— Ma no, amico; questo è il vostro errore capitale, cagione di tanti altri errori: quello di credere, di voler credere a ogni costo che pochi bastino a sommuovere delle moltitudini, a stornarle dal lavoro per settimane intere, a spingerle incontro a pericoli e a danni, a farle volontariamente digiunare e patire mille disagi. E perchè lo farebbero? Dite: per acquistar popolarità. Ma è un gioco rischioso, in cui la popolarità si può acquistare e si può perdere. Nella più parte dei casi si perde, e si mette a cimento anche dell’altro. Ma se anche fosse vero, se bastano veramente pochi a mover le migliaia, questa è una prova indubitabile che la disposizione nelle moltitudini c’è, che l’idea, il sentimento, l’impulso interno preesistono, e che quindi prima o poi, in un modo o in un altro, anche senza quei pochi, il movimento avverrebbe. In che illusione vivete! Anche i passati governi dicevano dell’agitazione nazionale che gli agitatori, i colpevoli di tutto eran pochi, e si cullavano nell’illusione che, sopprimendo quei pochi, tutto si sarebbe quetato. E credi, amico, credi che non ultima causa dell’irritazione delle classi lavoratrici è il sentirsi ripetere eternamente quell’antifona, la quale, insomma, equivale a dir loro: — Noi sappiamo bene che se un pugno di mestatori non v’istigassero di continuo per fare il vantaggio proprio alle vostre spalle, voi sareste incapaci di qualunque accordo fra di voi, di qualunque risoluzione e azione collettiva diretta all’utile vostro: voi non siete che un enorme pecorame umano, senza idee e senza volontà, che qualche ciarlatano spinge di qua e di là a suo talento, ubriacandovi di parole e d’illusioni. — Come volete che, al sentirsi dir questo, quando pure sarebbero disposte a seguire i consigli di moderazione che anche dagli agitatori molte volte ricevono, le moltitudini non siano tentate a respingerli e a passar oltre, per provarvi che non sono mandre incoscienti, ma folle d’uomini che pensano col loro cervello e vogliono con la volontà propria?
Il cavaliere rimase silenzioso, stropicciandosi con le dita un orecchio.
— Vedi — riprese l’amico: — quello che ci fa guardare con animo inquieto e ostile al movimento presente è il pensiero che in esso sia un pericolo prossimo per il nostro superfluo, che noi ci siamo assuefatti a considerare come necessario. Parlo del superfluo, non del resto, perchè sarebbe insensatezza l’affannarci di quello che potrà seguire nel mondo quando di noi non ci sarà più che cenere. Ora è certo che il movimento non potrà aver buoni effetti per le classi lavoratrici senza sacrifizi gravi della borghesia. Ebbene, persuaditi che questo è giusto, e rassegnati fin d’ora a quei sacrifizi, rinunzia fin d’ora, dentro di te, con volontà ferma, al tuo superfluo. Tu vedrai come ti sentirai sollevato, come si chiarirà il tuo giudizio, con che occhio diverso guarderai a quello che accade. Il movimento è giusto: ecco la verità che ci dobbiamo fermare saldamente nella ragione e nel cuore. La nostra classe, con la rivoluzione italiana, è stata portata su da un’ondata che a noi parve d’un fiume fecondatore. Ora ci pare onda di fiumana devastatrice quella che porta su le classi inferiori. E non è: è un’altr’onda delle stesse acque benefiche. Cerca di metterti con l’immaginazione in un atteggiamento benevolo verso quelle moltitudini di cui l’ascensione si turba, e dico: con l’immaginazione del vero. Fatti sempre presente al pensiero che manca a loro tutto quello che rende a noi più cara l’esistenza: la soddisfazione del presente, la sicurezza del domani, il godimento dell’intelletto, il senso della libertà e della leggerezza della vita. Considera pure che in un tempo lontano, quando, tenendo conto delle loro condizioni materiali e del loro stato di cultura presenti, si farà un raffronto fra la vastità del movimento attuale e il piccolissimo numero di casi di violenza che l’hanno accompagnato, questo sarà argomento di grande maraviglia. In fine, se tu non mi trattassi di predicatore, ti suggerirci ancora una considerazione molto semplice: che sono nostro sangue, che ci son fra loro i figliuoli delle migliaia che insanguinarono i nostri campi di battaglia, che sono le ossa e la carne della nazione, anzi la nazione medesima, in somma, poichè non solo essa non sarebbe senza di loro, ma non ne potremmo neppur concepire l’esistenza.
Il cavaliere fece uno di quei gesti indeterminati, — coi quali si scansa di dare una risposta.
— Andiamo, dunque —, rincalzò l’amico sorridendo, e mettendogli una mano sulla spalla —, tu che sei manzoniano! Ricordati di quello che dice il Cardinale a don Abbondio, rimproverandolo che la carne l’abbia fatto tremar per sè, mentre la carità doveva invece farlo tremare per gli altri: che di quel timore egli si sarebbe dovuto umiliare, che avrebbe dovuto invocar la forza per vincerlo e che l’amore l’avrebbe reso intrepido. — Ah! — gli dice — se v’avessero umiliato, offeso, tormentato, vi direi d’amarli, appunto per questo: amateli perchè hanno patito, perchè patiscono, perchè son deboli, perchè son vostri.
Il cavaliere continuò a star zitto per qualche momento; ma si sarebbe potuto dir di lui quello che dice il romanziere del curato: che il suo silenzio non era più quello di poc’anzi, che s’egli non sentiva tutta la commozione che la predica voleva produrre, sentiva un certo dispiacere di sè, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione.
Non si diede per vinto però, e disse tutt’a un tratto, un po’ bruscamente: — Tu abbellisci ogni cosa.
— Non abbellisco — rispose l’amico — no. Abbellisce la verità chi ne nasconde i lati spiacevoli. Questo io non faccio nè con gli altri nè con me stesso. Io non mi dissimulo i guai, i dolori che porteranno a tutti gli avvenimenti di cui vediamo il principio; prevedo dei giorni tristi, dei conflitti lamentevoli. Ma guardo pure al di là di questi, vedo i resultati lontani, uno stato di cose migliore del presente. In questo pensiero mi conforto. Nel fatto, vedi, io sono ancora un borghese come te, immobile in un atteggiamento di difesa. Eppure v’è un recesso in fondo alla mia coscienza, nel quale, come filosofo antiveggente e previdente nell’avvenire, già svincolato d’ogni interesse personale del presente, festeggio di nascosto il mio primo maggio.
— Ah, questo poi — esclamò scattando il cavaliere — io non lo farò mai!
— Non lo puoi giurare, mio caro. Nell’animo d’ogni uomo di cuore e di buon senso c’è oramai un seme segreto di socialismo, che si può negare, che si può comprimere; ma che resta e germoglia a nostro marcio dispetto. Germoglierà anche nel tuo cuore.