V’era in un angolo, sopra una cassetta, un poligrafo di prezzo minimo; in mezzo a una parete un foglio di carta, appeso ad un chiodo, con su il motto di Garibaldi: IL SOCIALISMO È IL SOLE DELL’AVVENIRE, scritto a mano; pacchi di circolari ammucchiati sull’ammattonato; nessun mobile, fuorchè il tavolino e due panche; le pareti chiazzate d’umido, le finestre coi vetri rotti, uno squallore di carcere.
— Povero Comitato Socialista — dissi fra me — e che potrai fare qui dentro?
E pensando agli altri Comitati che si davano moto in quei giorni, ai grandi uffici di giornali, ai salotti politicanti, alle belle sale d’Alberghi e di Circoli dove si preparano le altre candidature, e alle centinaia di servitori e alle migliaia di lire e agli innumerevoli mezzi di coazione e di corruzione di cui gli altri partiti potevano servirsi e si servivano, per comperar coscienze ed estorcere voti, e paragonando quella potenza lontana alla miseria presente, confesso che fui preso da un sentimento di pietà e di tristezza misto a quell’accoramento amaro che ci dà l’umiliazione di una persona amata. E una sfiducia improvvisa — faccio anche questa confessione poco onorevole — mi vinse.
Mi appoggiai a una parete e stetti pensando.
Intanto altri entravano. Entrando buttavano sul pavimento i fiammiferi che avevano accesi per rischiarare la scala. Erano operai che venivano dalle officine coi capelli arruffati e le mani nere, studenti, impiegati, maestri; uomini maturi e giovinetti; qualcuno coi capelli bianchi. Entravano a coppie, a gruppi, a uno a uno, in silenzio. Alcuni parevano stanchi, altri sopra pensiero. Ma appena entrati, e stretta la mano agli amici, mutavano viso. Poi s’avvicinavano al tavolino, e ciascuno dava il suo obolo, in logori biglietti d’una lira o cinquanta centesimi, o in soldi, che contavano sulla mano. Davano gli uni la bottiglia di vino di cui avevano bisogno, gli altri la provvista di tabacco d’una settimana, chi la serata al teatro che desiderava, chi la scampagnata domenicale che vagheggiava da un mese. — E perchè? pensavo, guardandoli. Ne conoscevo una buona parte e avevo ragionato con loro. Nessuno sperava una vittoria, e neppur una dimostrazione elettorale notevole. Nessuno anche confidando in avvenimenti straordinariamente favorevoli e in una diffusione meravigliosamente rapida dell’Idea socialista, sperava in un miglioramento qualsiasi del proprio stato; molti, da un mutamento prossimo dello stato sociale avevan piuttosto a temere danni che a sperare vantaggi; ed io sapevo che lo sapevano. E nondimeno davano il loro danaro con la compiacenza manifesta di chi compie un dovere di cui è profondamente persuaso. Sul viso di tutta quella gente traspariva la coscienza ferma e tranquilla di servire una causa, di esser sulla via della verità, di volere il bene di tutti e di aver per sè l’avvenire. Si poteva esser certi che non vi era fra di loro un’ambizione nascosta, una coscienza comprata, una volontà costretta, un sentimento malfido. Vedevo giovani studenti che chiamavano per nome operai cinquantenni, mani bianche che stringevano mani nere, crocchi di persone d’ogni classe fra cui appariva un accordo di sentimenti e una maniera di familiarità, che non avevo visto mai in alcun tempo e in alcun paese. Mi pareva di veder gli elementi della nostra società disciolta che si cercassero e si unissero in una forma di società nuova, animata da un nuovo concetto della vita e del mondo, retta da nuove ragioni di stima e d’affetto reciproco e da leggi nuove di rispetto e di gentilezza, più sapientemente civili, più sinceramente cristiane di quelle che vedevo seguite in ogni altro convegno o commercio di cittadini di diverso stato. Quell’adunanza era per me ad un tempo una realtà e una visione che appagavano un confuso, istintivo, ardentissimo desiderio di tutta la mia vita.
E a questi pensieri, improvvisamente, come una fiamma sotto un soffio, la mia fiducia si ravvivò. — Ah! se anche credessi che siete tutti illusi — pensai — io v’amerei e v’ammirerei egualmente, o bravi giovani, o rudi lavoratori, o poveri vecchi che non avete altro impulso all’opera e al sacrificio che la speranza d’un bene di cui non godrete, e che sopportando le durezze della vita e soffocando le ire provocate e sfidando le persecuzioni pubbliche e sagrificando la pace domestica, fondate la vostra speranza sul diritto del voto, conquistato col sangue dei vostri padri, ossia sulla libertà, sulla ragione, sul presentimento del trionfo necessario della verità e della giustizia. Ma no, voi non siete illusi, poichè la verità non può essere dalla parte dell’ambizione, del mercimonio e dell’egoismo; la verità è nella vostra coscienza libera e serena, è nella santità del vostro ideale, è in quest’affratellamento generoso che condanna e corregge le ingiustizie della fortuna, è in questa fede invitta che dà ai giovani una maturità precoce, e ringiovanisce i maturi, e consola i vecchi, e nobilita tutti. E ogni propaganda d’ogni grande idea, predestinata a mutare il mondo, è cominciata, come questa, in luoghi oscuri, fra pareti nude, in mezzo a gente sprovveduta di tutto, e odiata, e calunniata, e derisa, mentre i difensori del passato, armati e ricchi d’ogni cosa, si festeggiano a vicenda — in sale splendide e risonanti del plauso dei parassiti — sicuri del presente e dell’avvenire.
E tutt’a un tratto — con mio stupore — non perchè mancasse un legame tra il pensiero e l’immagine, ma per la subitaneità dell’apparizione — mi rividi dinanzi la statua di Ledru-Rollin, veduta anni addietro a Parigi, eretta in atteggiamento profetico, con la mano stesa sull’urna, come dicendo: Qui è la salute.
E allora, precorrendo il tempo con l’immaginazione, vidi quella povera stanza dilatarsi, e aprirsi altre sale lontane l’una dopo l’altra, in tutti i quartieri cittadini, tutte rigurgitanti d’una folla simile a quella che avevo dinanzi; e tutte quelle folle, agitate e ardenti, salutare con evviva frenetici gli annunzi delle grandi vittorie elettorali, giungenti l’un sull’altro dai vari quartieri, e da tutte le piccole e grandi città d’Italia; e, tra gli evviva, le mani bianche cercar le mani nere, e abbracciarsi i giovani e i vecchi, e scambiarsi il bacio dei fratelli i figli di coloro che oggi si minacciano e si odiano....
Troncai il soliloquio, ed entrai nella folla dei miei compagni con uno slancio d’allegrezza e d’affetto, che non m’aveva mai data nessuna amicizia del passato.