è colpa. La colpa è di non amarla nel miglior modo. Qui sta la gran questione. Ci sono anche diversi modi di amar la propria famiglia. Credette un tempo di amarla più d’ogni altro il patrizio che sacrificava tutti i figli al primogenito, destinato egli solo a tener alto il nome e lo splendore della casa, a spese dei suoi fratelli; e questo amore parve saggio anche al mondo, che ora lo giudica iniquo, e crede prima legge dell’amor paterno l’equità. Così v’è un amor di patria che vuole la gloria anche a prezzo della miseria, e soffia negli odî tra popolo e popolo e li pasce di orgoglio vuoto e di idee morte; e questa è una passione barbarica, che la nostra ragione condanna e il nostro cuore rifiuta. E v’è amor di patria fatto di carità e di pietà, che vuol la prosperità anzi che il fasto, la moralità prima della gloria, la pace nei cuori, la luce e il calore della civiltà equamente diffusi, la patria non sfruttata da alcuno e benedetta da tutti, e cancellato dalla sua faccia, prima d’ogni cosa e a qualunque costo, il marchio vergognoso dell’ignoranza e della fame.