Il caldo essendo forte, si stette parecchie ore all’ombra; ma a nessuno riuscì di dormire, per cagione degli insetti. Erano le prime avvisaglie d’una guerra tremenda che doveva durare, inferocendo di giorno in giorno, fino alla fine del viaggio. Appena sdraiati in terra, eravamo assaliti, punti, solleticati da cento parti, come se ci fossimo buttati sopra un letto di ortiche. Non erano che bruchi, ragni, formiconi, tafani, cavallette; ma grossi, petulanti e ostinati in una maniera inaudita. Il Comandante, che per rallegrare la brigata aveva preso il partito di esagerare favolosamente i pericoli, e lo faceva con un garbo ammirabile, ci assicurava che quelli erano animalini microscopici appetto agli insettacci che avremmo trovati avvicinandoci a Fez e innoltrandoci nell’estate; e che di noi non sarebbe tornato in Italia che qualche resto riconoscibile a stento dai parenti più stretti e dagli amici più intimi. Il cuoco udendo quelle parole, fece un sorriso forzato e diventò pensieroso. Vicino a noi c’era una tela di ragno smisurata, distesa sopra alcuni cespugli, come un lenzuolo messo ad asciugare. Mi pare ancor di sentire il comandante esclamare:—Ma in questo paese tutto è gigantesco, formidabile, miracoloso!—Ed osservava con ragione che il ragno che aveva fatto quella tela doveva essere almeno grosso quanto un cavallo. Ma non riuscimmo a scoprirlo. I soli che dormissero erano gli arabi, coricati la maggior parte al sole, con una processione di bestiaccie addosso. I due pittori disegnavano, tormentati da un nuvolo di mosche feroci, che strappavano all’Ussi, a due a tre per volta, tutta la ricchissima litania dei sacrati fiorentini
Novi, arditi, da far testo di lingua.
Scemato un po’ il caldo, la scorta di Had-el-Garbìa, il Console d’America e il Vicegovernatore di Tangeri, venuto là per dare l’ultima volta il buon viaggio all’Ambasciatore, si congedarono; e noi ci rimettemmo in cammino, seguiti dai trecento cavalieri della provincia di Laracce.
Vaste pianure ondulate, coperte qui di grano, là d’orzo, più oltre di stoppia gialla, altrove d’erba e di fiori; qualche tenda nerastra e qualche tomba di santo; di tratto in tratto una palma; di miglio in miglio tre o quattro cavalieri che si riunivano alla scorta; una solitudine immensa, un sereno purissimo, un sole abbagliante: sono gli appunti che trovo nel mio quaderno intorno alla seconda marcia del cinque maggio.
Dopo tre ore di cammino arrivammo a Tleta de Reissana dov’era l’accampamento.
Le tende erano piantate, come al solito, in circolo, in una conca angusta e profonda, coperta d’erbe e di fiori altissimi che quasi c’impedivano il passo. Pareva di essere dentro a una grande aiuola di giardino. I letti e i bauli sotto le tende, erano quasi nascosti in mezzo alle margheritine, ai rosolacci, alle primavere, ai ranuncoli, a ombrellifere d’ogni grandezza e d’ogni colore. Accanto alla tenda dei pittori s’alzavano due aloé enormi con tutti i rami fioriti.
Poco dopo il nostro arrivo, giunse da Laracce, per visitare l’Ambasciatore, l’agente consolare d’Italia, il signor Guagnino, vecchio negoziante genovese, che vive da quarant’anni sulla costa dell’Atlantico, conservando gelosamente puro l’accento della lingua di Balilla; e verso sera venne, non so di dove, un arabo della campagna per consultare il medico dell’ambasciata.
Era un povero vecchio curvo e zoppicante; un soldato della Legazione lo condusse dinanzi alla tenda del signor Miguerez.
Il signor Miguerez, che parla l’arabo, lo interrogò, e conosciuto il suo male, si mise a frugare nella farmacia portatile per cercare non so che medicinale. Non trovandolo, mandò a chiamare Mohamed Ducali, gli fece scrivere in arabo, sopra un foglietto di carta, una ricetta colla quale il malato avrebbe potuto, tornando in mezzo ai suoi, farsi fare quello che gli occorreva. Era un medicinale di cui gli arabi fanno grande uso.