La signora fu presa da una viva inquietudine. — Chi sa che cosa stanno macchinando, ora! — esclamò. — Ah, fortuna che ci sono ancora dei soldati.

— È giusto — osservò il giovane con un sorriso leggermente ironico, che essa non vide. — Pensi a quanti soldati daranno all’esercito tutte quelle tessitrici.

La signora riattaccò il discorso interrotto. — Ma intanto —, disse — lei che parla di tante virtù, perchè non sono al lavoro le sue protette, invece di star qui a far baccano e a spaventar la gente?

— Andiamo, cara signora: supposto pure che siano qui per puro spasso, bisogna convenire che si danno di questi spassi assai di rado, perchè li pagan troppo cari. Vogliamo contare cinque giorni dell’anno? Ebbene, pensi che in tutti gli altri trecento e sessanta, escluse le domeniche, quando lei si sveglia, esse sono già al lavoro da due ore; che quando la sera lei ritorna a casa a desinare stanca del suo giro di visite, esse staranno ancora al lavoro altre due ore, e che son lì, tutti i giorni, anche nei mesi che lei passa sul mare, o in collina, o in montagna, e che la maggior parte, con dieci ore almeno di fatica quotidiana, non guadagnano quanto occorre giornalmente a lei per l’acqua da profumarsi. A lei, che è buona e ragionevole, non pare scusabile che facciano del chiasso qualche volta per migliorare un po’ la loro condizione?

— Migliorare! — rispose la signora. — Ma quasi sempre.... Ma nel caso presente, per esempio, hanno delle pretensioni esorbitanti; tutti lo dicono; i padroni non possono; si dovrebbero ridurre sul lastrico, per contentarle....

— Un momento, signora. Supponiamo pure che siano in errore, che abbiano delle pretensioni inappagabili: il fatto è che esse non lo credono. Ecco il punto. Credono fermamente che i padroni possano: facendo dei sacrifici, si capisce. Come può pensare che, se non credessero questo, farebbero quello che fanno, che, se stimassero impossibili ai loro padroni le concessioni che loro domandano, vorrebbero, smettendo il lavoro, costringerli a chiuder le fabbriche, e ridursi a perdere per conseguenza anche quel pezzo di pane che ora si guadagnano? Dunque sono in buona fede, dunque sono scusabili. E lo sono anche per un’altra ragione. Esse vedono intorno a sè, in tutte le forme più appariscenti, il lusso, la prodigalità, lo sperpero: capiscono vagamente che tutto questo esce in grandissima parte dal lavoro delle classi a cui appartengono: domandano che una parte maggiore del frutto del loro lavoro rimanga a loro invece di convertirsi in superfluo per gli altri: a chi hanno da rivolgere questa domanda se non a chi le fa lavorare? Sbaglieranno; quei tali appunto a cui si rivolgono, nel caso attuale, non potranno contentarle; ma sono pure i soli nei quali esse possano fondare la loro speranza; se fanno male i conti, sono compatibili, e anche se non credono al non possumus che loro si oppone, perchè sanno che è una risposta che si dà quasi sempre, e spesso anche dal ricco al povero che gli chiede un soldo. Si lasci intenerire un poco, signora. Basta un po’ d’immaginazione per questo. Pensi come debbono aver mangiato stamani quelle donne, e a che tavola sederanno questa sera, e domani; si raffiguri le loro povere case, la loro vita di tutti i giorni, il centesimo lesinato, l’ansietà continua del giorno che verrà, le sere eterne che passano ad aspettare con trepidazione il marito o il padre che non torna, e i mille «no» dolorosi con cui debbono rispondere ai mille desideri dei loro bambini, tentati nella grande città da tante cose desiderabili, che essi credono fatte per loro come per gli altri.

— Io saprei sopportare tutti questi sacrifici, se la necessità me li imponesse —, rispose con accento d’alterezza la signora. — Molte donne della nostra classe li hanno affrontati coraggiosamente nel periodo della rivoluzione nazionale.

— Lo credo di lei, e delle altre lo so. Ma convenga che chi non si trova in tale necessità deve usare qualche indulgenza verso quelli che vi si trovano, perchè tra il sentirsi capaci di patire e il patire c’è qualche divario. E poichè lei mi ricorda i sacrifici fatti dalle «signore» alla rivoluzione, mi permetta di dirle ancora una cosa. È vero: molte, in quel tempo, hanno sopportato nobilmente povertà, esilio, separazioni dolorose. Ma crede lei che esse e i loro mariti e i figliuoli avrebbero fatto quanto fecero se avessero potuto prevedere che, liberata e unificata la patria, il popolo sarebbe rimasto perpetuamente nelle stesse condizioni materiali e morali in cui si trovava allora? Non crede invece che li eccitasse sopra tutto all’opera la speranza, anzi la certezza che con la libertà e l’unità nazionale sarebbe cominciato un grande movimento d’ascensione delle classi popolari verso uno stato migliore di vita, economicamente migliore per prima cosa, poichè la miseria è il primo degli impedimenti a ogni progresso civile? E crede che questo movimento d’ascensione, sperato allora, considerato come l’ultimo e più santo scopo d’ogni lotta, e desiderato adesso da quanti hanno cuore e ragione, perchè è giusto, perchè è necessario, perchè è l’adempimento d’una legge del mondo, crede lei che si produrrebbe se il popolo lavoratore, se queste donne come tutti gli altri non chiedessero, non si accordassero per strappare delle concessioni, non si agitassero a quando a quando per sferzare l’inerzia delle classi superiori, per ricordarci le promesse dei nostri padri, e anche per impaurire l’egoismo dei soddisfatti?

La signora non rispose.

— E non pensa pure, signora, che l’inquietudine che essi ci danno con questi perturbamenti dell’ordine sia per la maggior parte di noi una piccola espiazione dovuta del non aver fatto per loro quanto potevamo, del non pensare a loro che quando vi ci costringono?