Mentre il Ducali scriveva, il vecchio mormorava una preghiera.
Scritta che fu la ricetta, il medico la porse al malato.
Questo, senza dargli tempo di dire una parola, afferrò il foglio e se lo ficcò in bocca con tutt’e due le mani. Il medico gridò:—No! no! Sputa! Sputa!—Fu inutile. Il povero vecchio masticò la carta coll’avidità d’un affamato, la mandò giù, ringraziò il dottore e si mosse per andarsene. Ci volle del buono e del bello a persuaderlo che la virtù della medicina non consisteva nella carta, e a fargli prendere un’altra ricetta.
Questo fatto non può destare meraviglia in chi sappia che cos’è la medicina nel Marocco. La medicina v’è esercitata quasi unicamente dai ciarlatani, dai negromanti e dai santi. Qualche sugo d’erba, il salasso, la salsapariglia per il morbo celtico, la carne secca di serpente o di camaleonte per le febbri intermittenti, il ferro rovente per le ferite, certi versetti del Corano scritti in fondo ai recipienti dei medicinali o sopra un pezzetto di carta che il malato porta appeso al collo, sono i rimedi principali. Lo studio dell’anatomia essendo vietato dalla religione, è facile immaginare a che cosa si riduca la chirurgia. Basterà dire che i chirurghi strappano le tonsille colle dita e tentano l’estrazione della pietra con un rasoio o col primo gancio di ferro che si trovano ad aver fra le mani. L’amputazione è aborrita. I pochi arabi assistiti da medici europei muoiono fra atrocissimi spasimi piuttosto di subire il taglio che salverebbe loro la vita. Ne segue che sebbene siano frequentissimi i casi di perdita d’un membro, specialmente per lo scoppio dei fucili, non si vedono nel Marocco che pochissimi mutilati; e i più di quei pochissimi sono disgraziati ai quali il carnefice tagliò le mani con un coltellaccio, e il catrame bollente, in cui, secondo l’uso, tuffarono i moncherini, arrestò l’emorragia. I loro rimedi violenti, però, e specialmente il ferro rovente, ottengono qualche volta degli effetti ammirabili; e si applicano questi rimedi brutalmente, temerariamente, senz’aiuti. Ma o per poca sensibilità nervosa o per la vigoria dell’animo indurito dalla fede fatalista, resistono con una forza prodigiosa ai più tremendi dolori. Si metton le ventose con vasi di terra e tanto fuoco da arrostirsi la schiena; si piantano il pugnale negli apostemi, alla cieca, a rischio di rompersi le arterie; si fanno scorrere una brace accesa sopra un braccio piagato, con mano ferma, cacciando col soffio il fumo delle carni, senza lasciarsi sfuggire un lamento. Le malattie più frequenti son le febbri, le oftalmie, la tigna, l’elefantiasi, l’idropisia: ma la più comune è la sifilide, trasmessa di generazione in generazione, alterata, che si produce in forme strane ed orrende, di cui tribù intere sono infette e migliaia di sventurati muoiono; e ne morirebbero assai più se non fosse la sobrietà estrema di nutrimento a cui la maggior parte son costretti dalla miseria e dal clima. Medici europei non ce ne sono che nelle città della costa; nella stessa Fez non v’è altro che qualche ciarlatano rinnegato, fuggito d’Algeria o dai presidii spagnoli. Quando l’Imperatore o un ministro o un ricco Moro s’ammala, manda a chiamare un medico europeo in una città della costa. Ma non mandano che quando son ridotti agli estremi, trascurano per anni ed anni le malattie, e il più delle volte il medico non arriva che per assistere alla morte. Nei medici europei hanno gran fede; la vista dei medicinali, delle preparazioni chimiche, degli strumenti chirurgici dà loro un concetto immenso del potere della scienza; se ne ripromettono prodigi; pigliano le prime medicine e seguono le prime prescrizioni colla docilità e l’allegrezza di gente sicura d’una guarigione immediata. Ma se la guarigione non è immediata, perdono ogni fede, interrompono la cura e ricorrono ai ciarlatani. Una cosa, sopra tutte, domandano vecchi e giovani, ricchi e poveri, ai medici europei, ed è ciò che l’imperatore Eliogabalo domandava ai suoi cuochi. E’ quando lo domandano? Quando quotidianamente non possono più varcare le soglie del paradiso di Maometto più di tante volte quanti sono i precetti fondamentali dell’Islam! A questo punto si tengon già decaduti! Onde ognuno può capire quanto sia generalmente precoce la decadenza vera, e a che abbominevoli pervertimenti siano trascinati i più dal furore delle passioni.
La sera passò senz’avvenimenti notevoli, fuorchè la scoperta ch’io feci d’uno scorpionaccio nero sopra il cuscino del mio letto, nel momento che stavo per coricarmi. Fu però un terrore passeggiero, poichè avvicinandomi a poco a poco col lume, lessi sul dorso dell’animale l’iscrizione rassicurante:—Cesare Biseo fece addì 5 maggio 1875.
La mattina all’alba partimmo alla volta della città d’Alkazar.
Il tempo era scuro. I colori pomposi dei trecento soldati della scorta pigliavano un vigore meraviglioso dal grigio del cielo e dal verde cupo della campagna. Lo stesso Hamed Ben Kasen Buhamei, fermo sopra un rialto di terreno vicino all’accampamento, pareva che guardasse con compiacenza quei bei cavalieri che gli passavano dinanzi a grossi drappelli, silenziosi, gravi, cogli occhi fissi all’orizzonte, come avanguardie d’un esercito la mattina d’una giornata di battaglia. Per un buon tratto, camminammo in mezzo ad olivi e cespugli altissimi; poi entrammo in una vasta pianura tutta coperta di fiori gialli e violetti, dove la scorta si sparpagliò per fare il lab el barode. Lo spettacolo in quel luogo aperto, sopra quel tappeto di fiori, sotto quel cielo minaccioso era così stranamente bello, che l’Ambasciatore si fermò più volte, e fece fermare tutto il suo seguito, per contemplarlo. Non posso credere che quella gente abbia un’arte segreta di raggrupparsi e di disordinarsi; ma quella mattina me ne venne il sospetto. Avrei detto che tutti i loro movimenti e tutte le loro combinazioni di colori, erano stati concertati da un coreografo. In mezzo a quel tal gruppo di cavalieri dalle cappe turchine, s’andava sempre a ficcare, come se ce l’avessero mandato, un cavaliere colla cappa bianca. In mezzo a un gruppo di caffettani bianchi, cascava sempre a proposito, come la pennellata d’un artista, un caffettano color di rosa. I colori armonici si cercavano, s’univano, amoreggiavano insieme per la durata d’una carica, e si separavano per formare altre armonie. Eran trecento e parevano un esercito; si vedevano da tutte le parti; ci svolazzavano intorno come uno sciame di uccelli; ci assordavano, ci abbagliavano, c’innamoravano, facevano disperare i pittori.—Canaglia!—diceva l’Ussi—se v’avessi nelle unghie a Firenze!