Per questo il «buon popolo lavoratore» ogni volta che appena si muova, si trasmuta ai loro occhi nella «Gran Bestia» e assistendo alle manifestazioni del suo malcontento essi passano davvero di assai brutti quarti d’ora di ansietà e di amarezza. È il ricordo e il timore di quei quarti d’ora che, al primo annunzio di ogni sciopero, e prima d’ogni considerazione delle sue cagioni e del suo scopo, desta in loro un senso di molestia e d’avversione, una tendenza a condannarlo senz’altro come un turbamento colpevole della pace pubblica, a giudicarlo non mosso da altre cause che dall’istigazione di pochi mestatori e da un bisogno turbolento di ribellione e di fannullaggine. E sogliono dire: — In che maniera non pensano questi male ispirati alle privazioni e alle angoscie a cui vanno incontro, e a cui trascinano le loro povere famiglie? — Come se fosse possibile che non ci pensassero di continuo, poichè esse cominciano, si può dire, fin dal primo giorno, e come se avessero altro a cui pensare!

Il vero è che, mentre lo sciopero dura, sono essi, gl’impauriti, quelli che a tali privazioni ed angoscie non pensano, avendo tutto l’animo occupato dall’affanno proprio; chè se le avessero presenti al pensiero, come dovrebbero, sarebbero disposti ad una grande indulgenza per coloro che le patiscono, anche giudicando che questi ci siano andati incontro senza ragione. E se serbassero maggiore tranquillità d’animo in quei giorni, invece di approvare i privati che, giudicando uno sciopero ingiusto e dannoso a un interesse generale della cittadinanza, largiscono pubblicamente dei premi in danaro agli operai rimasti al lavoro, riconoscerebbero che un tale atto sarebbe soltanto ragionevole e umano quando quegli stessi donatori aiutassero con oblazioni i lavoratori a sostenere la lotta, nei casi non rari di sciopero, in cui la ragione è palesemente dalla parte loro, e nessun interesse generale è danneggiato: del qual fatto sarebbero molto imbarazzati a citare un esempio.

Così è. Fa più nemici a ogni buona causa la paura che la persuasione e l’interesse: anche l’interesse, sebbene la paura nasca da questo, perchè in molti, a cuor pacato, il sentimento dell’interesse individuale o di classe non è tanto forte da toglier loro la percezione e il rispetto dell’interesse altrui: è la paura che lo ingigantisce e lo accieca. Disse Garibaldi che «la paura non serve a niente». Così fosse soltanto! Ma è ben di peggio. Essa confonde la visione del vero, offusca il concetto della giustizia, comprime il sentimento della pietà, e paralizza ogni forza benefica d’azione civile.

Il malinteso borghese.

L’«ignoranza plebea» è quella della moltitudine, la quale non sa perchè non ha studiato e non ha studiato perchè non ha potuto; nè si può disconoscere che questa ignoranza sia senza colpa. Eppure come d’una colpa ne parlano con iroso disprezzo coloro che attribuiscono ad essa la facilità con cui il popolo accoglie «le illusioni del socialismo». Se poi osservate loro che in tutti i paesi queste «illusioni» sono più facilmente accolte dalla parte più incolta, essi rispondono che sono egualmente facili ad illudersi «l’ignoranza e la mezza cultura». Ebbene, arrestiamoci qui, perchè l’argomento si può rivoltare.

La mezza cultura è facile del pari ad accettare idee false e a respingere e a dileggiare delle giuste, soltanto perchè nuove e grandi. Non sarebbe per l’appunto la mezza cultura della nostra borghesia quella che la fa così arditamente sentenziar false, insensate, chimeriche le idee socialistiche?

Ogni socialista si persuade di questa verità dopo aver riconosciuto per esperienza che, quanto più gli avversari con cui gli occorre discutere quelle idee sono largamente e profondamente colti, tanto più si mostrano inclini ad accettarne alcune, cauti nel respingere le altre, disposti a ponderarle tutte, e gravemente pensierosi del corso e degli effetti che esse possano avere nell’avvenire. Via via che si discende sulla scala della cultura, si trova una più feroce ostilità. Toccato sul socialismo il professore universitario riflette e ragiona; il capomastro arricchito strepita e sputa. E questa diversità ha un grande e consolante significato.

Si obbietterà: — In che maniera potete parlare di mezza cultura in Italia, dove gli studi economici, per consenso anche di illustri stranieri, sono spinti innanzi e diffusi più che in ogni altro paese? A questa domanda risponde un valente sociologo italiano (che non è socialista) in uno scritto «sul movimento economico e sociale in Italia» pubblicato da un’importante rivista belga. Risponde che i cultori di questi studi, fra noi, formano quasi una classe a parte, che influisce pochissimo sulla borghesia, la quale sta fuori quasi affatto dalla cultura superiore, in modo che il grande progresso degli studi economici e sociali non è in relazione diretta con quello della cultura pubblica. E in prova di ciò allega il fatto che la grande maggioranza delle nostre persone colte, ignorando che le dottrine del socialismo hanno ormai un largo e saldo fondamento scientifico, ne parlano ancora candidamente come di compassionevoli utopie. E cita un grande e autorevole giornale italiano, che pochi mesi sono pronunciava ancora questa sentenza: «Il socialismo è il danaro degli altri».

Ebbene è così. Ma uomini dotti in scienze e in lettere, persone che reggono alte cariche dello Stato, giovani e signore brillanti dell’aristocrazia intellettuale, e bravi insegnanti e ottimi impiegati e funzionari e proprietari anche di alto bordo, la grandissima maggioranza, insomma, della nostra media ed alta borghesia, è ancora a questo segno. Interrogateli, tastateli intorno alla più grande questione del tempo nostro, voi riconoscerete subito, in quasi tutti, l’ignoranza perfino del significato proprio delle parole più indispensabili a discutere; v’udite dare di quelle risposte che vi rivelano istantaneamente l’assoluta inutilità di ogni discussione, e vi fanno rimanere stupefatti, presi da un senso di tristezza e di pietà che vi mozza la parola.

Sì, a questo punto siamo ancora in Italia.