M. (con vivo slancio di commozione). — Figliuolo mio! (ma si rattiene subito, ripresa da un turbamento, e passandosi una mano sulla fronte, dice con accento di tristezza): Eppure.... non so.... non capisco....
F. (tra sè, con un sospiro). — Ecco la gran disgrazia.... Non capisco. (Poi con profonda tenerezza e con vigore): O madre mia, io non posso amarti di più; ma se invece di dubitare, di farmi dei rimproveri e di frenarmi, tu mi dicessi un giorno: — Ebbene, figliuolo, sì hai ragione, sono con te, va, combatti per il tuo santo ideale, la benedizione di tua madre ti segue.... — io cadrei in ginocchio davanti a te e alla tua croce, e sarei buono come un angelo e forte come un eroe!
M. (mettendosi il fazzoletto agli occhi). — Non dir più altro, figliuolo.... va.... lasciami pensare.
Fidanzata e fidanzato. (DA UN RACCONTO INEDITO.)
Si fidanzarono. E tutto andò bene fra i due cugini, stretti dal nuovo vincolo, fin che egli non le palesò la sua nuova fede. Ma dopo che le ebbe fatta una aperta confessione, accolta da lei, per dire il vero, senza meraviglia e senza rammarico, cominciò tra il giovane e la sua nuova fidanzata una lotta tranquilla, ma continua; una di quelle infinite piccole lotte famigliari di cui si compone la grande guerra delle idee fra un’età che muore e un’età che sorge; guerra nella quale il cozzo meno visibile, ma più forte e più doloroso, è quello dell’uomo audace, che corre all’avvenire, con la donna misoneica che s’avvinghia al passato. Egli avrebbe dovuto scansare quei discorsi; ma legandosi la grande questione quasi a ogni idea e a ogni fatto della vita d’ogni giorno, non gli sarebbe riuscito di scansarla se non rinunziando affatto a parlare. D’altra parte, egli sperava di conquistar l’animo di lei lentamente, senza mostrare di volerlo, insinuandole un’idea dopo l’altra, e ciascuna idea a poco a poco, per via della ragione e dell’affetto ad un tempo, e quasi rifacendo la sua educazione intellettuale e morale, come avrebbe fatto con un ragazzo.
Ma riconobbe subito una grande difficoltà: essa non ragionava. Tutte le nuove idee ch’egli esprimeva andavano a urtare contro cinque o sei idee confitte e immobili nell’animo di lei, che opponevano alle sue la resistenza molle, ma tenace, d’un’imbottitura in cui nessun argomento penetrava. Egli comprese per la prima volta che per accogliere certi sentimenti generosi non basta esser buoni e delicati d’animo, come gli pareva la sua fidanzata; ma si richiede una sensività particolare che vien soltanto da un certo ordine di cognizioni e di riflessioni, a cui raramente la donna si eleva. Non gli era possibile di farle deviare la visuale ordinaria del pensiero quanto e come occorreva perchè ella vedesse quelle anomalie sociali che a lui parevano mostruose. Anzi, quanto più queste erano grandi tanto meno essa le vedeva, e tanto più si meravigliava ch’ei le vedesse, e faceva il viso di una persona ragionevole a cui un allucinato indicasse con la voce e col gesto uno spettro.
Quando, cadendo il discorso sulle condizioni della donna, egli diceva che è ingiusto che le sian chiuse tante vie di guadagnarsi il pane, poichè milioni di donne non trovan marito e rimangono senza mezzi di sussistenza; che è immorale che esse sian poste nella necessità di dar una caccia sfrontata al marito come l’uomo dà una caccia impudente alla dote; che è iniquo che, a lavoro eguale, esse siano meno ricompensate degli uomini, perchè, se han meno bisogni, ci rimetton più di forza e di salute; che è illogico che non possan votar le leggi, di cui come figliuole, come madri, come contribuenti lavoratrici subiscon gli effetti; che non è ragionevole che sian private dei diritti civili e politici, come gli interdetti per imbecillità o per delinquenza, mentre incorrono nelle stesse pene che l’altro sesso quando falliscono, e sono sottoposte alle stesse prove intellettuali per essere ammesse agli stessi uffici: che è assurdo il parlar d’uguaglianza fra gli uomini se è esclusa da questa una metà del genere umano; a tutte queste ragioni essa ne opponeva una sola. — Ma, caro Enrico — rispondeva placidamente — la missione della donna è la famiglia!
Quando, discorrendo della educazione pubblica dei fanciulli, su cui pure non aveva ancora un’idea ferma, egli opponeva alle sue esclamazioni d’orrore che l’errore di lei e degli altri era di posare il quesito sopra la supposizione d’una famiglia ideale, e le domandava quante famiglie rimanessero, a suo giudizio, capaci di educare, se si toglievano quelle in cui i coniugi si odiano, leticano e si tradiscono a vicenda, quelle a cui il padre è tutto il giorno al lavoro, la madre in visita o in chiesa e la prole in balìa dei servitori, e quell’altre in cui i figliuoli hanno l’esempio continuo della vanità, della dissipazione e dell’ipocrisia, e le altre moltissime in cui i genitori tristi o leggieri lascian crescere i figli senza alcun freno, o li intristiscono con una durezza tirannica, o li corrompono con scandali manifesti, o li inimican fra loro con preferenze inique, o istillano in essi i propri odi, il proprio scetticismo, i propri vizi, e tutte le false idee che hanno ereditate essi stessi; a tutte queste domande essa rispondeva invariabilmente: — Ma, Enrico! Strappare i fanciulli al santuario della famiglia! Ma come lo puoi dire seriamente?
Quando, cadendo sul tappeto la questione del lusso, egli diceva che il lusso è pernicioso alla società e agli individui, perchè divora i capitali che, accumulati, produrrebbero un rialzo dei salari, perchè storna dalle industrie veramente utili un gran numero di lavoratori, perchè assoggetta il lavoro alla mutabilità continua dei suoi capricci, perchè provoca ambizioni e gare rovinose, eccita la sensualità, corrompe i gusti e le tendenze di tutti a danno della intellettualità e della cultura e trascina alla colpa chi ha mezzi modesti e irrita il sentimento della miseria in chi manca del necessario, a queste osservazioni essa mostrava grande meraviglia, e rispondeva sorridendo: — Ma, Enrico, se non ci fosse il lusso, come vivrebbe tutta la povera gente che il lusso fa lavorare? — E non lo diceva, ma lasciava capir chiaramente che, a suo giudizio, se si fossero soppressi i ricchi, il popolo sarebbe morto di fame.
Se, venendo a parlare della giustizia, egli le diceva che, nella società presente, il principio che «la legge è uguale per tutti» è un’aperta menzogna, perchè il povero non può litigare col ricco, perchè le pene pecuniarie, che schiacciano l’uno, sono derisorie per l’altro, perchè, irresistibilmente, quanti esercitano la giustizia la violentano a difesa degli interessi della propria classe o cedono al potere da cui dipendono, o alle simpatie e agli influssi del ceto sociale in cui son nati e in cui vivono; e le adduceva in prova l’abbominevole sproporzione delle pene fra il grande latrocinio finanziario e il piccolo furto volgare, le scandalose assoluzioni dei ladri e delle ladre in guanti gialli, i processi impediti, le fughe protette, le prigioni addolcite, le mille complicità e indulgenze infami con cui la classe dominante nasconde od attenua i delitti che si commettono nel suo seno, mentre è punito senza pietà persino il grido solitario ed il canto che s’innalza contro i suoi privilegi: a tutto questo rispondeva ingenuamente: — Ma, Enrico, a me par naturale che la giustizia sia più severa con la classe che commette più reati e che, essendo la più pericolosa, ha bisogno di maggior freno, per la sicurezza di tutti! È una necessità, caro Enrico!