In quel punto si vide accanto uno dei molti invitati, del quale le era noto il nome da quella mattina soltanto: un amico di suo fratello, un giovine alto e pallido, che durante il pranzo era stato quasi sempre silenzioso, e che per questo, o per l’espressione severa e dolce del viso, le aveva destato curiosità e simpatia.

Il giovine aveva udito la sua esclamazione.

— Infatti — disse pacatamente, con un sorriso —, non è quello l’aspetto più gentile in cui si possa presentare il suo sesso, signora. Ne convengo.

La signora rispose con vivacità: — Il mio sesso! Mi perdoni, signore: lei coglie un brutto momento per farmi osservare che quelle son donne al pari di me.

— È vero. Ma ci sono delle verità che è bene ricordare appunto nei momenti in cui riescono più sgradevoli. Io le ho ricordato questa con un’intenzione cortese: per attenuare in lei una impressione penosa. Quelle donne sono infiammate da una passione. Una passione violenta è come una lesione passeggiera del cervello, la quale produce effetti consimili in tutti gli esseri umani, a qualunque classe sociale appartengano. Vada a vedere, signora, in una Casa di salute a che cosa una lesione del cervello riduce la dignità, il pudore, l’educazione, la gentilezza delle più nobili dame.

— Ma quelle son pazze, signore!

— E perciò fanno mille volte peggio di queste. Ma neanche queste sono nel loro stato normale, voglio dire in uno stato in cui si possa giustamente giudicare la loro indole, il loro grado d’educazione, il loro modo abituale di sentire e di vivere. Pensi un po’, in questa folla che ci passa davanti, quante donne ci saranno, capaci di fare i sacrifici più generosi per la loro famiglia, che si strappano il pane di bocca per i loro figliuoli, che li allattano fra mille cure, fatiche, privazioni, e quante altre, di quelle che non son madri, faranno lo stesso.

— Questo lo so; ma non giustifica....

— Non dico per giustificare, signora; dico per rendere lei più indulgente. Quelle che a lei più ripugna di vedere in codesto stato di eccitamento scomposto, che paion briache, sono le ragazze. E a me pure. Ebbene, quando le vedo così, io penso, guardandole, a quante di esse hanno visto fin da bambine, forzatamente, i più brutti aspetti della natura umana e del mondo, a quante prima dei vent’anni hanno già avuto dalla vita delle delusioni tristissime, non confortate neppure dalle distrazioni dello spirito e dagli agi materiali, che soccorrono le ragazze infelici della nostra classe sociale; in quante è un vero miracolo che si sia salvato dai contatti inevitabili della volgarità e della brutalità umana la bontà dell’animo, l’affetto per la famiglia, la sincerità dell’amore. E anche penso quanto saranno brevi in loro la gioventù e la bellezza, e quante di esse, dopo aver perduto l’una e l’altra, logorate innanzi tempo dal lavoro avranno una maturità più travagliata dell’età bella, dei figliuoli poveri come loro, e una vecchiaia abbandonata, che finirà all’ospedale. E allora, se è scappata anche a me l’esclamazione che è uscita dalla sua bocca, signora, me ne pento... e me ne vergogno, mi perdoni.

La signora non badò alle sue ultime parole: era tutta intenta alle operaie, che s’erano arrestate sulla piazza, formando un vasto assembramento, intorno al quale accorrevano curiosi da ogni parte. Pareva che tenessero consulta sul dove dirigersi, o che aspettassero un rinforzo d’altre scioperanti; alcune, nel mezzo, agitavano le braccia come se arringassero le compagne, scoppiavano applausi, la folla si rimescolava, il gridìo cresceva.