La scorta della provincia di Laracce continuò le sue cariche e i suoi fuochi davanti a noi.
Il convoglio dei bagagli seguitò la sua strada verso il luogo fissato per l’accampamento.
Eravamo arrivati alla Cuba di Sidi-Liamani.
Nel Marocco si chiama Cuba, che significa cupola, una piccola cappella quadrata, coperta d’una cupola semisferica, nella quale è seppellito un santo. Queste Cube, frequentissime particolarmente nel mezzogiorno dell’Impero, poste la maggior parte in luoghi eminenti presso una sorgente e una palma, e visibili, per la loro nivea bianchezza, a grande distanza, servono di guida ai viaggiatori, vengon visitate dai fedeli e sono per lo più custodite da un discendente del Santo, erede della santità, il quale abita una casuccia vicina alla tomba e vive dell’elemosina dei pellegrini. La Cuba di Sidi-Lamani era posta sopra una piccola altura, a pochi passi da noi. Alcuni arabi della campagna stavan seduti dinanzi alla porta. Dietro a loro spuntava la testa del vecchio decrepito—il Santo—che ci guardava con una stupida meraviglia.
In pochi minuti divamparono i fuochi della cucina, e di lì a poco si fece colezione.
Una scatola di sardine, vuota, buttata via dal cuoco, fu raccolta dagli arabi, portata dinanzi alla porta della Cuba e fatta oggetto d’un lungo esame e di conversazioni animate.
Finito il lab el barode, quasi tutti i cavalieri della scorta, scesi a terra, si sparpagliarono per la piccola valle, parte per far pascolare i cavalli, parte per riposare. Alcuni, rimasti in sella, stettero di vedetta sulle alture.
In quel frattempo, passeggiando col capitano, osservai per la prima volta, colla scorta delle sue indicazioni, i cavalli marocchini. Sono tutti di piccola statura, tanto che tornato in Europa, coll’occhio abituato alle loro forme, i cavalli europei, anche di statura mezzana, mi parvero, sulle prime, enormi. Hanno l’occhio vivo, la fronte un po’ schiacciata, le narici molto aperte, le ossa zigomatiche molto sporgenti, la testa quasi tutti bellissima; lo stinco e la tibia un po’ curvi, ciò che dà loro una particolare elasticità di movimenti; la groppa manchevole, fuggente, per così dire, di sotto alla sella, il che li rende più abili al galoppo che al trotto; e non mi ricordo infatti d’aver mai visto andar di trotto un cavaliere marocchino. Visti quando riposano e quando vanno di passo, anco i più belli, non danno nell’occhio; slanciati alla corsa, si trasfigurano e riescon superbi animali. Benchè si nutriscano assai meno dei nostri e siano bardati assai più pesantemente, reggono alla fatica più dei nostri. Anche il modo di cavalcare è diverso. Le staffe sono tenute molto alte; il cavaliere sta sulla sella colle gambe piegate quasi ad angolo retto, tiene le redini lunghe e dirige il cavallo con movimenti larghissimi. La sella ha quei due rilievi, chiamati da noi con termine tecnico il pomo e la paletta, altissimi, che toccano il petto e la schiena del cavaliere, e lo ritengono in maniera da rendergli molto difficile la caduta. La maggior parte dei cavalieri, calzati di piccoli stivali di cuoio giallo senza talloni, non portano sproni e pungono il cavallo colla staffa; gli altri hanno per sproni due piccoli ferri acuminati, della forma d’un pugnale, fissati al calcagno con un cerchietto metallico e una catenella. Si dicono cose ammirabili del grande amore che nutre l’arabo per il cavallo, l’animale prediletto del profeta; si dice che lo considera come un essere sacro; che ogni mattina, al levar del sole, gli mette la mano destra sulla testa, mormorando: bismillah! (nel nome di Dio!) e si bacia poi la mano, che crede santificata da quel contatto; che gli prodiga ogni sorta di cure e di carezze. E saran cose vere. Ma questo suo grande amore, per quello ch’io vidi, non gl’impedisce di lacerargli i fianchi senza bisogno, di lasciarlo esposto al sole quando potrebbe ripararlo all’ombra, di condurlo a bere, a un’ora di cammino, colle zampe legate, di esporlo dieci volte al giorno, per puro spasso, a spezzarsi le gambe, e infine di trascurare la bardatura in maniera che il più diligente di loro, messo in un reggimento di cavalleria europea, passerebbe sei mesi dell’anno in prigione.