Giunse poco dopo, sola, la madre di Turati, che da tre mesi conduceva una vita di mortale angoscia. Ha il volto pallido, interroga tutte le faccie con attento sguardo e inquieto, e parla con voce tremante. La maggior inquietudine sua è per la salute del figlio, che teme non possa reggere al regime della prigione....

Un ricordo assai lontano mi tornò alla memoria nell’udir parlare la povera signora. Trentasei anni or sono suo marito era prefetto di Cuneo, dove mio padre era impiegato; veniva qualche volta da noi un bimbo di quattro anni, la cui giacchetta corta, di color nocciuola, mi è rimasta impressa nella memoria. Quel bimbo era Filippo, il futuro direttore della «Critica sociale» e deputato per Milano predestinato al Tribunale di guerra....

..... Venne il mio turno. L’ufficiale difensore pregò il Presidente d’interrogarmi se credevo possibile che Turati fosse stato preparatore o istigatore o complice in alcun modo ai tumulti! La risposta era facile. Io conoscevo tutti gli scritti e i discorsi suoi dai quali emerge lucidissimo questo convincimento, che è assurdo condurre a fine una rivoluzione economica con la violenza; che può prepararsi solo con l’educazione intellettuale, morale e civile delle moltitudini, con una trasformazione profonda della coscienza pubblica, con una lenta e progressiva organizzazione delle classi lavoratrici; che i predicatori della rivolta, specialmente nel nostro paese, meno maturato d’ogni altro a qualsiasi improvvisa e radicale trasformazione sociale, sono i più pericolosi nemici del socialismo.

Turati non s’era mai sviato da queste idee. Era violento nella forma, ma per temperamento di scrittore, non con propositi di propagandista. Comunque non era mai stato un propagandista da esercitare immediata influenza su le masse, per la sua forma troppo letteraria, pel ragionamento troppo fine....

.... Il presidente mi rilasciò in libertà. Gli domandai il permesso di salutare gli accusati. Me lo concesse. Mi avvicinai al banco e strinsi le tre mani che cercavano la mia, dicendo: A rivederci!

Ma la mia mano tremò nello stringere quella di Turati: un triste presentimento mi passò pel cuore: quello di non rivederlo più!

*

La mia deposizione nel processo a Filippo Turati.

Ho letto tutti gli scritti di Filippo Turati. L’opera del sul ingegno acutissimo, sostenuto da una salda coltura scientifica ed armato d’una dialettica potente, concorse in gran parte a farmi accettare la dottrina ed abbracciare la causa del socialismo. Non parlai con lui che poche volte. — Fra le prime parole di lui, che mi rimasero più impresse, ricordo le seguenti, ch’erano in un articolo ch’egli diresse alla classe lavoratrice per distoglierla da ogni tentativo di ribellione violenta.

— «E se anche vinceste, sareste capace di cogliere i frutti della vittoria? Vi trovereste ora in grado di mandare avanti le industrie e le amministrazioni, di sostituire la borghesia nella funzione sociale che essa compie attualmente?»