— Senz’arte. Ho capito subito che v’era un sol modo di guadagnarmi la sua confidenza, senza la quale non c’era amicizia possibile: quella di provargli che la meritavo dimostrandogli immediatamente la mia: anticipazione che nessuno della nostra classe fa mai a una persona di classe inferiore. Appena capii che era un galantuomo e un buon uomo, lo trattai come un amico, senza restrizioni nè di parola nè di pensiero: gli parlai delle cose mie, gli confidai dei dispiaceri gravi che avevo in quel tempo. Ne fu meravigliato, e me ne fu grato. Se avessi incominciato con chiedergli quanto non gli avevo dato ancora, con interrogarlo, cioè, riguardo alla sua vita, alle sue opinioni e ai suoi sentimenti, come tutti fanno, mostrandomi curioso di lui come d’un animale esotico, non avrei ottenuto nulla nè subito nè poi. Con tutto questo, non riuscii così alla lesta a quello che era mio intento, ebbi ancora delle diffidenze da superare, delle ritrosie da vincere. La cosa era nuova per lui. Per un pezzo, nonostante la simpatia che gl’ispiravo, rimasi per lui un oggetto di stupore. Mi scrutava con gli occhi, s’arrestava spesso tutt’ad un tratto, parlando; gli rinasceva a quando a quando un senso di suggezione, ch’io credevo già strappato dalle radici, e vi ripeto, senza arte, quasi senza volerlo, con la famigliarità spontanea dei modi, con l’intonazione del discorso più che con le parole, piantandogli sempre in viso gli occhi aperti e sinceri, per cui mi poteva leggere in fondo all’animo senza scoprirvi nessun secondo fine, senza trovarvi altro sentimento che quello di una schietta stima e di una viva benevolenza.
— Un momento! — interruppe il conferenziere — il tuo operaio è socialista?
— Sì.
— Tu dici che non hai usato arte con lui; ma ti sei professato socialista.
— No, perchè non lo sono. E non sono neppure antisocialista. Il socialismo è un problema. Non lo so risolvere. Sto a vedere come procedano passo passo verso la soluzione, sulla gran lavagna della pratica, quelli che lo credono solubile, desidero che ci riescano, ecco tutto. Ma con l’amico non m’infinsi: sarebbe stato indegno, e anche peggio che inutile, perchè avrebbe finito con scoprire l’inganno.
— Ti ha almeno illuminato l’amico, riguardo alla soluzione?
— M’ha fornito dei dati che ignoravo.
— Riflettici la luce, dunque.
— Ne avete bisogno, infatti. Fra l’altro, ho capito per la prima volta dai suoi discorsi la vera natura e misurato tutta la forza del sentimento collettivo che anima ora la classe a cui appartiene: sentimento non prima intuito da me che in confuso: assai più profondo, più vivo, più facile a essere urtato e ferito di quanto noi tutti pensiamo. Ho capito che la natura di quel sentimento, in tutti i casi di conflitto, richiede da parte della autorità, dei padroni, della stampa, di ogni gente delle altre classi, forme di trattamento e di linguaggio, dalle quali si discostano molto ancora le forme generalmente usate; che una quantità di conflitti s’inaspriscono e si prolungano non per altro che per la trascuratezza di quelle forme, le quali non sarebbe soltanto prudenza, ma giustizia l’osservare; e che quando questo nuovo Galateo da classe a classe, che ora manca, sarà formato ed osservato, molti dissidi saranno facilmente composti, e molti, ora frequentissimi, non sorgeranno più. Io ne son persuaso come d’una verità psicologica elementare.
— Avanti, — disse uno dei commensali — a un’altra scoperta.