ZEGUTA

Si partì per Zeguta, di buon mattino, tutti rallegrati dal pensiero che quel giorno si sarebbero viste da lontano le montagne di Fez. Spirava un fresco d’autunno, e una leggera nebbia velava la campagna. Una folla d’arabi imbacuccati nelle cappe ci facevano ala all’uscita dell’accampamento; i soldati della scorta, tutti infreddoliti, ci seguivano stretti in un gruppo; i bambini dei duar ci guardavano cogli occhi pieni di sonno di dietro alle siepi e alle tende. Ma dopo pochi minuti brillò il sole, i curiosi accorsero, i cavalieri si sparpagliarono, l’aria risuonò di fucilate e di grida, tutto pigliò colore, anima e luce, e immediatamente, come suol accadere in quei paesi, succedette al fresco autunnale l’ardore dell’estate.

Fra i miei appunti di quella mattina ne trovo uno che dice laconicamente:—Cavallette. Saggio d’eloquenza di Selam.—Mi ricordo, infatti, d’aver visto un campo che da lontano pareva che si movesse, e quest’apparenza era prodotta da un grandissimo numero di cavallette verdi che s’avanzavano saltellando verso di noi. Selam, che in quel momento cavalcava al mio fianco, mi fece una descrizione ammirabilmente pittoresca delle invasioni di quegl’insetti formidabili, ed io la ricordo ancora parola per parola; ma come rendere l’effetto del suo gesto, del suo sguardo, della sua voce, che esprimevano assai più delle parole?—È uno spavento, signore! Vengon di là (e accennava a mezzogiorno). È una nuvola nera. Si sente il rumore da lontano. S’avanzano, s’avanzano, ed hanno il loro Sultano, il Sultano Ieraad, che le guida. Coprono strade, campi, case, duar, boschi. La nuvola cresce, cresce, va, va, va, rode, rode, rode, passa fiumi, passa fossi, passa muri, passa fuoco; distrugge erbe, fiori, foglie, frutti, grano, scorze d’alberi, e va va. Nessuno la ferma, non le tribù colle fiamme, non il Sultano con tutto l’esercito, non tutto il popolo del Marocco riunito insieme. Mucchi di cavallette morte? Avanti le cavallette vive. Muoion dieci? Nascon cento. Muoion cento? Nascon mille. Vedute a Tangeri. Strade, coperte; giardini, coperti; riva del mare, coperta; mare, coperto; tutto verde, tutto in moto, vive, morte, marcie, puzzo, peste, carestia, maledizione del cielo!—Così infatti accade. Il fetore che emana dalle miriadi di cavallette morte produce qualchevolta delle febbri contagiose, e, per citare un esempio, la peste spaventosa che spopolò nel 1799 le città e le campagne della Barberia, scoppiò dopo una delle loro più grandi invasioni. Quando si presenta l’avanguardia dell’esercito devastatore, gli arabi le movono incontro, in frotte di quattro o cinquecento insieme con bastoni e con fuoco; ma non riescono che a farle deviare per poco dal loro cammino, e segue spesso che una tribù cacciandole verso le terre d’una tribù vicina, la guerra alle cavallette si cangia in guerra civile. La sola forza che può liberare il paese da questo flagello, è un vento favorevole che le spinga nel mare, dove s’annegano, e vengon poi, per parecchi giorni, rigettate a mucchi sulle coste; e il solo conforto che rimanga agli abitanti quando il vento favorevole non soffia, è di mangiare, come fanno, le loro nemiche, prima che abbian deposte le uova, bollite e condite con sale, pepe ed aceto. Hanno un sapore di granchiolino di mare e se ne possono mangiare fino a quattrocento in un giorno.

A due miglia circa dall’accampamento, raggiungemmo una parte della carovana che portava a Fez i regali di Vittorio Emmanuele. Erano cammelli uniti a coppie, l’uno dietro l’altro, con due lunghissime sbarre sospese alla groppa, sulle quali posavano le casse. Li accompagnavano alcuni arabi a piedi e qualche soldato a cavallo. Alla testa della carovana v’era un carro tirato da due buoi: il primo carro che vedevamo nel Marocco! stato fatto apposta a Laracce sul modello, credo, dei primi veicoli apparsi sulla superficie della terra: tozzo, pesante, deforme, colle ruote d’un sol pezzo, senza raggi; il più strano e più ridicolo arnese che si possa immaginare. Ma per gli abitanti dei duar, i più dei quali non avevan forse mai visto un carro, era una meraviglia. Da tutte le parti accorrevano a vederlo, se lo accennavano gli uni agli altri, lo seguivano, lo precedevano, ne parlavano con gesti concitati. Persino le nostre mule, non abituate alla vista di quell’oggetto, passandovi accanto, davan segni di sorpresa e o si piantavano in quattro o facevano una giravolta. Selam stesso lo guardava con una certa compiacenza, come dicendo tra sè:—È stato fatto nel nostro paese!—Ed era compatibile, poichè in tutto il Marocco non esiste forse un maggior numero di carri che di pianoforti; i quali, se è giusta l’asserzione d’un console francese, non passano la dozzina; e oltre a questo, pare che vi sia in quel paese un’antipatia nazionale contro ogni specie di veicoli. Le autorità di Tangeri, per esempio, proibirono al principe Federico d’Assia Darmstadt, che fu in quella città nel 1839, di uscire in carrozza. Il principe scrisse al Sultano offerendosi di fare lastricare a proprie spese le strade principali, purchè gli permettesse quello che le autorità gli negavano.—Lo permetto,—rispose il Sultano,—e di buon grado; ma ad un patto: che le carrozze sian senza ruote, perchè, come protettore dei fedeli, non posso lasciare i miei sudditi esposti al pericolo d’essere schiacciati da un cristiano.—E il principe, per mettere la cosa in ridicolo, si valse del permesso ed osservò il patto, e v’è ancora a Tangeri chi si ricorda d’averlo visto attraversare la città in una carrozza senza ruote, sospesa alla groppa di due mule.


Finalmente s’arrivò a quelle benedette colline a cui si pensava da tre giorni con desiderio impaziente. Dopo una lunga salita, s’infilò una gola strettissima, chiamata in arabo Beb Tinca, dove bisognò passare ad uno ad uno, e si riuscì sopra una bella valle fiorita e solitaria in cui la carovana discese festosamente, empiendo l’aria di canti e di grida.

In fondo alla valle s’incontrò un’altra scorta del territorio delle colonie militari, la quale diede il cambio alla prima.

Erano cento cavalieri, tra i quali dei vecchissimi e dei giovanissimi, neri e capelluti; alcuni su cavalli stupendi, bardati con insolita pompa. Il caid, Abù-ben-Gileli, era un vecchio tarchiato, d’aspetto severo, di modi recisi, del quale e dei suoi soldati, si sarebbe potuto dire quello che diceva Don Abbondio dell’Innominato e dei bravi:—Per tenere a segno quelle faccie lì, non ci vuol meno di questa faccia qui; lo capisco anch’io.—Senza un riguardo al mondo per il grano e per l’orzo maturo ch’era dai due lati della strada, i soldati lanciarono i cavalli al galoppo di qua e di là, e cominciarono le solite cariche a due, a cinque, a dieci insieme, buttando i fucili in aria, rovesciandosi in dietro, a destra, a sinistra, contorcendosi sulla sella in mille maniere e urlando come anime dannate. Uno, fra gli altri, faceva il molinello col fucile con una rapidità che quasi l’arma non si vedeva. Un altro, passando, gridò con voce tonante:—Ecco il fulmine!—Un terzo, essendogli deviato il cavallo, mancò un pelo che non c’investisse e ci buttasse tutti in terra a gambe levate.

A una cert’ora l’Ambasciatore e il capitano, accompagnati da Hamed-ben-Kasen e da alcuni soldati, si staccarono dalla carovana per andar a far l’ascensione d’un monte, chiamato Selfat, poche miglia lontano; e noi seguitammo senza di loro il cammino prestabilito.