— Andiamo, — osservò il conferenziere agli altri due — l’amico non ha torto. Quanto a operai, voi vi rigirate fra le mani il burattino della letteratura romantica di cinquant’anni addietro, un po’ ritoccato dal pennello zoliano.
— E in che maniera l’avremo da studiare? — domandò uno dei romanzieri. — Abbiamo da andare travestiti a lavorar nelle fabbriche come il pastore Goerhe, o da aprire uno spaccio di liquori in un sobborgo come Enrico Leyret.
— No, — rispose il professore, — v’è un mezzo solo.
— Quale? — domandarono tutti e tre a una voce.
— L’amicizia.
Tutti e tre risero. E uno gli disse: — Sei tu che caschi nel romanzo falso. È un’amicizia impossibile. C’è troppa differenza di cultura, di maniere e d’abitudini.
— Ecco il gran pregiudizio! Strano davvero. Ciascuno di noi ha nella propria classe qualche amico che è nei modi, nel linguaggio, in tutte le sue abitudini un ribelle brutale alle forme convenzionali della vita signorile e che, salvo un po’ di grammatica, non ha maggiore istruzione d’un operaio infarinato di qualche lettura; e questo non c’impedisce l’amicizia.
— Ammettiamo; ma intendiamoci. Quest’amico operaio l’hai veramente, o non è che un tuo ideale? Se non è che un ideale, è un discorso finito.
— È una realtà.
— E come te lo sei fatto? Sentiamo. Con che arte? Insegnaci l’arte.