In tutti i suoi scritti letti dappoi lo trovai sempre coerente a quel concetto. Non conosco altro scrittore socialista in cui mi sia sempre parsa così profonda, così lucida come in lui la convinzione dell’assoluta inefficacia d’un’azione improvvisa e violenta a compiere una rivoluzione economica; nessuno più profondamente persuaso della impossibilità di trasformare l’organismo sociale senza una previa, graduale, lenta trasformazione delle idee e delle istituzioni presenti; nessuno che abbia più spesso e più evidentemente dimostrato la lunghezza e la difficoltà del cammino che resta a percorrere al proletariato italiano sulla via dell’educazione morale e civile dell’organizzazione delle proprie forze e dell’esercizio dei propri diritti politici per giungere all’attuazione dell’idea socialista.

Nei suoi scritti lo trovai violento spesso, anzi quasi sempre, contro avversari, contro idee, contro sistemi; non violento per ciò che riguarda i mezzi e i modi di lotta che il partito socialista dovesse seguire per raggiungere i suoi fini.

Se qualche volta egli fosse uscito dalla retta via, io mi sarei valso dell’autorità che mi dava su lui l’età maggiore per richiamarlo su quella via.

Se avessi una volta sospettato che fosse intento occulto del partito socialista, del quale riconoscevo in lui il più autorevole interprete, l’azione violenta — persuaso com’ero, e come sono, dell’insensatezza di un tale intento — non avrei esitato un’ora a ritirarmi dal partito pubblicamente, e sarebbe stato Turati il primo a cui ne avrei dato l’annuncio.

Se, d’altra parte, avesse avuto un tale intento il Turati, logicamente gli sarebbero dovuti parere discordanti dal suo modo di sentire e di pensare, troppo pacifici, troppo miti gli scritti e i discorsi miei; egli non mi diede mai su questi, invece, che le più benevole, le più esplicite approvazioni.

E un’altra prova per me evidentissima ch’egli non intese mai ad eccitare le passioni della moltitudine, a muovere il popolo alla rivolta, è questa: che adoperò sempre nei suoi scritti un linguaggio letterario e scientifico condensato e sottile, pieno di citazioni, di finezze e di sottintesi artistici, assolutamente superiore alla intelligenza media dei lettori della classe operaia.

Ero tanto persuaso, tanto certo ch’egli non avesse provocato in nessun modo i tumulti di Milano, che quando ne intesi la prima notizia domandai subito a me stesso: — Come mai Turati non è riuscito a impedirli? — E senza saper altro non dubitai un momento che per impedirli egli non avesse fatto ogni sforzo possibile, come seppi in seguito che veramente fece.

E subito e poi, a chiunque mi domandò se credevo ch’egli avesse in qualsiasi maniera, o apertamente o di nascosto, preparato o contribuito a preparare o non cercato di scongiurare o anche soltanto approvato o desiderato quello che avvenne, una sola risposta diedi sempre, immediata, sicura, risoluta come un grido del cuore e della coscienza: — Lui! Turati!... Ah! è impossibile, è assurdo! Ne son certo come della mia esistenza.

Un Comitato elettorale.

Quattro anni fa, una sera d’autunno, andai per la prima volta a portare il mio obolo al Comitato Elettorale Socialista, che era in una delle più povere case d’una delle più vecchie strade di Torino. Attraversai due cortili oscuri, salii quasi a tentoni per una scaletta da campanile, ed entrai in una stanza bassa e nuda, mal rischiarata da un piccolo lume a petrolio, posto sopra a un tavolino senza vernice, intorno al quale stavano seduti tre operai che scrivevano. Non credo che alcun Comitato elettorale democratico abbia mai avuto un ricetto più conforme all’austerità dei suoi principii.