Dicono molti altri come il Nitti: — Noi non abbiam fede nell’Idea socialista; ma siamo persuasi che, allargandosi e perfezionandosi l’organizzazione e l’educazione delle classi operaie, diventando anche più meccanica l’industria, partecipando direttamente al potere come è giusto e necessario il popolo lavoratore, la funzione della borghesia sarà ridotta col tempo presso che a nulla.

Altri molti, del socialismo nemici inconciliabili, come lo Spencer, ammettono come cosa possibile che il tipo sociale industriale «forse con lo svilupparsi delle cooperative, le quali cancellano, teoricamente, la distinzione fra lavoratore e padrone» abbia a produrre in avvenire un ordinamento politico ed economico, in cui non esistano più interessi opposti di classe.

Molti altri, come il Sonnino nel suo libro sulla Sicilia, dicono: — Noi neghiamo la lotta di classe (e si sottintende); ma riconosciamo che le nostre istituzioni libere sono ordinate in modo da perpetuare e peggiorare uno stato di cose disumano ed iniquo, che esse non son che armi messe nelle mani d’una classe perchè possa seguitare a vivere e a godere a spese delle altre, e che bisogna fare in modo che questo cessi, ossia «che l’aumento della ricchezza vada a benefizio delle condizioni generali del lavoratore, invece di andar tutto quanto, sotto forma di rendita fondiaria, nelle tasche dei proprietari».

Noi non siamo socialisti, dicono altri, come Pietro Ellero; ma vogliamo che il lavoro abbia una legislazione propria che lo sciolga dai ceppi servili, in cui lo lasciò il diritto romano e che i lavoratori abbiano un’assoluta libertà «d’associazione, di concerti e di lotta»; vogliamo delle istituzioni che facilitino loro in tutti i modi «il fido e il procacciamento degli strumenti e della materia e l’avviamento alla consecuzione del capitale».

Dicono altri, come il cardinale Manning: — Noi non accettiamo il socialismo; ma vogliamo l’intervento diuturno dello Stato nelle relazioni fra capitale e lavoro, vogliamo del lavoro l’ordinamento internazionale e la fissazione delle ore e d’un salario minimo; non vogliamo che continui l’accumulamento delle ricchezze a profitto unico di certe classi e di certi individui «perchè è cosa ingiusta e immorale, che conduce allo sfacelo del consorzio civile».

Dicono altri, come i conservatori dello stampo del Meyer di Germania: — Crediamo noi pure un’utopia il socialismo; ma vogliamo tassati fortemente tutti i profitti dell’industria e della banca, limitato l’interesse a ogni capitale non messo in valore dal suo proprietario, obbligati dallo Stato gli industriali a costrurre case per gli operai, e migliorare le condizioni di questi in tutte le forme, e per forza di legge.

Altri, difensori del principio di proprietà sotto ogni altra forma, propugnano come molti in Inghilterra, la nazionalizzazione del suolo, e dicono come James Mill: — Noi non siamo pel socialismo; ma vogliamo vôlto a profitto dello Stato, per mezzo dell’imposta, quel plus-valore della terra o almeno una gran parte di esso, che è conseguenza naturale dell’accrescimento della popolazione e della ricchezza senza il concorso di alcuno sforzo o d’alcuna spesa del possessore.

Altri ripudiano il socialismo; ma proclamano l’utilità di convertire in servizi pubblici il maggior numero possibile dei servizi che sono affidati ora alla speculazione privata e ritengono col Chamberlain che il governo municipale sia il migliore strumento di riforme sociali che debba essere suo ufficio l’accumulare le ricchezze della comunità e adoperarle a sopperire ai bisogni dei cittadini men fortunati, ed esercitare come la direzione d’una grande società cooperativa, della quale ogni cittadino sia un azionista.

Dicono altri, come disse il Molinari, direttore del «Journal des Economistes»: — Noi crediamo assurdo il socialismo; ma siamo costretti a riconoscere che, per quanto debba esser grande il mutamento che da ciò deve nascere, «i giorni dell’agricoltura individuale sono contati»; e quale sia quel «grande mutamento» che il Molinari non determina, lo accennano altri, come lo Zangtar, che, dopo aver studiato le proprietà collettive dell’Ungheria e d’altri paesi, dicono: — Noi non siamo socialisti; ma chi sa che il comunismo incosciente dei popoli fanciulli non sia appunto quella forma naturale della produzione che, messa in pratica scientemente, sarà chiamata a riportarci, nella maturità del progresso, i giorni felici della fanciullezza, senza le tempeste che a questa s’accompagnarono?

Altri, combattendo il socialismo, dicono, come il Barazzuoli, che bisogna estendere la proprietà al maggior numero possibile di contadini, «perchè il contadino che non possiede non sarà mai altro che un servo della gleba»; e come si possa accordare questo frazionamento della proprietà terriera con la fine della agricoltura individuale pronosticata dal Molinari, che è ben altro economista che il Barazzuoli, lo dica chi ha mente più acuta della nostra. Altri nemici del socialismo come Vittorio Bersezio, mettono però innanzi la massima: La terra a chi lavora. — Altri, come la nostra Rassegna «L’Economista», respingono il programma socialista, ma caldeggiano l’idea della nazione armata. — Altri, come la più parte dei soci della «Lega della pace», dicono: — Non siamo socialisti: ma crediamo nella federazione dei popoli e nella pace universale. — Altri, come il Clemenceau: — Non siamo socialisti; ma vogliamo assicurata a tutti i lavoratori la vecchiaia. — Ed altri ancora: — Non siamo socialisti, ma vogliamo parificati i diritti della donna a quelli dell’uomo. — Non siamo socialisti; ma vogliamo la giustizia gratuita. — Non siamo socialisti, ma vogliamo con l’istruzione obbligatoria il mantenimento dei fanciulli poveri: senza di che l’istruzione obbligatoria è una tirannia e una menzogna. — E si potrebbe continuar senza fine in citazioni consimili; le quali ci dimostrano la verità di quella sentenza che ricordò poco fa Carlo Wagner agli studenti universitari francesi: — L’avversario è un collaboratore.