IV. — La guerra e la menzogna.
Potrebbe scrivere un libro utile chi dimostrasse quante bugie dicano e mettano in giro, durante una guerra, quante leggende assurde creino ed accettino l’ambizione degli individui, l’orgoglio nazionale credulo, la condiscendenza della stampa interessata a adularlo, e l’ignoranza infantile della moltitudine. Neppur da questo lato, certamente, giova la guerra a «innalzare i caratteri» poichè intorno a un piccolo numero d’eroi veri e a un numero maggiore di combattenti valorosi, ma non eroici, suscita un numero grandissimo di sballoni e di millantatori e di complici loro conscienti od ingenui, che offrono tutti insieme a chi serbi sereno lo spirito uno degli spettacoli più compassionevoli che possa dar di sè la natura umana.
E non parliamo dei moltissimi che, non avendo preso parte ad alcun fatto d’armi, affermano dopo un certo numero d’anni, quando si son confusi i ricordi degli avvenimenti, d’aver visto il fuoco di ogni battaglia; nè degli altri molti che, non essendo stati a una battaglia che come spettatori fuor di pericolo, si vantano, in capo a un certo tempo, d’avervi preso parte vivissima, e scroccano nella loro famiglia, fra gli amici e nel pubblico una considerazione che non meritano. Ma di quelli stessi che combatterono e rischiarono la vita davvero quanti mentiscono i sentimenti che hanno provati, e ingrandiscono le gesta proprie e le altrui, e danno per verità delle fantasie! Se n’ha la prova nelle diversità grandissime e nelle contraddizioni enormi che si riscontrano fra i racconti di quelli stessi che assistettero allo stesso fatto, non già molti anni, ma pochi giorni dopo ch’esso è avvenuto.
Certo, vi sono uomini di tempra quasi superiore alla umana, che danno esempio, fra i pericoli supremi, d’una tranquillità d’animo maravigliosa, che compiono atti e pronunciano parole, anche morendo, degni dell’ammirazione d’un popolo. Ma sono, in realtà, rare eccezioni, e non diventan molti se non perchè l’immaginazione ambiziosa li moltiplica. Nove volte su dieci, quelle tanto frequenti descrizioni di gente che «non batte ciglio» sotto il grandinar delle palle, che scherza sulle proprie membra lacerate e spira gridando evviva, sono purissime favole; le quali sono anche spinte il più delle volte a un’esagerazione di particolari così impudente e puerile da mover le risa o lo sdegno in chiunque sia stato una volta sul campo di battaglia. Così, di recente, abbiamo letto d’un combattimento in cui, mentre la morte li decimava, una schiera di combattenti faceva una tale allegria che era un vero carnevale e d’un ufficiale che, mezzo affogato in un pantano, ammazzò non so quanti e mise in fuga il resto d’un drappello di nemici, e di tre soldati che arrestarono da un’altura cento assalitori, e altri tanti e tali prodigi, che indussero un ufficiale valoroso a levar la voce perchè si mettesse un termine, per sentimento di dignità nazionale, alla fabbricazione delle leggende. E in tutti i paesi, in tutte le guerre, segue il medesimo, e più forse nelle guerre sfortunate che nelle vittoriose, per una ragione facile a comprendersi; il qual fatto può anche far dubitare della verità della sentenza: che le sconfitte ritemprano i popoli insuperbiti e corrotti dalla fortuna riconducendoli a un giusto giudizio del proprio valore. Nè questa è l’ultima cagione della persistenza d’un avventato e provocante spirito bellicoso in un così gran numero d’uomini, che non videro mai la guerra fuor che nei quadri; vale a dire: un concetto falsissimo, creato in loro dalla menzogna convenzionale e tradizionale, della guerra stessa, della facilità dell’eroismo e della moltiplicità degli eroi; concetto falsissimo che si comunica e si tramanda in tutti gli scritti storici, apologetici e poetici, relativi alla guerra, ai quali s’informa l’educazione della gioventù, e fa sì che la letteratura guerresca sia la più adulatrice e la più bugiarda di tutte le letterature.
V. — Ai maestri.
Sarebbe opera utile al trionfo della Pace il cercar di correggere nelle scuole, e in particolar modo nell’insegnamento storico, la troppo facile e cieca ammirazione dei grandi macelli e dei famosi macellatori; il combattere la leggierezza, il linguaggio inconsciamente barbarico con cui s’avvezzano i giovanetti a raccontare e a descrivere le stragi più orrende, con l’idea falsissima che siano una cosa sola l’indifferenza per lo spargimento del sangue e il coraggio; l’educarli a congiunger sempre all’ammirazione del valore guerriero un sentimento di pietà profonda per le vittime e di alto rispetto per la vita umana; il far sì che al sentimento della necessità ed anche della santità di certe lotte cruente uniscano sempre quello d’un orrore doloroso per questa necessità medesima e la speranza che un giorno essa non sia più per l’umanità che un ricordo funesto e non abbiano più a sorgere statue d’eroi sopra piedestalli di carne umana lacerata. Se questo si facesse, non avverrebbe così di frequente d’udir persone civili e gentili, non per altro che per spirito d’avventura o per ambizione di gloria patriottica o per scopo d’educazione nazionale, esprimere placidamente il desiderio di una guerra, senza che dieci voci indignate s’alzino loro d’intorno a dire che hanno proferito la parola più stolida e più scellerata che possa uscir dal labbro d’un uomo.
VI. — Per i pazzi.
Sapere, per l’esempio della Francia nel ’71 e della Russia nell’anno in corso (1906) che cosa segue nelle nazioni vinte in una grande guerra; riconoscere, come ognuno riconosce, che gli eserciti attuali, formati di milioni d’uomini, non sono più veri eserciti, ma popoli armati, il cui spirito è un’incognita, e di cui la vittoria soltanto può mantener la coesione; non ignorare le quistioni vitali che agitano la società presente e che tengono le moltitudini in uno stato quasi continuo di febbre e di convulsione; sentir cantare l’«inno dei lavoratori» dai coscritti, chiedere il congedo in assembramenti dai richiamati e protestare nei comizi i reduci dalle grandi manovre; sapere, sentire, veder tali cose, e parlar d’una guerra, e desiderarla, come un modo di soffocare per un periodo di tempo le grandi quistioni urgenti che non si sanno risolvere, ossia, proporre d’uscire dalle difficoltà presenti tentando la fortuna nazionale in un gioco d’azzardo che, se fallisse, avrebbe per conseguenza la miseria pubblica triplicata, l’inasprimento di tutte le ire, la difficoltà ingigantita di tutti i problemi, e quasi senza dubbio uno sfacelo spaventevole della compagine dello Stato: questo dovrebbe parere assurdo ad ogni uomo che abbia lume di ragione. Eppure a molti non pare, e lo dicono. A chi lo dice non c’è altro che metter le mani sulle spalle, fissarlo negli occhi e gridargli sul viso: — Al manicomio!
VII. — Per ritemprare la fibra....
Scrisse tempo fa un mite filosofo: — Se fosse assicurata la pace perpetua l’umanità imputridirebbe. — E chiarì il suo concetto, aggiungendo: La guerra è necessaria per ritemprar la fibra alle nazioni.