Quale può essere allora il vostro pensiero e quello degli altri moltissimi che avrebbero dato la vostra stessa risposta? Qual’è la ragione per cui, anche astraendo da ogni idea d’eguaglianza economica, suona così ingrata e spaurevole questa parola alle persone della vostra classe, siano coltissime o inverniciate appena di lettere, siano ricche o agiate e anche vicine alla povertà? Sono, a parer nostro, molte ragioni e sentimenti diversi e confusi, ragioni d’interesse e d’orgoglio, legate ad abitudini e a pregiudizi antichi; la maggior parte delle quali nessuno osa dire apertamente, e moltissimi non saprebbero neppur spiegare a sè stessi.
Prima di tutto, essendo fermo nella più parte il concetto che la gran moltitudine dei lavoratori poveri non possa innalzarsi mai, quasi per legge di natura e per una specie d’inferiorità congenita, a dignità di vita intellettuale e a gentilezza di sensi e di modi, pare alla più parte che il voler l’eguaglianza non possa significar altro che voler rendere tutti ignoranti e rozzi a un modo. Oltre di ciò, nelle condizioni attuali della società, noi della classe borghese (diciamo «noi» soltanto per esprimerci più chiaramente per il fatto d’appartenere a una classe che ha in mano la somma delle forze sociali e trae dalla comunanza degli interessi uno spirito di solidarietà suo esclusivo) godiamo di mille soddisfazioni morali e protezioni e favori, che temiamo, confondendosi le classi, di perdere. La prima protezione, innegabile ed evidentissima, è quella della giustizia, esercitata da cittadini della classe nostra, compresi dei nostri sentimenti; dei nostri interessi e delle nostre idee. La prima soddisfazione è quella di sentirci, anche se mediocri d’intelligenza e scarsi di cultura, infinitamente superiori ai nove decimi della popolazione, mantenuti necessariamente in uno stato di ignoranza quasi barbarica: facile superiorità, che, coll’assurgere della moltitudine a un più alto grado d’educazione intellettuale, ci sarebbe tolta o scemata. Di più, noi abbiamo assegnato, per interesse di classe, ad ogni anche facilissimo ed umile lavoro intellettuale un grado di nobiltà, così ingiustamente superiore a quello d’ogni lavoro meccanico anche più utile e difficile e pericoloso, che un mutamento dello spirito pubblico, il quale innalzasse l’opera manuale all’estimazione che le è dovuta, ridurrebbe l’opera della maggior parte di noi al livello di questa; onde temiamo quel mutamento.... S’aggiunga che noi temiamo di perdere il diritto, che, per un’esagerazione egoistica, di amor paterno, ci siamo creati, ma della cui giustizia non siamo veramente persuasi, di tramandare ai nostri figli l’agiatezza che abbiamo acquistata, col nostro lavoro: ossia la facoltà di vivere senza lavorare, di godere dei beni da noi non guadagnati, senza quella ingiustificazione che li fa nostri nella nostra coscienza. E non basta: noi ci siamo fatto un mondo a parte, in cui si può goder la stima o l’apparenza del rispetto di tutti anche non facendo nulla, o smettendo di lavorare, per vivere a spese pubbliche, venti anni prima di non esser più abili al lavoro, o esercitando l’ingegno in frivolezze o sciupando insensatamente il proprio avere: un mondo in cui si può acquistar simpatia e considerazione sfoggiando un’istruzione superficiale e in gran parte inutile, usando certi modi convenzionali, parlando un certo linguaggio di cerimonia e vivendo secondo certe regole di decoro da noi stabilite: tutti vantaggi e privilegi che svanirebbero affatto in una società in cui il valore degli uomini si misurasse alla sola stregua della loro opera di lavoratori. Noi temiamo, infine, la perdita del lusso, che dà in parte le compiacenze della gloria, e che è una specie di gioia comprata; la facilità di acquistar nome di benefici e di esser lodati e benedetti dando alla povertà la centesima parte del nostro superfluo, la soddisfazione di andar distinti dalla moltitudine per mezzo di titoli e di segni onorifici di agevole acquisto, che sono per la nostra classe ciò che i gioielli e i fiori di cui s’orna la donna davanti allo specchio, ed altri infiniti godimenti e diletti raffinati, non possibili che a chi ha denaro e tempo da gettar via; nei quali diciamo che consiste l’essenza della civiltà, mentre non son che i segni della sua vanità e della sua corruzione.
Queste sono le ragioni vere, per le quali aborriamo tutti, quasi istintivamente, da quella qualsiasi eguaglianza che il socialismo annunzia, e perchè queste ragioni ci vergogniamo di dirle, ne alleghiamo dell’altre, a cui neppure noi diamo fede, come quelle della «società convertita in caserma» e della «terra distribuita a pezzi fra tutti» e delle «anime ridotte tutte a uno stampo», per dirla con l’autore delle «Vergini delle rocce»; la quale ultima è il più sciocco, il più vieto e il più compassionevole sproposito che si possa lanciare contro il socialismo.
A tutte le accennate ragioni d’avversione alle nostre idee se ne aggiunge negli scrittori una particolare, ed è un segreto risentimento che essi nutrono contro le moltitudini incolte, le quali non comprendono l’opera loro ed anche ignorano in gran parte la loro fama. Ma chi ha mente e cuor vero d’artista non dovrebbe esser capace di questo risentimento ingiusto, che ha radice in un orgoglio meschino; dovrebbe anzi in quel fatto che può addolorarlo, ma non offenderlo, riconoscere un argomento in favore dell’idea socialista, la quale portando con sè un più alto grado d’istruzione popolare, innalzando la folla a uno stato di vita più intellettuale, promette agli scrittori e agli artisti un ben altro campo di gloria da quello che oggi è loro concesso. Come non pensano essi che cosa sarebbe la loro potenza quando il raggio del loro pensiero, non più intercettato dal baluardo d’ignoranza che divide ora la società in una piccola minoranza civile e in una grandissima maggioranza semi-barbara, penetrasse a traverso a tutti gli strati sociali, recando la sua luce e il calore dalle capanne della montagna ai sotterranei della mina, dappertutto dove c’è un cuore che palpita e una fronte che suda? Come l’anima loro non s’infiamma di speranza e di entusiasmo a questa idea? E come non presentono che questo dev’essere e che sarà certamente, se la ragione umana non si spegne?
Sì, questo sarà. La parola dello scrittore di genio che ora corre come un rigagnolo, serpeggiante in un vasto letto arido dove pochi passanti ne raccolgono il mormorio e ne godono il refrigerio, sarà nella società avvenire un fiume dalla voce enorme, chiamerà a dissetarsi sulle sue vaste sponde e ad attingere acque fecondatrici un popolo intero. E il piccolo plauso teatrale che dà agli scrittori d’oggi il coro angusto dei privilegiati della cultura, parrà ai grandi scrittori d’allora una ben misera cosa appetto alla suprema dolcezza di sentir mormorare il proprio nome in suono di gratitudine dall’onda immensa del popolo che lavora.
E molti di essi diranno in quel tempo: — Non ci ricordate la «disuguaglianza» della società passata, che inceppava l’ingegno e strozzava la gloria: «quella sola parola c’irrita».
Filippo Turati al Tribunale di Guerra.
Giungeva il carrozzone del cellulare, un gran cassone chiuso e tetro come un feretro. Mi parve di vedere, attraverso le pareti, gli imputati — Turati, De Andreis, Morgari — coi ferri ai polsi e mi gonfiò il cuore.
— Oh, no! — pensai — lì dentro non c’è un delitto, ma una idea!
E mi consolai al pensiero che l’idea nazionale aveva patito per cinquant’anni la stessa sorte. Un minuto dopo giunse a piedi un gruppo di ufficiali di varie armi, in alta tenuta, con la fuciacca azzurra a bandoliera, muti e gravi, visibilmente compresi della terribile responsabilità che stavano per assumere. Entrai fra loro....