—Perchè non imparo a leggere.
Stentavamo a credere; ma un arabo della città, là presente, confermò la risposta.
—E l’hai da quanto tempo?
—Da tre anni, rispose sorridendo amaramente.
Pensammo tutti che fosse una bugia. Ma l’arabo confermò la cosa aggiungendo che il ragazzo dormiva pure col ferro e che tutti in Alkazar lo conoscevano.
Allora l’Ambasciatore, mosso a compassione, gli fece un discorsetto, esortandolo a studiare, a togliersi quella vergogna, a non disonorare in quel modo la sua famiglia; e quando l’interprete ebbe finito di tradurre, gli fece domandare se aveva qualcosa da rispondere.
—Ho da rispondere,—rispose il ragazzo,—che porterò il ferro per tutta la vita, ma che non imparerò a leggere mai, e che son risoluto a farmi uccidere, piuttosto che a imparare.
L’Ambasciatore lo guardò fisso; egli sostenne lo sguardo imperterrito.
—Signori,—disse allora l’Ambasciatore rivolgendosi a noi,—la nostra missione è finita.
Noi tornammo all’accampamento e il ragazzo rientrò in città col suo strumento di tortura.