« — Vi sono avverso perchè socialismo significa eguaglianza, e questa sola parola mi irrita».
Questa risposta, che esprime il pensiero di molti, ci suggerisce alcune considerazioni.
Prima di tutto, non ci pare una risposta chiara.
A quale eguaglianza, domandiamo all’egregio autore, volete alludere?
Non vi domandiamo se è «l’eguaglianza davanti a Dio» perchè, se siete credente, la domanda sarebbe per voi un’offesa, e se non lo siete, non avrebbe per voi alcun senso.
Non vi domandiamo se avete accennato all’«eguaglianza davanti alla legge», perchè per voi, cittadino italiano liberale, sarebbe anche questa domanda un’ingiuria.
Non vi domandiamo neppure se avete inteso di dire «l’eguaglianza di tutti gli uomini nell’estimazione pubblica», perchè non possiamo supporre che voi attribuiate al socialismo l’ideale assurdo di una società in cui l’uomo ottuso, fiacco, inutile, vile o malvagio e l’uomo d’ingegno, di cuore e di carattere, operoso e utile ai suoi concittadini, siano considerati tutt’uno. Voi capite benissimo che, qualunque eguaglianza debba regnare nella società da noi presagita, fra il semplice lavoratore meccanico e l’inventore d’una macchina che allevierà il lavoro a migliaia di braccia, fra il portinaio del teatro e l’autor drammatico che rallegrerà e commoverà migliaia di cuori, vi sarà sempre nel concetto pubblico, la distanza che separa la stima dall’ammirazione, la benevolenza dall’entusiasmo, l’oscurità dalla gloria. Dicono il contrario i nemici del socialismo ignoranti ed ipocriti; non lo dite dunque voi, si capisce.
Non pensiamo nemmeno che abbiate fatto allusione all’«eguaglianza economica», poichè la favola dello Stato socialista in cui tutti mangiano la stessa razione e vestono gli stessi panni non è più sfruttata neppure dai burloni di mala fede e di poco spirito; perchè voi non ignorate, senza dubbio, che la formola: «a ciascuno secondo i suoi bisogni» non esprime che un ideale remoto, non reputato attuabile, anche dai socialisti, se non in un tempo in cui la produzione sia cresciuta sotto ogni sua forma, a tal segno, da sopprimere il problema stesso della ripartizione; perchè voi sapete certamente (e lo sa il più incolto degli operai socialisti) che la formula del socialismo è: «a ciascuno secondo le sue opere»; ciò che sottintende una diversità di guadagni, corrispondente alla varia qualità e quantità del lavoro, e quindi una diversità di agiatezza e di modi di vita, non contradetta punto dal principio dell’abolizione «della proprietà privata dei mezzi di produzione»; la quale consente ogni altra maniera di proprietà, di oggetti utili e superflui, di comodità, di diletto e d’ornamento, acquistabili col frutto diretto del proprio lavoro.
Quale può esser dunque il Vostro pensiero? È forse questo: che nello stato d’eguaglianza voluto dal socialismo non sarà più possibile a chi è dotato di grandi facoltà d’intelletto e di elette qualità d’animo l’ottenere il premio, secondo voi meritato, della ricchezza? Se tale è il vostro pensiero: — Guardate intorno a voi, vi rispondiamo — e vedrete se, nella società presente, son le facoltà più alte della mente e le qualità più elette dell’animo quelle che, nella maggioranza grandissima dei casi, conducono alla ricchezza. È evidente anche all’intelligenza d’un fanciullo che esse non vi conducono se non per rarissime e quasi miracolose eccezioni, e per via assai più lunga e difficile di quella per cui vi giungono delle facoltà intellettuali di second’ordine, aiutate dall’audacia, dalla fortuna, dall’astuzia, dalla mancanza di scrupoli, dal disprezzo dell’opinione pubblica, da un vigore selvaggio di volontà, da una violenza brutale di egoismo che toglie all’uomo ogni carattere di creatura cristiana e civile. Guardatevi intorno e vedrete, in tutti i campi dell’attività intellettuale, e specialmente in quello delle scienze, delle lettere e delle arti, che è il campo vostro, quanti sono gli uomini d’ingegno, anche elettissimo, e di rara operosità, i quali, non per loro particolare sfortuna, ma per forza regolare delle cose, rimangono per tutta la vita in uno stato di mediocrità economica vicino all’angustia, costretti a un lavoro logorante e a una lotta affannosa, piena d’umiliazioni e dà amarezze. Su cento uomini d’ingegno — ed onesti, si sottintende — perverrà uno solo — per la sola virtù del proprio ingegno, — all’agiatezza; e all’opulenza, uno su mille. Il numero dei fortunati è dunque così scarso che non sarebbe ragionevole nè umano, solo per lasciare a quei pochissimi la strada aperta alla ricchezza, il respingere una riforma sociale che condurrebbe a uno stato migliore dei milioni.
L’eguaglianza che voi non volete sarebbe forse quell’«eguaglianza nelle condizioni iniziali della lotta per la vita» voluta dal socialismo, la quale renderebbe possibile a tutti gli uomini d’ingegno di qualunque stato sociale l’educazione delle loro migliori facoltà e quindi il concorso ai più alti uffici intellettuali, che sono ora in massima parte circoscritti, e quasi ereditari in una classe sola? Non lo crediamo perchè vi sarebbe contraddizione stridente fra la vostra avversione a siffatta eguaglianza e la vostra coscienza d’uomo d’ingegno a cui pare che l’esercizio utile di una intelligenza superiore dia diritto a una condizione di vita privilegiata. Non lo crediamo, perchè è impossibile che voi non sentiate nel cuore le mille voci che vi gridano dai campi e dalle officine: — O signori, poichè dite che l’ingegno è un dono di Dio, e lo volete onorato e protetto, affermato che ha lui il governo del mondo, perchè non lo cercate, come l’oro nella terra, da per tutto dove si cela? Nascono anche fra noi intelletti potenti che poggerebbero nelle scienze e nelle arti ad altezze mirabili, giovando al mondo: perchè li lasciate all’aratro e all’incudine? Perchè alla gara degl’ingegni, fra cui la società deve scegliere a servirla i più forti, non chiamate anche i nostri, voi che dite che la libertà politica ha aperto a tutti le vie? — No, voi non potete non sentire che questo grido è giusto, nè potete non comprendere che l’eguaglianza «nelle condizioni iniziali della lotta per la vita» fra tutti i cittadini, consentendo la scelta degli ingegni sopra una concorrenza centuplicata, produrrebbe a vantaggio della società una selezione intellettuale cento volte più rigorosa e feconda di quella che oggi si compie. Non è dunque neppur questa, senza dubbio, l’eguaglianza da cui voi ripugnate.