Mentre essa, leggeva, Alberto, di ritorno dalla scuola, entrato un momento da sua madre, era attirato da lei nella quistione solita con un’asprezza e un’imperiosità di linguaggio, che per poco non gli facevan perder la testa. Per non trascendere, la lasciò bruscamente, e salito in casa con un nodo alla gola, stanco alla fine, e sconsolato della dura guerra che sosteneva solo da vari giorni, entra a rapidi passi nello studio, dove sorprese sua sorella. Questa, che stava leggendo del martirio dei ragazzi nelle zolfatare in Sicilia, una di quelle pagine potenti che escon dall’anima e vanno all’anima con un grido d’angoscia, balzò in piedi con un tremito e, voltandosi, presentò al fratello il viso pieno di lacrime, in cui splendeva la santa commozione della pietà, e a cui si aggiunse in quel punto un raggio d’ammirazione e d’amore per chi l’aveva commossa. Alberto la guardò un momento stupito, si chinò a guardare i fogli, capì, — e aperse le braccia, ed essa vi si gettò con un grido: — O fratello mio! — O mia Ernesta! — gli rispose Alberto, e con un ardore che chiedeva perdono d’averla per venti anni disconosciuta, le coperse il capo di carezze e di baci. Nel santo amore dell’umanità si sentirono fratelli per la prima volta.
Un “malfattore„.
Alberto — un ragazzo di dieci anni — giuocava nella stanza di suo padre, il quale stava leggendo la «Superstizione socialista» del Garofalo, quando la donna di servizio entrò dire: — C’è il tal dei tali: ho da farlo entrare?
— Cospetto! — esclamò il padrone, scattando in piedi. — Dopo cinque mesi di carcere! Entri sul momento.
A queste parole «cinque mesi di carcere» il ragazzo lasciò cadere il suo balocco e si ritirò in un angolo guardando all’uscio con gli occhi inquieti; perchè l’idea del carcere, naturalmente, non si poteva disgiungere in lui da quella d’un delitto.
E rimase immobile dallo stupore vedendo suo padre correre verso l’uscio e abbracciare affettuosamente il visitatore; il quale era un uomo sui trentacinque anni, di viso pallido e risoluto, vestito poveramente, ma pulito e di modi semplici e franchi.
Visitato e visitatore si fecero al vano d’una finestra e attaccarono una conversazione vivace, che era da una parte un incalzare di domande e dall’altra un succedersi di risposte, senza un momento di sosta. Quando, fra le altre cose, il ragazzo udì che l’amico di suo padre era stato condotto a traverso un villaggio, in mezzo a quattro carabinieri, con le manette ai polsi, come un famoso assassino ch’egli aveva visto uscire un giorno dalla Corte d’Assise, il suo stupore si cangiò in così aperto sgomento che il nuovo entrato, dandogli una occhiata per caso, se ne accorse. Ma prima di lui se n’era accorto suo padre.
Questi a un certo punto andò a prendere un pacco di giornali da un cassetto e, portandoli all’amico, gli disse:
— Tutto quanto le vorrei dire è stampato in questi fogli, che ho raccolti e serbati per lei. Ci dia una scorsa, vedrà che è stato sempre ricordato durante la sua assenza. Qui è espresso il sentimento mio e quello di tutti gli altri «malfattori».
Il visitatore prese i giornali, sedette con le spalle alla finestra, e cominciò a leggere. Il suo ospite lo lasciò solo e tornò dal ragazzo, aspettando una domanda che già gli leggeva negli occhi.