— Ne dubito.

— Vedrai.

— Starò a vedere.

Il cavaliere stette un po’ sopra pensiero, e poi, rasserenandosi all’improvviso, disse all’amico, tendendogli la mano: — Sia come si sia, non ti nascondo che con le tue parole m’hai un po’ risollevato l’animo. Che cosa vuoi? Vivo in un cerchio di buona gente che vede ogni cosa a traverso agli occhiali d’una così maledetta paura!

— Ecco la mia prima vittoria! — esclamò l’amico, stringendogli la mano. — Ti ho strappato gli occhiali.

Passano le tessitrici.

Nel momento che s’alzavano da tavola udirono il rumore confuso d’una folla, che s’avvicinava.

Tutti corsero alle finestre e ai terrazzi; la padrona di casa s’affacciò alla finestra più vicina, con una delle sue figliole.

Venivano innanzi, per una via diritta, le operaie tessitrici, scioperanti da due giorni; varie centinaia di ragazze e di donne, fra le quali si vedevano delle teste grigie; tutte in capelli, molte scarmigliate e coi panni in disordine; gruppi serrati, come grosse pattuglie, che gridavano parole incomprensibili; schiere di dieci o dodici, che si tenevano a braccetto e cantavano a voce altissima; molte scompagnate, che correvano avanti e indietro e rompevano qua e là la colonna, gesticolando, come se diffondessero una parola d’ordine, e i canti, le grida, i discorsi, le risa stridule facevano tutt’insieme un frastuono tra di battaglia e di baccanale, che si smorzava a quando a quando come nel mormorio sordo d’un fiume, e poi riscoppiava più forte.

Quando le prime furon tanto vicine da poterne vedere i visi accesi e le bocche squarciate, la signora fece un passo indietro dalla finestra, esclamando: — Che orrore!