Appena scemato un po’ il caldo, ci dirigemmo tutti insieme verso la città, a piedi, preceduti, fiancheggiati e seguiti da gente armata.

Vediamo di lontano, passando, un edifizio singolare, posto fra l’accampamento e la città, tutto archi e cupolette, fra cui è chiuso un cortile che ha l’aspetto d’un cimitero. Ci dicono che è una di quelle zauia, ora decadute, che quando fioriva la civiltà dei Mori, contenevano una biblioteca, una scuola di lettere e di scienze, un ospedale per i poveri, un albergo per i viaggiatori, oltre alla moschea e alla cappella sepolcrale; e appartenevano, e appartengono ancora la maggior parte, agli ordini religiosi.—Ci avviciniamo alla porta della città.—La città è circondata di vecchie mura merlate; vicino alla porta per cui entriamo, s’alzano alcune tombe di santo sormontate da cupole verdi. Entrando, sentiamo uno strepito in alto: guardiamo in su. Son grandi cicogne, ritte sui tetti delle case, che battono il becco rumorosamente, come per avvertire gli abitanti del nostro arrivo. Infiliamo una strada: alcune donne si rifugiano in casa, i bambini fuggono. Le case son piccole, senza intonaco, senza finestre, divise da vicoletti oscuri e immondi. Le strade paiono letti di torrenti. In alcuni angoli ci sono carcami interi di asini e di cani. Camminiamo sul letame in mezzo a pietroni e a buche profonde, saltellando e inciampando. Gli abitanti cominciano ad affollarsi sui nostri passi, guardandoci con grande stupore. I soldati ci fanno largo a pugni e a colpi di calcio di fucile con uno zelo che l’Ambasciatore è costretto a frenare. Una turba di gente ci precede e ci segue. Quando uno di noi si volta indietro bruscamente, tutti si fermano, qualcuno scappa, altri si nascondono. Di tratto in tratto una donna ci chiude la porta in faccia e un bimbo getta un grido di spavento. Le donne paiono fagotti di panni sudici; i più dei bimbi sono tutti nudi; i ragazzi di dieci o dodici anni non hanno che la camicia stretta da una corda intorno alla vita. A poco a poco la gente che ci accompagna piglia un po’ più d’ardimento. Ci guardano con particolare curiosità gli stivali e i calzoni. Alcuni ragazzi si arrischiano a toccarci le falde del vestito. Però l’espressione generale dei volti non è benevola. Una donna, fuggendo, slancia alcune parole all’Ambasciatore. L’interprete traduce:—Dio confonda la tua razza!—Un giovanetto grida:—Dio ci accordi una buona giornata di vittoria sopra costoro!—Arriviamo in una piazzetta, montuosa e rocciosa dove appena si può camminare. Passiamo dinanzi a una schiera di orribili vecchie quasi completamente nude, sedute in terra, con qualche fuscello e qualche pane dinanzi, che aspettano compratori. C’innoltriamo per altre strade. Ogni cento passi c’è una gran porta arcata che si chiude la notte. Le case sono per tutto nude, screpolate, lugubri. Entriamo in un bazar coperto da un tetto di canne e di rami d’albero che cascano da ogni parte. Le botteghe paiono nicchie; i bottegai, statue di cera; le merci, robuccia da ragazzi messa in mostra per burla. In ogni angolo si vede gente accovacciata, sonnolenta, attonita, triste; bambini tignosi; vecchie che non han più forma umana. Par di girare per i corridoi d’uno spedale. L’aria è pregna d’odori aromatici. Non si sente una voce. La folla ci accompagna silenziosamente come una turba di spettri. Usciamo dal bazar. Incontriamo dei mori a cavallo, dei cammelli carichi, una megera che mostra il pugno all’Ambasciatore, un vecchio santo incoronato d’alloro, che ci ride in faccia. A un certo punto cominciano a spesseggiarci intorno certi uomini vestiti di nero, capelluti, col capo coperto d’un fazzoletto turchino; i quali ci salutano umilmente e ci guardano sorridendo. Uno di essi, un vecchio cerimonioso, si presenta all’Ambasciatore e lo invita a visitare il Mellà, il quartiere degli ebrei, chiamato dagli arabi con quel nome oltraggioso che significa terra salata o maledetta. L’Ambasciatore accetta. Passiamo sotto una porta a volta, c’innoltriamo per un labirinto di vicoletti più miserabili, più luridi, più fetenti di quei della città araba, in mezzo a case che paion tane, a traverso piazzettine che paion stalle, dalle quali si vedono dei cortili che paion fogne; e da ogni parte di questo immondezzaio s’affacciano donne e ragazze bellissime, che ci sorridono e mormorano:—Buenos dias! Buenos dias! In alcuni punti siamo costretti a turarci il naso e a camminare in punta di piedi. L’ambasciatore è indignato.—Come mai,—dice al vecchio ebreo,—potete vivere in questo sudiciume?—È l’usanza del paese,—quegli risponde.—L’usanza del paese! Vergogna! E voi chiedete la protezione delle Legazioni, parlate di civiltà, chiamate i mori selvaggi! Voi che vivete peggio di loro, e avete la sfrontatezza di compiacervene!—L’ebreo abbassa il capo sorridendo come per dire:—Che strane idee!—Usciamo dal Mellà, la folla torna a circondarci. Il viceconsole fa una carezza a un bambino: molti fanno segno di meraviglia; si alza un mormorio favorevole; i soldati sono costretti a disperdere la ragazzaglia che accorre da ogni parte. Prendiamo a passo affrettato una strada deserta, la gente a poco a poco rimane indietro, arriviamo fuori delle mura in una strada fiancheggiata da fichi d’India enormi e da palme altissime, tiriamo un gran respiro, siam soli!


Tale è la città d’Alkazar, chiamata generalmente Alkazar-el-Kebir, che significa «il grande palazzo.» La tradizione dice che fu fondata nel secolo duodecimo da quell’Abù-Yussuf Yacub-el-Mansur, della dinastia degli Almoadi, che vinse la battaglia d’Alarcos contro Alonzo IX di Castiglia, e fece innalzare la famosa torre della Giralda in Siviglia. Si racconta che una sera, cacciando, si smarrì; che un pescatore l’ospitò nella sua capanna, e che il califfo, riconoscente, gli fece costrurre nel luogo stesso un gran palazzo e parecchie case; intorno alle quali sorse a poco a poco la città. Fu un tempo una città popolosa e fiorente; ora è abitata da cinque mila al più tra mori ed ebrei, e poverissima, benchè ritragga qualche vantaggio dall’esser posta sulla strada delle carovane che vanno dal nord al sud dell’Impero.


Ripassando vicino alla porta per cui eravamo entrati, vedemmo un ragazzo arabo di circa dodici anni che camminava stentatamente colle gambe aperte e rigide, dondolandosi in una maniera bizzarra. Altri ragazzi lo seguivano. Ci fermammo; venne verso di noi. Quando ci fu dinanzi, vedemmo che aveva una grossa spranga di ferro, lunga un par di palmi, fissata alle gambe con due anelli posti sopra la noce del piede.

Era un ragazzo macilento, sudicio e di fisonomia sgradevole. L’ambasciatore lo interrogò per mezzo dell’interprete.

—Chi ti ha messo quel ferro?

—Mio padre,—rispose arditamente il ragazzo.

—Per che motivo?