Mettete insieme, infatti, tutte le affermazioni, le proposte, le tendenze, le speranze dei valentuomini sopracitati, per ciascuno dei quali il socialismo è un’utopia, e vedete, se, supponendo le une attuate e le altre avviate ad attuarsi, non conducono necessariamente, fra tutte, all’attuazione integrale della idea socialista; vedete se nel centro a cui tutte queste linee ideali convergono si possa essere altra cosa che il socialismo. Tutti questi nostri avversari ci fanno l’effetto di tante persone che portino inconsciamente una pietra per la costruzione d’un edifizio il quale dicono impossibile a costruirsi. Essi non possono concepire una riforma, un’idea di progresso e di miglioramento sociale, la quale non sia un argomento che indirettamente ci confermi nelle nostre convinzioni, un involontario impulso al movimento delle nostre idee, una prova di più che non è possibile progredire se non per la via sulla quale noi li precediamo, e che per non essere trascinati al socialismo non ci son che due mezzi logici: rimanere immobili o retrocedere. Ma il rimanere immobili è per forza d’una legge sociale, inviolabile quanto una legge di natura, impossibile, e il retrocedere pare a quelli stessi che lo vorrebbero una cosa anche più temeraria e funesta che l’andare avanti.

Spontanei o forzati, consapevoli o no, sono dunque tutti in varia misura nostri collaboratori. Progressisti arditi o cauti, conservatori tenaci, retrogradi di cuore, se non di fatto, tutti i nostri avversari si ritrovano, rispetto al socialismo, nella condizione di quei cittadini di Nuova York, che vanno sulle «strade giranti»; possono gli uni correre innanzi, altri star fermi, altri camminare in direzione opposta al moto del ponte che li sostiene; ma tutti son portati irresistibilmente da quella parte verso cui la strada procede.

E questa verità è compresa oramai anche dalla parte più incolta e più apatica del popolo lavoratore. Non è un socialista italiano che lo dice: è un francese legittimista e conservatore: «Intorno al letto di porpora e di letame su cui muore questa società in decomposizione, il popolo aspetta. Ben persuaso che tutto sarà per lui un giorno o l’altro, egli è più burlone che violento, e meno impaziente che non si creda: egli mostra invece una certa rassegnazione sorniona — una pazienza di erede....»

Età agitata.

I moti delle classi lavoratrici che interrompono a quando a quando il corso regolare della vita pubblica non paion ai contenti del mondo che perturbamenti funesti dell’ordine, somiglianti ai terremoti, alle inondazioni e a quell’altre commozioni della natura, le quali non producono che rovine. Ma, considerati insieme e in un vasto spazio di tempo, tutti questi sforzi vasti o circoscritti, quieti o violenti, fortunati o sfortunati, con cui le moltitudini tendono a migliorare il proprio stato, tutte queste agitazioni e convulsioni che mettono innanzi alla società nuovi problemi da risolvere, che le ripresentano sotto nuovi aspetti problemi antichi, che la fanno temere, pensare, discutere, cercar rimedi, esperimentar mutamenti, che la costringono, per preservare e risanare il suo organismo, a estirpare da sè abusi e privilegi del passato, a tentar continuamente nuovi modi e forme di funzione e di conciliazione dei propri elementi, sono correnti di vita intellettuale e morale che la ringiovaniscono e la fecondano.

Se un miglioramento grande si avrà nell’avvenire, sarà effetto delle perturbazioni e degli affanni che rendono quasi intollerabile la vita presente a tutti coloro a cui pare che l’essere soddisfatti dia il diritto di vivere in pace. Quello che a noi pare irrequietezza morbosa e disordine fatale, a chi giudicherà in tempi lontani il tempo nostro parrà preparazione, lavoro, lotta necessaria, generatrice di bene. A noi sembra di essere in balìa d’un turbine che ci rigiri di continuo nello stesso spazio; ma il turbine, rigirandosi procede, e ci porta innanzi fra le sue spire; e il polverio che ci avvolge e ci fa difficile il cammino è un nuvolo di semi che ricadono sulla terra e germogliano. La società non partorisce senza dolore: soffriamo tutti; ma è legge benefica della vita. Anche nell’animo del borghese impaurito che impreca agli agitatori, e rivorrebbe la quiete antica a prezzo della libertà, si vien formando sotto la paura e la collera un concetto nuovo della giustizia sociale, doloroso, come un dente che spunta, ma ch’egli non può reprimere; ogni giorno, nel secreto della sua coscienza, e a malgrado proprio, egli fa una concessione alle tendenze che avversa; e il germe, che in lui non ha ancora forza di rompere l’involucro dell’egoismo di classe, fiorirà nel suo figliuolo in un’idea umana. In questo cozzo tempestoso di forze e di passioni, che travaglia tutti gli spiriti, l’anima umana ingrandisce, e s’apre lentamente alla luce d’una bontà nuova, che sorge come un astro all’orizzonte del mondo.

Simboleggiò forse questo pensiero il grande scrittore del «Germinal» nella scena culminante del suo libro terribile. Dopo i lunghi giorni d’affanno mortali passati dal minatore nelle tenebre delle gallerie franate e dall’ingegnere nel lavoro disperato del salvamento, Stefano, operaio ardente e ribelle, e Negriel, il capo autoritario e scettico, che fino allora s’eran odiati, quando s’incontrano si gettano nelle braccia l’un dell’altro e «singhiozzano a grandi singhiozzi nella commozione profonda di tutta l’umanità che è nell’anima loro». Così nel poema. Passerà la tempesta, e s’incontreranno così nella storia.

Mentre passano gli scioperanti.

V’è un certo numero di borghesi, i quali, in fondo, per bontà di cuore e per lume di ragione, sono favorevoli, benchè indeterminatamente, al movimento attuale del proletariato; ma che dallo spettacolo di qualunque agitazione di popolo, sia pure nel loro concetto giustificabile, e anche da una semplice passeggiata rumorosa di scioperanti per le strade cittadine, hanno una scossa violenta all’animo, da cui son messe in fuga, come un branco di passeri spaventati, tutte le loro idee democratiche. In ogni torbido popolare vedono la minaccia e il principio d’uno scatenamento fatale dei peggiori istinti della moltitudine, il quale li fa disperare che essa possa mai progredire civilmente per la via della libertà e dell’ordine, nè incivilirsi mai per alcun’altra via. Io ne vidi parecchi, in un’occasione recente, impallidire al passaggio d’una folla agitata, ma non minacciosa, d’operai, e lessi nel loro viso l’amarezza profonda, ch’essi provavano in quel punto, di sentir vacillare e cadere in sè opinioni e sentimenti, dei quali abitualmente si vantavano. È un senso di sgomento improvviso e irragionevole, somigliante a quello che si ridesta a ogni più leggiero tremito reale o illusorio dei muri della casa in chi ha esperimentato una volta il terrore d’un terremoto.

E non di meno son gente che, a mente calma, capisce quanta parte di responsabilità, nelle agitazioni del popolo, sia tolta a ciascuno dalla forza che esercita sull’individuo l’eccitazione collettiva, e quanto trascenda la passione e la volontà di ciascuno il fluido inebbriante che si sprigiona dal contatto delle persone e dalla confusione delle voci. Essi non rammentano, in quei momenti, le urlate e le baruffe selvagge dei parlamenti, le irruenze devastatrici delle studentesche, i tumulti furiosi di molte adunanze, non composte che di cittadini delle classi superiori, ma divisi da passioni di partito e da opposizioni d’interessi economici. Essi non pensano in che larga misura concorra a far trasmodare la folla popolare una naturale reazione che, in quella breve ebbrezza di libertà, s’opera in essa contro la monotonia pesante della vita ordinaria, del lungo lavoro sempre eguale, del pensiero ristretto, dell’immaginazione compressa dalle consuetudini meccaniche, della necessaria rinunzia quotidiana a mille piccoli desideri, continuamente rieccitati dallo spettacolo di chi li appaga e ne cerca senza posa di nuovi, non per altro che per aver l’occupazione d’appagarli. Essi non considerano, quando eccessi veri si hanno a lamentare, che in quelle folle s’intromettono, non voluti e irriconoscibili, elementi sfrenati e malefici, delle cui violenze è ingiusto il far ricadere la colpa sulla moltitudine intera: elementi che s’insinuano anche nelle dimostrazioni pubbliche, quando queste si prolungano, della gioventù studiosa, che s’intromettevano anche nelle più nobili agitazioni patriottiche del passato, che da per tutto si fanno armi offensive d’ogni idea e d’ogni passione più santa, quando questa invade in forma di torrente umano le vie e involontariamente ricopre e protegge con le sue onde gli sfoghi individuali della malvagità e della vendetta.