I nostri compagni del Comitato elettorale, che m’invitarono a parlarvi, determinarono il soggetto del discorso con queste parole: — Eccitare i ferrovieri, e specialmente gli operai, a prender parte attiva alla lotta per le elezioni amministrative; dimostrar loro che essi hanno interesse a mandare nel Consiglio comunale dei rappresentanti della classe lavoratrice a cui appartengono.

La cosa mi parve superflua. — Ma come — pensai — vi sono ancora dei lavoratori non persuasi di questa verità, della quale sono compresi, in fondo all’animo, anche molti di coloro che stimerebbero un’imprudenza di proclamarla? E subito mi si affacciò alla mente che il primo, il più efficace mezzo di persuadere gli ostili e di scuotere gl’indifferenti, sarebbe stato di riferir loro quello che io mi intendo dire ogni giorno da chi combatte le nostre idee utopistiche di progresso, di redenzione, di missione politica ed economica delle classi lavoratrici.

Queste idee — mi dicono — sono in voi, borghesi traviati e allucinati, non nei vostri adulati lavoratori; e non sono che in una infima minoranza di essi, a cui avete attaccato la vostra infermità cerebrale. Come potete parlare sul serio delle loro aspirazioni e dei loro propositi, quando non ve n’ha cinque su dieci che concordino in un’idea, quando la parte maggiore non si dà pensiero alcuno delle lotte a cui la chiamate con tanta insistenza, quando non hanno dato ancora, qui specialmente, nessuna seria manifestazione di solidarietà, di armonia, d’unità d’intenti, quando hanno anzi provato in mille modi che la classe lavoratrice, come ente collettivo, non esiste ancora? Voi dite che le classi dirigenti, che la borghesia è debole perchè è lacerata dai partiti, scossa da mille contrasti di interessi, divisa in dieci fedi diverse, e che per questo non opporrà una lunga resistenza al movimento progressivo delle classi inferiori. Ma queste son più divise e più deboli di noi! Noi davanti a un pericolo, nel nostro interesse comune, ci uniremo in un sol fascio, e voi lo capite, e lo preannunziate. Essi, nel loro interesse comune, non si uniscono. Che c’importa che siano il numero, se, non essendo nè concordi nè attivi, non sono la forza, senza di cui non vale il diritto? Che c’importa che la scheda elettorale possa essere, come voi dite, lo strumento della loro emancipazione, se essi o non se ne servono, o l’adoperano contro sè stessi, o la mettono al servizio d’ogni richiedente? Non uniti nell’esercizio dei mezzi e legali e pacifici, non lo saranno mai neppure, non lo potranno mai essere nell’uso dei mezzi violenti. Noi possiamo dunque riposare tranquilli e ripetere cento volte a chi ci parla d’un esercito di lavoratori, che l’esercito non esiste, che non ci sono che caporali e pattuglie disperse, e la gran moltitudine si ride della vostra conquista dei poteri, e che voi sognate a occhi aperti.

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A voi tocca di smentire col fatto quelle asserzioni. Io mi ingegnerò di persuadervi a smentire. E notate, non avrei bisogno di parlarvi come socialista. L’interesse che hanno i lavoratori a organizzarsi, a concertarsi per mandare alle amministrazioni comunali e nei parlamenti dei loro compagni esiste, secondo me, anche fuori della ragione del socialismo. Non c’è bisogno di creder possibile o necessario nell’avvenire un determinato ordinamento sociale per comprendere quell’interesse. Basta desiderare dei miglioramenti nella vostra condizione, come tutti desiderate; basta capire che, siccome nessun miglioramento importante nello stato delle classi inferiori può avvenire senza sacrifici gravi nelle classi sovrastanti, e poichè sui sacrifici spontanei, essendo qual’è la natura umana, è illogico il fare assegnamento, così quei miglioramenti bisogna conquistarli; e che nessuna conquista si fa da una classe sociale senza lotta, e nessuna lotta si vince senza forza, e la forza non si consegue senza l’accordo della classe. Ora quest’accordo è possibile, è ragionevole, si deve compiere anche tra i lavoratori che non siano d’una sola idea e d’un sol sentimento riguardo al socialismo. Non si deve forse, prima di giungere a questo, passare per una serie di riforme e di conquiste minori che tutti vogliono ugualmente? Ma io dico questo a voi! Ma se son molti i borghesi stessi persuasi di questa verità.

Ve n’ha molti, ostili al socialismo, che credono inattuabile, ma che pure, essendo onesti, vedon con occhio favorevole e affrettano col desiderio il movimento d’organizzazione delle classi lavoratrici, anche sotto la bandiera socialista, come il solo mezzo che rimanga di pervenire a riforme radicali a vantaggio loro, senza le quali credono anch’essi inevitabili degli sconvolgimenti funesti alla società. E fanno questo ragionamento che non manca di logica: — O hanno ragione i socialisti, i quali affermano, non già di voler rifare il mondo sopra un disegno della loro fantasia, ma di sollecitare soltanto una trasformazione a cui la società è condotta irresistibilmente dalla forza stessa delle leggi vitali che la reggono, — e se questo è vero, se la trasformazione è inevitabile, non solo è inutile d’intralciare, ma è logico assecondare il movimento. — O se è vero l’opposto, ossia che questa trasformazione non è necessaria, e la società non avverrà pel solo fatto che i socialisti la vogliono, una forza invincibile vi si opporrà, contro cui tutti i loro conati si spezzeranno come contro una legge di natura; e in questo caso non c’è nulla a temere, e si ha da assecondare egualmente un movimento il quale, senza arrivare alla mèta che si propone e da cui noi rifuggiamo, produrrà pure dei vantaggi grandissimi, non conseguibili per altra via. Vorrete voi essere meno arditi di questi prudenti conservatori?

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Veniamo ora al vivo dell’argomento.

Non vi pare un’anomalia singolarissima che nei Consigli comunali di città dalle centinaia di migliaia d’abitanti, in Consigli dove si trattano interessi di tutte le classi sociali, tutte le classi siano personalmente rappresentate, tutte, fuorchè la più numerosa, che è anche quella che ha maggior bisogno d’esser tutelata? Io credo che la cosa parrà un giorno tanto strana che se n’andranno a cercar le cause con la stessa curiosità con cui si ricercano quelle dei più singolari fenomeni sociali del tempo andato.

Io m’immagino uno straniero semi-barbaro, ma di molto acume, piovuto qui da un paese in cui non sia idea di regime rappresentativo, lo metto col pensiero in uno di quei Consigli, e mi par di sentirlo dire: — Ma come mai! Ecco un’assemblea in cui si parla ogni momento d’interessi del lavoro e di lavoratori, in cui l’uno accusa l’altro a ogni tratto di non essere vero interprete dei loro sentimenti, delle loro aspirazioni, e d’operai non c’è un solo, non uno che possa dire: i nostri sentimenti, le nostre aspirazioni, i nostri bisogni son questi! — Dopo essersi fatto spiegare a un di presso in qual maniera si formino queste assemblee, il mio semi-barbaro direbbe al suo cicerone: — Ho capito! Qui non c’è operai perchè gli operai non sono elettori. — Ma no, lo sono — gli sarebbe risposto — e dispongono di migliaia di voti. — Allora direbbe: — Sono elettori, ma non sono eleggibili: ma essi non eleggono alcuno dei loro perchè non ce n’è alcuno che sappia parlare nè scrivere. — Ma no, vi ingannate: ce n’è molti che parlano mirabilmente dei propri interessi nelle loro riunioni professionali o di partito e ce n’è anche molti che sanno trattare la penna a dovere, tanto che se si fondasse un giornale come quel tal «Buon senso», fondato a Parigi nel ’48, aperto a tutti i lavoratori, si farebbero anche qui delle scoperte particolari curiose. — Ho capito questa volta — direbbe finalmente lo straniero. — Essi non eleggono nessuno della propria classe perchè vedono gl’interessi loro ben patrocinati dai rappresentanti della classe borghese, che stimano inutile aver dei rappresentanti propri, e si tengono per ampiamente soddisfatti. — Ma no, veda, non sono soddisfatti, si lagnano, dicono d’aver delle ragioni da far valere, gridano che ci sono delle ingiustizie da correggere, delle riforme da proporre, mille cose da fare. — E allora.... il mio semi-barbaro non capirebbe proprio nulla.